Editoriale

E IL RESTO SONO SOLO CHIACCHIERE

Di Giovanni Fioravanti | 15.11.2022


La storia ci ha insegnato che, pur avendone già fatto esperienza, non si ha mai la garanzia di poter riuscire a prevedere un determinato esito, soprattutto se l’esperienza è lontana nel tempo. Questo è vero soprattutto per quelle società che rischiano l’analfabetismo democratico perché non hanno saputo mantenere efficiente la memoria di fatti accaduti molto tempo addietro, in modo particolare per le generazioni che non possono averli vissuti.

Quando la Destra della presidente Giorgia Meloni etichetta come devianze giovanili: droga, alcolismo, tabagismo, obesità, anoressia, bullismo, baby gang, hikikomori ponendo tutto su uno stesso piano, promettendo generazioni di italiani “sani e determinati”, ciò che preoccupa non è la possibilità di un regime liberticida prossimo venturo, non il ritorno al ventennio dei fasci littori, ma il persistere e il crescere di una subcultura lugubre e reazionaria, con suggestioni eugenetiche, quella stessa che ha partorito le leggi razziali, le discriminazioni sessuali, l’ostilità contro gli immigrati.

Si tratta dell’espressione concreta di quel Ur-Fascismo di cui Umberto Eco, il 25 aprile del 1995, parlava agli studenti della Columbia University.

Non è il fascismo evidente che marcia a Predappio che ci deve preoccupare, ma il fascismo occulto, il fascismo latente. Perché dai germi della mentalità fascista questo nostro paese non si è mai liberato del tutto.

Dietro le parole c’è sempre un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni.

Umberto Eco, nel suo discorso agli studenti universitari d’oltre oceano richiama le parole che Ionesco disse una volta: “solo le parole contano e il resto sono chiacchiere”.

E in questo la presidente Meloni non si smentisce, considerando la “devianza giovanile” una malattia, il corpo non sano, sia da un punto di vista fisico che psichico, con una semplificazione che mette all’indice ogni complessità, che nega cittadinanza alla psicologia del profondo, alla capacità di comprendere i prodotti delle storture sociali, dei danni coltivati dentro e fuori le relazioni famigliari. Brandendo il principio di autorità del sano e del vigoroso, del culto di una “fortitudo” biologica e sociale da Spartaco dell’esistenza.

Le parole della Meloni sono generate da una cultura priva di capacità clinica, cioè quella disponibilità a porsi accanto all’altro, al suo fianco, di piegarsi all’ascolto, quella di bandire il giudizio e accogliere l’essere dell’altro, complesso, conflittuale innanzitutto per se stesso. È la cultura dell’anomia che considera devianza tutto ciò che viola le norme, i pregiudizi e le aspettative sociali. La cultura che ha prodotto come primo atto del Consiglio dei ministri il decreto legge contro i rave party, ma dove i rave party non sono mai citati.

Questo oggi è la chiara manifestazione del progetto di rendere opinione diffusa, senso comune la necessità di una società ordinata, igienizzata, normalizzata attraverso la pulizia sociale, l’igiene mentale, etica e culturale.

La verità è già stata annunciata una volta per tutte: Dio, Patria, Famiglia. Ogni possibilità di avanzamento del sapere è confiscata. Torna il culto della tradizione e il rifiuto del razionalismo. Il nuovo ministro della cultura ha già annunciato che il suo impegno è per il ritorno allo Storicismo e all’Idealismo contro il Positivismo, un volo cieco nel passato, quello di Croce e Gentile, il Fascismo eterno di Eco.

Si tratta della malattia sociale che stiamo rischiando di contrarre nuovamente, la cui gravità produrrebbe l’assuefazione a ritenere che è normale solo ciò che è considerato tale dal popolo sovrano.

La normalizzazione delle condotte individuali e sociali secondo un principio di ordine e disciplina che è quello imposto dalla semplificazione dei luoghi comuni. I rumori di fondo dei nostri quotidiani rischiano di impedirci di comprendere ciò che sta realmente accadendo, che pare avere le sembianze di un sentire comune, del bisogno di ordine e sicurezza. Il disorientamento generale impedisce di avere menti e orecchie attente a cogliere i sintomi di un fascismo latente a cui assuefare quanti credono di riscattarsi dalla loro mediocrità attraverso il populismo e il sovranismo, attraverso il ritorno agli “uber alles” di antica memoria.

Mettere insieme baby gang, bullismo e hikikomori è il massimo della strumentalizzazione, è una becera volgarità, che gioca d’effetto sull’ignoranza, sapendo che la stragrande maggioranza del pubblico non ha idea di che cosa significhi “hikikomori”. Che non è una violenza, non è una droga, non è una malattia, ma una tragedia per chi ne è vittima e per le famiglie che devono condividere questo dramma. Solo usare questo termine etichettandolo come devianza sociale è una violenza, violenta come una spedizione punitiva di manganellatori, alla stessa stregua di camicie nere e picchiatori mentali.

Questa è la lingua fascista della Destra al governo che non contempla alcun cedimento al “cum patior”, la compassione, l’empatia, il provare le emozioni, il soffrire con te e per te, è una lingua di condanna senza appello dell’aborto, dell’eutanasia, di ogni uscita dal terreno seminato dal conservatorismo più reazionario. È con lo sport che si crescono generazioni di giovani sani, come si pretendeva con i giochi del Littorio, e le adunate fasciste.

Del resto in linea con il pensiero del teorico di riferimento, Roger Scruton, il cui nome la presidente Meloni ha richiamato nel suo discorso di insediamento del governo alle Camere.

Scrive Scruton nel suo “Essere conservatore”: “La parabola cristiana del Buon Samaritano carica tutti noi di un enorme onere. Ma trasferire questo onere allo Stato, dire cioè che spetta allo Stato trasformare un dovere morale di quel genere in un diritto di chi ne è oggetto […] significa allontanarsi un bel po’ dall’originaria idea liberale di uno Stato fondato sulla sovranità dell’individuo. La nobile difesa dell’inclusione maschera in realtà il desiderio tutt’altro che nobile di escludere il vecchio esclusore: in altre parole, di ripudiare l’eredità culturale che ci definisce come nazione.”

Non è un paese per laici” è il titolo di un bel libro di Vittorio Alberti pubblicato alcuni anni fa da Bollati Boringhieri. Con l’aria che tira non lo saremo ancora per molto tempo.

Ma a ognuno di noi corre l’obbligo, ancora di più oggi, di praticare la propria laicità. Essere laici significa essere costantemente attenti e vigili con il pensiero critico, combattere la decomposizione del pensiero, il tramonto del ragionamento, la corruzione del linguaggio, non arrendersi a chi brandisce dio, patria e famiglia come agglutinanti della società liquida, come antidoto a complessità e incertezze.

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