editoriale

LE RELIGIONI E LE MALATTIE

Di Attilio Tempestini | 25.03.2020


Davvero di un'attualità non desiderata, portare l'attenzione su come le religioni considerano le malattie! Per cominciare, facciamo un bel balzo indietro nel tempo: fino a quel Settecento che in Francia vede il sacerdote Louis-Marie Grignion de Monfort, fondatore di due congregazioni religiose e poi santificato da papa Pio XII, scrivere a sua sorella, gravemente malata: "Mi rallegro di sapere della malattia che il Buon Dio vi ha mandato per purificarvi... Quasi invidio la vostra felicità". Ecco dunque, come modalità di considerare le malattie, quella di ritenerle una purificazione: e ciò accadeva non di rado, documenta Georges Minois nel libro Il prete e il medico, da cui traggo la citazione.

In tempo di Coronavirus non ritroviamo, nelle situazioni a mia conoscenza, una modalità del genere. Piuttosto, in Grecia la Chiesa ortodossa sostiene che recarsi a messa e fare la comunione col rito di tale fede -tutte le persone prendono pane e vino, dallo stesso cucchiaio- sono pratiche religiose che, proprio perché tali, non possono diffondere malattie. Un passo oltre, si va in Brasile: dove nell'ambito delle chiese fondamentaliste cristiane è stata celebrata una messa, durante la quale l'ungere con olio santo avrebbe immunizzato contro ogni epidemia. Insomma, la malattia è considerata qualcosa su cui la religione ha la meglio: nel senso che non può esservi contagio, durante le pratiche religiose; o nel senso che queste fungono, da vaccino.

Infine, lo Stato islamico (ormai di ben scarsa o nulla consistenza territoriale) sostiene che il Coronavirus "non colpisce di per sé, "bensì "dipende dagli ordini e dalla capacità di Allah". In parole del genere vi sarà forse, anche la ben nota considerazione della malattia come un castigo?

Lo Stato islamico può rappresentare, in quanto religione e Stato insieme, un buon ponte per ampliare il discorso e passare dal binomio religioni/malattie, al trinomio Stato/religioni/malattie. Ebbene, in Grecia nulla ha avuto da eccepire sulla suddetta posizione della Chiesa ortodossa, il governo; alquanto legato, in effetti, a questa Chiesa (mentre nel precedente governo Tsipras buona parte dei ministri si era caratterizzata, per assumere tale carica con un giuramento di tipo non religioso).

Discorso, simile, vale per il Brasile. Dove le chiese fondamentaliste non sono state certo contraddette da un Bolsonaro, della cui base elettorale fanno parte.

Per concludere, veniamo all'Italia. Se la Chiesa cattolica non mi pare abbia assunto sul Coronavirus in quanto tale, posizioni che presentino rilievo per il discorso che sto facendo, lo presenta invece la questione sorta -pur se in toni non accesi- per la decisione del governo, di comprendere le messe fra gli assembramenti proibiti poiché forieri di contagi.

Una decisione, cui il papa ha alluso dicendo che "le decisioni drastiche non sempre sono buone". Mentre su un piano locale, per esempio a Torino l'arcivescovo Nosiglia rilevava che in luoghi come i supermercati si trovavano, tuttavia, quantità ben maggiori di persone: ed in effetti era così, ma soltanto per qualche giorno giacché successivamente gli accessi ai supermercati sono stati scaglionati.

Da argomenti di tipo, quantitativo, si passa però ad argomenti di tipo qualitativo quando su "La repubblica" Alberto Melloni sostiene, che "una comunità che prega non è una folla" e che, d'altro canto, la prima parte dell'art. 7 della Costituzione dice: "Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani". Si può ribattere, che nell'art. 7 il termine "ordine" è volutamente vago. Chi ha proposto l'articolo cioè interpretava tale termine, nel senso che ne derivassero alla Chiesa poteri sul territorio italiano (anche oltre, il Concordato): ed in tanto non impiegava invece, quel termine "territorio" che abitualmente indica la dimensione spaziale della sovranità, in quanto tale termine poteva portare l'art. 7 ad affermare semplicemente che lo Stato italiano è sovrano sul territorio italiano e la S. Sede è sovrana sul territorio vaticano.

Però, su questa interpretazione del termine "ordine" lo Stato italiano non è obbligato a convenire: e ben può dunque - anche alla luce, della Costituzione, nel suo complesso- applicare per casi come il Coronavirus, alla Chiesa cattolica il diritto comune.

Quanto poi, all'argomento per cui "una comunità che prega non è una folla", la questione di fondo mi pare questa: a non risultare una folla, sono tutte le comunità o soltanto quelle che pregano?​

3 commenti

LUIGI Tosti :

I credenti che si rivolgono con preghiere ai loro Dei per ottenere la "grazia" o il "miracolo" di essere preservati dal coronavirus o di guarire dall'infezione lo fanno perché credono che la fede nei loro Dei sia superiore alle cure della medicina e della scienza. E' per questo, dunque, che gli ospedali e i medici debbano essere riservati, per legge, esclusivamente agli atei miscredenti e che i "fedeli", invece, debbano per legge rivolgersi solo alle amorevoli e miracolose cure dei lori dei, sollecitate con preghiere da recitare, in gruppi affollati, nei loro templi. Si risolverebbe, in questo modo, il sovraffollamento dei reparti di rianimazione degli ospedali italiani, da riservare esclusivamente agli atei miscredenti, e si garantirebbe, ad un contempo, ai credenti di esercitare liberamente il loro diritto di libertà religiosa, pregando ammassati nel chiuso dei loro templi, bevendo tutti il vino dallo stesso calice e baciando tutti la tecla di San Gennaro e le altre decine di migliaia di reliquie, di crocifissi anti-peste del 1.500 ed idoli vari. Si tratta soltanto di coerenza: chi crede negli Dei onnipotenti, misericordiosi e miracolosi, si affidi alle loro cure, evitando di togliere i posti ai miscredenti atei che credono soltanto nella deprecabile ragione e nella deprecabile scienza.

Attilio Tempestini:

Un discorso davvero netto, quello di Luigi Tosti. Lo faccio mio, sul piano della boutade. Ma non oltre; quanto meno, per il motivo che le spese pubbliche per la sanità sono alimentate fiscalmente da tutte le persone, anche quelle credenti. D'altra parte, ben può darsi il caso di chi avendo fiducia nella Provvidenza, fino ad un certo punto soltanto,intenda puntare per la sua salute, su due tavoli: quello della Provvidenza e quello della medicina (pubblica)...

Paola Re:

L'emergenza sanitaria ha rimarcato l'inadeguatezza dei mezzi di comunicazioni nel dare un ruolo alla religione in questa tragedia. Non se ne può più di preghiere, benedizioni, rosari. Il Papa è quotidianamente onnipresente a dire la sua, a invitare a pregare, a chiedere la fine della pandemia. Si respira un'aria da Medioevo ma siamo nel terzo millennio.