«Qui si parla di documenti venduti e comprati. E non in senso figurato». L'accusa che un´alta fonte vaticana confida a Repubblica è nuova, e riverbera nel caso delle lettere vergate da monsignor Carlo Maria Viganò, arrivate dieci giorni fa sui media italiani.
Chi ha venduto le missive, e chi le ha comprate, secondo la Santa Sede? Tutto fa pensare ad altre puntate sulla vicenda, anche se nella Segreteria di Stato pontificia non si dice di più, e piuttosto si vuole chiudere in fretta una storia fonte di imbarazzo. In gioco, si fa notare, è soprattutto il buon nome del Governatorato. L'altro giorno la Sala Stampa vaticana ha evidenziato, «tutto sommato» si ammette, «il buon operato» di Viganò. Ma ieri la nota della Presidenza del Governatorato ha demolito la sua decisione di scrivere al Papa, atto definito da un interprete interno come «un intervento troppo deciso che ha causato ampi risentimenti e anche dubbi sulla sua gestione».
La fiducia nei confronti del monsignore, confermata blandamente, in realtà vacilla. E all'interno delle Segrete stanze c'è ora chi parla della possibilità di richiamarlo a Roma e di sostituirlo alla nunziatura di Washington. Già è partita la caccia al successore per l´importante e delicato incarico all'ambasciata vaticana in America. E i nomi che circolano fanno riferimento a figure di «esperienza», con una solida formazione diplomatica. E soprattutto capaci di distinguersi per «equilibrio». Del resto, si tratta di un ruolo in cui il nunzio deve, solo per dirne una, confrontarsi direttamente con il presidente degli Stati Uniti. E la Santa Sede, in quello che è un decisivo anno elettorale per gli Usa e di fronte all'imminente viaggio del Papa in Centro America, non può permettersi imbarazzi e cadute d'immagine. Dunque Viganò potrebbe anche saltare, lasciando il suo posto a un prelato questa volta di provata fedeltà. Ma non è escluso che lo stesso Nunzio decida alla fine di farsi da parte anticipando la rimozione.
Il cardinale Tarcisio Bertone è deciso a sanare il caso in tempi brevissimi. Il segretario di Stato nei giorni scorsi veniva descritto come furibondo, ma poi assolutamente determinato a chiudere un incidente che rischia di costare molto al Vaticano, sia sul piano delle relazioni sia su quello dell'opinione pubblica. A questo proposito, giovedì scorso Benedetto XVI si è personalmente dedicato alla questione ricevendo l´ex presidente del Governatorato, il cardinale Lajolo. La decisione, ascoltati i pareri dei collaboratori, è stata infine quella di far redigere una nota firmata dai dirigenti passati e attuali della struttura, in modo da isolare l´iniziativa di Viganò, depotenziando la bomba insita nelle due lettere. E poi di chiarire il ruolo e le scelte fatte dalla struttura, per sgombrare il campo da possibili altri rilievi.
Nel comunicato è stato quindi inserito un passo preciso riguardante la «piena fiducia e stima agli illustri membri del Comitato Finanza e Gestione», accusati da Viganò nella lettera al Papa di «fare più il loro interesse che i nostri» e di aver «mandato in fumo in una sola operazione finanziaria nel dicembre 2009 due milioni e mezzo di dollari». Si tratta dei banchieri Pellegrino Capaldo, Carlo Fratta Pasini, Ettore Gotti Tedeschi e Massimo Ponzellini. La nota anzi li ringrazia «per il prezioso contributo» prestato «con riconosciuta professionalità e non poco dispendio di tempo, senza alcun onere per il Governatorato».
Ma la strategia sul caso non si è fermata. L'Osservatore Romano ha pubblicato ieri con evidenza, in maniera secca, l'intera nota. E il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha richiamato il caso in un editoriale per "Octava Dies", il settimanale del Centro Televisivo Vaticano. «Diverse volte - ha detto - le istituzioni economiche vaticane, in particolare lo Ior, sono state accusate ingiustamente». Fermezza, dunque, su tutta la linea.




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