Quella emessa ieri dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo è davvero - come ha detto Laura
Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – una “sentenza
storica”. Sotto il profilo giuridico, ribadisce in maniera inequivocabile il diritto dei profughi alla
tutela della propria incolumità, alla protezione dal rischio di subire trattamenti disumani e
degradanti nel paese da cui fuggono, alla possibilità di presentare e documentare la richiesta di
asilo. Sul piano politico, suona come una condanna severa della pratica dei respingimenti effettuata
dal governo Berlusconi a partire dal 2009 e fino a tutto il 2010. In particolare secondo la Corte
europea sono stati violati il divieto di tortura, il divieto di espulsioni collettive e il diritto ad un
ricorso effettivo.
Questo in occasione dell’episodio, avvenuto il 6 maggio 2009 a Sud di Lampedusa, quando le
autorità italiane dopo aver intercettato una nave con 200 migranti irregolari (somali ed eritrei), li
riportava a forza in Libia. Successivamente 24 di quei migranti si sono appellati alla Corte europea
di Strasburgo che ha dato loro ragione perché quelle persone: a) non dovevano essere respinte in un paese dove la loro incolumità era a rischio; b) dovevano essere ascoltate individualmente da una
regolare Commissione per l’asilo; c) dovevano avere la possibilità di ricorrere contro un eventuale
provvedimento di rifiuto. Ma se la sentenza, come è ovvio, interessa solo coloro che si sono rivolti
alla Corte europea dei diritti umani il suo significato va ben oltre, riguarda e mette in discussione
proprio quella strategia dei respingimenti che ha costituito la principale bandiera ideologica della
politica per l’immigrazione del Governo Berlusconi.
Immediatamente dopo quell’episodio, infatti, il 15 maggio del 2009 entra in vigore il Trattato di
amicizia Italia-Libia. La parola amicizia è indicativa del fatto che l’Italia doveva “risarcire”, con la
firma di quell’intesa, le responsabilità dell’epoca coloniale. L’accordo tra i due paesi aveva da
subito presentato delle evidenti criticità. In primo luogo proprio quella che riguardava i
respingimenti di quanti tentavano di approdare irregolarmente sulle nostre coste. Il patto è poi stato
sospeso nel periodo della primavera araba e ripreso a gennaio del 2012 dal Governo Monti che, con
la nuova amministrazione libica, ha siglato la “Tripoli declaration”. Ma tra il maggio del 2009 e la
fine del 2010 molto è accaduto. Per un verso si è registrata una riduzione delle richieste di asilo
presentate agli organi italiani: dalle oltre 31mila del 2008 a poco più di 17mila nel 2009 alle 8,200
nel 2010. Per altro verso, c’è il dato crudele e ineludibile, rappresentato da quei 6 morti al giorno tra
coloro che tentano la traversata del Mediterraneo.
In altre parole il successo vantato dal Governo Berlusconi - meno sbarchi, meno richieste d’asilo e
Lampedusa che torna a essere “la perla del Mediterraneo” - è l’esito di una politica
dell’immigrazione che si è manifestata attraverso la negazione sistematica di uno dei diritti umani
fondamentali. Quello alla protezione e all’asilo per chi fugga da condizioni di persecuzione politica,
etnica, religiosa, o da situazioni di conflitto bellico e di guerra civile. Tutto ciò era perfettamente
conosciuto e documentato, registrato dalle telecamere che hanno per mesi mostrato lo strazio di chi
cercava di sbarcare sulle nostre coste, i relitti di imbarcazioni di fortuna, i cadaveri che emergevano
dalle acque del mare. Ora la sentenza di Strasburgo dà alla denuncia di tutto ciò la forza che
discende dal diritto internazionale.




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