Lucio Dalla riposa in pace ma attorno a lui c’è una gran confusione.
Per quello che in vita non avrebbe detto, nonostante non sia certo stato un tipo parsimonioso di parole e stravaganze. Le associazioni dei gay - che non riuscirono ad arruolarlo in vita – continuano a cercare una sponda adesso, attaccando l’ipocrisia che attanaglierebbe un Paese succube di una cultura confessionale. In effetti fare outing è difficile (pochi si sono rivelati) perché controproducente (molti omosessuali sono stati emarginati, e nel mondo della canzone basterebbe ricordare la parabola di Umberto Bindi). Per questo diventa una testimonianza “importante”.
Per questo i gay cercano bandiere. O scudi. Per questo Lucia Annunziata ha giocato l’asso pigliatutto, una carta facile da spendere sul tavolo, per cavarsi fuori da un imbarazzo in cui si era cacciata da sola, pochi giorni fa, con una battutaccia: «Avrei difeso Celentano anche se avesse detto che i gay vanno deportati nei campi di sterminio», disse alla trasmissione di Santoro. Così domenica ha sparato a pallettoni contro l’ipocrisia che ha ammantato la morte di Dalla. «Indubbiamente la riflessione sollevata ieri da Lucia Annunziata ha portato a galla un tema che appartiene a questo paese: l’ipocrisia su certi argomenti, come l’omosessualità, che in certi ambienti sono ancora un tabu».
Così l’attore Leo Gullotta, tra i primi (e ancora pochi) personaggi famosi in Italia ad aver avuto il coraggio a fare coming out. «È indubbiamente ipocrita anche il modo di definire il compagno “un collaboratore” per non urtare certe sensibilità, anche se non è ben chiaro quali. Ed è ugualmente ipocrita che sia stato vietato di trasmettere in Chiesa le sue canzoni». Ma, continua Gullotta, «forse in certi momenti sarebbe meglio evitare di usare il metal detector per interpretare l’anima di un artista. Lasciamo i morti riposare in pace e comunque fare outing non è certo un obbligo».
PAROLE E SILENZIO
Se quella ipocrisia suddetta era stata percepita da tutti nella “presentazione” di Alemanno al funerale («collaboratore» lo aveva chiamato il frate Bernardo Boschi, confessore e amico di Dalla), comunque il suo ricordo, le sue lacrime, la sua manifestazione (unico, chiamato sul palco: è giusto dirlo) erano anche sembrate una forma di rispetto verso un’intimità che Lucio aveva esibito, ma mai affermato. Il presidente onorario dell’Arcigay, Franco Grillini, ha però parlato di «un’ipocrisia evidente a tutti» perché se si fosse parlato del «suo compagno» la Chiesa non avrebbe celebrato i funerali. I religiosi hanno risposto a tono. Per il padre domenicano Boschi, che ha celebrato l’omelia in San Petronio, gli attacchi alla Chiesa sono una «vendetta dei gay» determinati a fare del cantautore scomparso un’icona del mondo omosessuale, cosa che Dalla non permise loro in vita.
Del funerale di «un uomo» e non di «un omosessuale» ha parlato monsignor Giovanni Silvagni, vicario dell’arcidiocesi bolognese. E c’è chi, come don Ildefonso Chessa (che ha partecipato alle celebrazioni), non avrebbe avuto problemi ad officiare le esequie anche se Lucio avesse dichiarato di essere omosessuale. Intanto Arcigay preme per un’apertura della Chiesa al mondo gay («se è apertura, la Chiesa espliciti»). E il sindaco di Bologna invita a non fare polemiche, anche perché «i bolognesi erano lì in piazza per Lucio, conoscono tutto di lui e della sua vita, ma non ne hanno fatto un motivo di polemica»).
Radio Padania – come sempre – aggiunge un tocco di cretinaggine: «Lucio Dalla è stato anche la rappresentazione di un’Italia che noi padani non vorremmo». Perché il padre è del nord, sì, ma la madre del sud, «ambiguità che il cantautore si è portato dietro tutta la vita». Però.




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