Editoriale

LE BANCHE E I GOVERNI

Di Attilio Tempestini | 19.02.2021


Come si sa, secondo Bertolt Brecht fondare una banca è peggio che rapinarla. Ma non occorre aderire a tale opinione estrema, per nutrire perplessità su quella raffigurazione dei banchieri come ottimi governanti che, in Italia, ha largo corso da qualche decennio.

Il passaggio una trentina d'anni fa, di Ciampi da governatore della Banca d'Italia a Presidente del Consiglio, si poteva ancora ritenere -in un delicato periodo di rilevanti mutamenti, nel sistema partitico ed in quello elettorale- un'eccezione rispetto ai normali percorsi che conducono, a palazzo Chigi.

Sorvoliamo, poi, sul governo Monti (a presiederlo non c'era un banchiere, ma pur sempre un "tecnico", cioè un noto economista; cui peraltro una caratterizzazione politica non mancava essendo stato designato, per la Commissione Europea, dal governo Berlusconi). Adesso ecco, come Presidente del Consiglio, Draghi.

Il quale è stato a sua volta, governatore della Banca d'Italia; sebbene non per provenienza "interna", bensì nuovamente su designazione di un governo Berlusconi. D'altra parte, Draghi si caratterizza in quanto precedentemente era stato vice presidente, di una banca davvero non "istituzionale" come Goldman Sachs. Mentre successivamente è stato presidente della Banca Centrale Europea, mostrandosi sì efficace difensore dell'euro. Ma anche scarsamente disponibile, verso i paesi più deboli: Varoufakis, ministro greco delle Finanze quando nel 2015 nasce il governo Tsipras, ha nel suo libro al riguardo (Adulti nella stanza) ritenuto la BCE di Draghi, più tetragona del Fondo Monetario Internazionale -non certamente un ente filantropico, come sappiamo-.

Per la nomina di Draghi, come per quella di Ciampi, vari commenti positivi si sono avuti da parte di altri governi europei. In Europa tuttavia non è che ad esempio il francese Trichet, predecessore di Draghi alla banca di Francoforte, abbia poi nel suo paese assunto ruoli di governo. Né, in altri paesi europei, momenti di gravi problemi politici (si pensi alla questione catalana in Spagna) hanno comportato, che banchieri guidassero governi.

Mi si potrebbe chiedere: ma queste varie considerazioni hanno a che fare, con temi come la laicità? Io direi di sì se consideriamo le cose in controluce. Cioè, non soltanto se rileviamo -in nome di un pluralismo ideologico- che nel campo economico vi sono vari e politicamente connotati, indirizzi di pensiero; piuttosto che una linea, oggettivamente valida. Ma anche se rileviamo che nell'arena politica vi sono varie dimensioni, piuttosto che quella economica unicamente; altrimenti potrebbe ritenersi dettato da esigenze di controllo della spesa pubblica, il peraltro poco rispettato dettato costituzionale che le scuole private le prevede "senza oneri per lo Stato"!

Ebbene, in campi come quello (in generale) dei diritti civili, il fatto che un governo abbia a capo un banchiere non rappresenta davvero una credenziale; men che mai, se come nel governo Draghi coesistono forze politiche di notevole eterogeneità. Limitandoci poi, alla laicità, è da tener presente che Draghi fra le rare apparizioni pubbliche dopo il suo mandato a Francoforte è intervenuto con un discorso, all'annuale convegno di Comunione e Liberazione. Nonché ha, passando così da un cattolicesimo con caratteri di integralismo -cioè di dimensione esaustiva-, ad uno con caratteri di proselitismo, fatto visita al SERMIG (il Servizio Missionario Giovanile, di Torino); commentando che era "una cosa bellissima". Sarebbe troppo, aspettarsi da un banchiere un ugual commento sull'affermazione del papa, qualche mese fa, che non è "assoluto e intoccabile il diritto alla proprietà privata"!

2 commenti

Carlo:

Bravo, giusto, bene, perfettamente della stessa opinione.

martina franca:

Articolo articolato e molto arguto. L'ho letto con vero piacere.