Rassegna Stampa

19-04-2012, Moni Ovadia, DIGNITÀ VIOLATA. È INACCETTABILE, l'Unità

Di Redazione | 19.04.2012


È un’immagine che ferisce: quegli immigrati con lo scotch sulla bocca, le mani legate e gli occhi spaventati, la cui foto ha fatto il giro del web, ci dice più di tante parole che cosa siamo. Quale è l’abisso in cui rischiamo di cadere senza più qualsiasi senso di solidarietà e di rispetto umano. L’immigrato vale meno di una merce da spostare da una parte all’altra del mondo. È il segno di un declino spaventoso.
Eppure, un luogo comune assai diffuso e pigramente accettato dai più, è che l’Occidente abbia espunto dal proprio orizzonte quella disumanità che fu l’incunabolo delle atrocità di cui è
disseminata la storia del secolo breve. E naturalmente noi italiani, brava gente per definizione, il cui
fascismo sarebbe stato un blando autoritarismo che mandava gli oppositori in vacanza al confino
nelle belle isole Eolie o nella allora remota Eboli dove però potevano conversare con Cristo, fra
tutte le genti civili e umane del civilizzatissimo Occidente saremmo i più bravi e i più umani. Le
stragi di Stato sarebbero un incidente di percorso, il bestiale sfruttamento dei lavoratori africani nei
nostri campi di pomodori, anomalie, i respingimenti illegali di immigrati mandati alla tortura, alle
violenze carnali e alla morte più atroce nei campi di «concentramento», pardon, campi di raccolta
dello spietato rais libico a cui si baciavano le mani per l’ottimo lavoro svolto, un dettaglio
sgradevole.
Siamo ancora oggi il Paese in cui, in spregio a tutte le convenzioni internazionali, si ammassano i
detenuti nelle carceri in condizioni crudeli, siamo ancora il Paese in cui la tortura non è rubricata
come reato, siamo il Paese della macelleria messicana in puro stile fascista sudamericano alla Diaz
di Genova. Questo è il Paese che ha promulgato una legge per istituire il reato di clandestinità,
un’infamia giuridica ed etica. I retori da barzelletta si sbracciano nel dire appassionatamente che
siamo un grande Paese. Ma in che film?
Siamo un Paese che annovera grande gente: i magistrati e le forze dell’ordine, servitori dello stato
che hanno dato la loro vita per difendere la legalità e per combattere la mafia, i sacerdoti di strada o
quelli antimafia che testimoniano la parola di Gesù nella sua autenticità, le miriadi di eroi quotidiani
che lavorano onestamente e nel rispetto delle regole in un Paese che però è ancora il regno della
corruzione.
Quando accadono certi fatti, quando immagini così dure da mandare giù ci toccano e ci
sconvolgono, allora pensiamo che l’Italia in quanto nazione nelle sue diffuse strutture pubbliche e
private non è un grande Paese. Che è un Paese meschino che defrauda la povera gente, che
disprezza i lavoratori, che perseguita lo straniero e che non ha fatto e non vuole fare i conti con il
suo retaggio di violenza latente. Aleggia uno spirito di ferocia e di indifferenza che oggi si specchia
nei volti umiliati, imbavagliati come si usa nei sequestri, di due immigrati. Due esseri umani la cui
dignità è brutalmente violata da chi dovrebbe avere il compito di vegliarla.

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