Adesso sorride. È come se avesse finalmente trovato pace. Anzi, soddisfazione. In qualche modo è
un risarcimento morale prima ancora che materiale quello che la Corte di Strasburgo gli ha
riconosciuto. Preferisce rimanere anonimo, lui che è uno dei ventiquattro «ricorrenti» che ha fatto
condannare l’Italia per i respingimenti in mare. Ha 27 anni, eritreo, statura media. Il suo nome di
battesimo inizia con la E. Lo incontriamo allo studio dell’avvocato Saccucci, uno dei legali degli
eritrei che si sono rivolti alla Corte di Strasburgo.
«Erano i primi giorni di maggio, del maggio del 2009. Eravamo tantissimi a cercare di arrivare in
Italia, ad abbandonare la Libia. La prima volta che ci provai finì male. Eravamo in tutto duecento,
sistemati su tre barconi. E in mezzo al mare diventammo quasi ostaggi degli italiani. Loro ci
intercettarono e ci costrinsero con la forza a tornare indietro. Ci consegnarono ai libici a Tripoli».
Era la prima volta dell’Italia. Il governo Berlusconi-Maroni decise la linea dura per arginare gli
sbarchi. Già il Centro di Lampedusa era stato chiuso ma questo deterrente non bastava. E, dunque,
la scelta del governo italiano fu quello di trovare una intesa con la Libia di Muammar Gheddafi per
riconsegnare ai mezzi navali libici le imbarcazioni di immigrati che erano riusciti a superare i
confini territoriali libici.
«E.» fece parte del primo gruppo di immigrati intercettati in mare e riportati indietro. «Arrivati a
Tripoli - racconta E., l’unico del gruppo dei 24 eritrei giunto poi in Italia. E oggi vive a Roma
fummo scaraventati in dei containers e poi trasferiti nel centro di detenzione di Twesha. Non ricordo
quanto tempo è passato. Diversi mesi. Fu un incubo, un inferno. Venivamo bastonati ogni mattina.
Ci colpivano in testa anche a pranzo».
Storie di ordinarie violenze. I ricordi di E. sfumano. «Mi ammalai gravemente. Avevo la febbre
altissima, non mangiavo e quando mangiavo rimettevo tutto. Forse presi la scabbia o qualcosa del
genere. Fatto sta che mi sbatterono fuori».
Malato ma libero. Forse i libici avevano paura che morisse nel Centro di detenzione e comunque lo
lasciarono al suo destino.
La rete di solidarietà etnica funziona sempre, all’estero. Anche a Tripoli, anche in Libia, anche per
gli eritrei. Autunno e inverno, con frate Abamussi come punto di riferimento. La comunità cattolica
in Libia è composta soltanto dagli stranieri, essendo i libici tutti musulmani.
«Poi è arrivata la rivoluzione - ricorda E. - a Tripoli, all’inizio, non ci sono stati grossi problemi. Si
combatteva verso Bengasi. E lì, noi stranieri rischiavamo forte. Io ho pensato subito a scappare, a
fuggire dalla Libia. E mi imbarcai a Zwarah in un barcone gremito all’inverosimile».
A lui è andata bene. Alla fine si ritrovarono in 650 su quel barcone. Direzione Sicilia, prua su
Pozzallo. Benvenuti in Italia. Era il 23 marzo del 2011, il conflitto in Libia era iniziato appena da
una settimana. «Rimasi a Pozzallo due giorni, nel centro di accoglienza poi fummo trasferiti tutti a
Crotone, nel Cara di Crotone. E la commissione istruì la pratica per il riconoscimento dello status di
rifugiati. Il 21 giugno scorso sono stato riconosciuto ufficialmente. Sono un rifugiato. Mi hanno
dato i soldi per il biglietto del treno fino a Roma. Stop. Fine».




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