editoriale

UN MONDO A PEZZI

Di Marcello Vigli | 17.03.2020


Forse mai finora era apparso agli italiani che il nostro fosse un mondo a pezzi.

Esplosa la diffusione del coronavirus in Cina sono stati dirottati e poi sospesi i voli dalla provincia infetta e non solo, poi è toccato alla Corea e alla nave in crociera con oltre tremila persone a bordo. Solo quando i casi emersi nel nostro Paese, e con essi i problemi che ne conseguono, si sono moltiplicati, si è diffusa la consapevolezza dell’impreparazione delle società occidentali ad affrontare una pandemia.

Si tratta, è pur vero, di un processo eccezionale, ma è mancata inizialmente anche la disponibilità dei governi europei a coordinarsi per cercare insieme soluzioni possibili. Solo da quando il virus ha raggiunto Francia, Germania e Spagna si sta avviando un coordinamento delle scelte, a cominciare dalla chiusura delle frontiere esterne della Ue, almeno per un mese, pur senza chiudere completamente i propri confini agli altri Paesi Ue. La Commissione europea ritiene, infatti, che il Covid-19 sia già in tutti gli Stati membri, perciò chiudere le frontiere non è necessariamente il modo migliore di garantire un ulteriore contenimento dell’epidemia nell’Ue.

Se non bastasse si aggiungono due episodi solo apparentemente marginali la scelta di Trump di chiudere i voli per l’Europa e, ben più grave, la dichiarazione di Lagarde, “non è compito nostro ridurre gli spread”, che ha mandato in subbuglio i mercati azionari europei, e che non potrà certo essere risolto dalla, pur avvenuta, “rettifica” chiesta da un Mattarella insolitamente perentorio.

Sono episodi di un contesto che rende ancor più difficile la situazione socio-politica del nostro Paese che, per tappe successive, è diventata sempre più drammatica perché priva di una prospettiva di soluzione nell’immediato. Già di per sé grave per condizioni che ha generato, lo è ancor più per la sua eccezionalità – non è uguale a nessuna delle precedenti - che non consente di prevedere il tempo del suo esaurimento. Ad ogni buon conto le scuole e palestre chiuse, circoli e ritrovi impraticabili, negozi e ristoranti in sospensione, costituiscono un regime del tutto insolito. Se non bastasse l’aumento quotidiano dei morti e dei ricoverati a causa del virus, le immagini delle città deserte e dei locali del benessere vuoti, l’elenco, invece, dei locali praticabili a cominciare dalle farmacie, c’è il martellante richiamo al rispetto delle regole da seguire e delle norme igieniche da praticare per evitare il contagio.

E’ come se la vita si fosse fermata. In verità forse lo è.

Mai in tempo di pace un’intera nazione era stata fermata, limitati gli spostamenti da paese a paese, da città a città, chiusi gli esercizi ad orario da coprifuoco, ostacolati i normali spostamenti, impedite le manifestazioni e qualunque riunione, dai matrimoni alle funzioni religiose, ai funerali.

Siamo in realtà ad una svolta, pur se non sappiamo di quanti gradi: è certo che niente sarà come prima. Tutti i livelli del vivere comune sono sconvolti a cominciare dal “quotidiano” condizionato per tutti dall’obbligo di starsene in casa. Le mura domestiche possono diventare una prigione per motivi diversi, ma pur sempre una prigione senza sbarre. Giovani senza computer e anziani senza assistenza, mamme con più figli e persone non autosufficienti, ma consapevoli, tanto per indicare alcune delle condizioni possibili, tutte, però, pur se con diverse, maggiori o minori, difficoltà con la comune condizione dell’impossibilità di prevederne la fine e la certezza col tempo diventerà sempre meno sopportabile.

Sembra un male minore, e senza dubbio lo è, se confrontato con la crisi economica e con l’incertezza politica, ma è molto diffuso e difficile da accettare. Per questo sono in molti a non rispettare il divieto come testimoniano le oltre settemila persone multate a Roma per aver violato l’obbligo di stare in casa in assenza di un motivo valido fra quelli definiti nella legge.

Al tempo stesso, però, dai balconi e dalle finestre di molti palazzi romani si sono levate voci e canti di chi stava in casa, per ringraziare medici e infermieri che prestano le loro cure ai malati che sempre più numerosi sono affidati alle loro cure e che, in verità, meritano tanta riconoscenza per la professionalità e l’abnegazione con cui svolgono il loro lavoro in turni massacranti e in condizioni spesso disagiate.

In questa prospettiva di coinvolgimento dei cittadini si può leggere la decisione del cardinal vicario di Roma, Angelo de Donatis, di revocare il decreto di chiusura delle chiese parrocchiali della capitale, sollecitato da papa Francesco, che pure l’aveva accettato, perché le misure drastiche non sempre sono buone, e, ad ogni buon conto, per sviare ogni sospetto non solo si è recato per pregare nella basilica di Santa Maria Maggiore, ma ha anche raggiuto a piedi la chiesa di San Marcello sul Corso.

L’apertura è consentita, però, solo per le chiese parrocchiali e non quelle monumentali per evidenziare che sono aperte per consentire ai fedeli di recarvisi per pregare. Ovviamente non ci sono le “comprovate esigenze lavorative”, “situazioni di necessità”, i “motivi di salute” o il “rientro presso il proprio domicilio” previsti dalla legge, ma il regime concordatario vigente nel nostro Paese consente queste deroghe con buona pace dei radicali e di quei cattolici che non sono in sintonia con papa Francesco e, come Radio Maria, vanno dicendo che la pandemia è un castigo divino.

Certo non lo è mentre è, invece, la testimonianza di una Chiesa  ancora incapace di superare le proprie controversie e riconoscersi unita nel confronto con una natura ostile.

Un commento

Beppe Pavan:

Mi piace pensare che rispetto le regole stabilite per scelta, non per costrizione. Il valore che condivido è il rispetto che ci dobbiamo reciprocamente