Editoriale

EDUCAZIONE CIVICA, O EDUCAZIONE CONFESSIONALE?

Di Attilio Tempestini | 26.05.2021


La Chiesa valdese ha criticato l'affidamento -per "molte scuole del secondo ciclo"- dell'insegnamento di educazione civica, "in tutto o in parte" a chi insegna la religione cattolica.

Mi pare evidente il contrasto con la laicità della scuola. La legge del 2019, che disciplina l'insegnamento in questione, lo qualifica come "trasversale": assegnato cioè in contitolarità a vari docenti -in particolare quelli "delle discipline giuridiche ed economiche, ove disponibili nell'ambito dell'organico"-. Mentre quando nel 1958 l'educazione civica esordì come oggetto di programma scolastico, venne affidata all'insegnante di storia -nei decenni successivi l'affidamento peraltro diventerà meno esclusivo-. L'attuale, esplicita trasversalità potrebbe allora vedersi pure come consona ad un'esigenza di pluralismo, cioè di un insegnamento impartito con accenti anche diversi fra loro. In qualche analogia col pluralismo delle ispirazioni che dettero vita a quella Costituzione, la cui conoscenza è al primo posto nei "Principi" di tale legge del 2019.

Se però, l'educazione civica viene affidata all'insegnante di religione cattolica, ciò significa nel caso l'affidamento avvenga "in tutto", che unicamente un accento sarà presente; nel caso avvenga "in parte", che a questo accento si garantisce una presenza invece non garantita a ciascuno degli altri accenti, ipotizzabili.

Per quanto riguarda tali insegnanti, d'altro canto, un rilevante colpo alla scuola laica era già stato dato con la legge del 2003 promossa dalla ministra Moratti, della "Casa delle libertà": che li aveva resi di ruolo benché docenti di una materia facoltativa. La motivazione, di assicurare anche a loro un lavoro stabile, sfiorava il sofisma giacché il diritto alla stabilità del lavoro riguarda anche il tipo, di lavoro svolto: mentre in questo caso l'autorità ecclesiastica può privarli della materia di insegnamento, ritirando il nulla osta. Se poi dalle scuole pubbliche (magari, non sembrerebbe: stando a quanto ho detto finora) spostiamo l'attenzione su quelle private, mai la Chiesa cattolica ha ritenuto che l'insegnare nelle proprie scuole garantisse un lavoro stabile, cioè non condizionato dalla valutazione dell'autorità ecclesiastica. Infine -è facile osservare- quanta insolita sollecitudine per i diritti sociali questa legge mostra in forze politiche, caratterizzate dal Leitmotiv che i tempi del lavoro fisso sono terminati!

Tale legge del 2003 appartiene, in effetti, ad una fase calante dei diritti laici iniziata nel nostro paese alcuni decenni prima e nella quale la laicità trova sostegno, in qualcuno dei maggiori partiti, soltanto per ciò che riguarda istanze di solidarietà umana: come -attualmente è il caso della legge, contro l'omofobia- la difesa di persone in condizione di debolezza, nel contesto sociale. Per tali persone papa Bergoglio, così attento a chi è debole in campo economico, mostra ben minore attenzione. Ma è forse possibile aspettarsi dalla S. Sede novità, che vadano oltre un minore o maggior grado di avversione, quando il discorso tocca verità di fede? Allorché sono in campo verità, va da sé che risulta difficile un confronto di opinioni in chiave di pluralismo. Naturalmente non basta uscire dal Vaticano, perché il pluralismo venga citato come un valore di rilievo. Torniamo alla legge, sull'educazione civica. Viene citato una volta sola e sul piano non delle idee, ma del territorio: per dire che tale insegnamento dovrà dedicare attenzione alle Regioni.

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