editoriale

ABROGARE IL REGIME CONCORDATARIO O ALMENO RIFORMARLO

Di Marcello Vigli | 13.02.2020


È passato quasi un secolo da quel febbraio 1929 quando il cardinale Pietro Gasparri e Benito Mussolini firmarono quelli che sono passati alla storia come Patti lateranensi, eppure c’è ancora chi continua a chiedere che vengano cancellati. Non lo chiedono solo i “soliti” laicisti anticlericali per rivendicare la laicità dello Stato, con loro sono schierati molti cattolici “conciliari” che si sentono legittimati dal rilancio del messaggio conciliare per l’impegno di papa Francesco.

Quei Patti hanno introdotto in Italia il regime concordatario fra la Santa Sede e il governo fascista, che i Padri Costituenti hanno rafforzato nell’articolo 7 della Costituzione e che  il primo governo a guida socialista ha definitivamente legittimato nel regime democratico con l’Accordo di Villa Madama; resta viva, però, l’esigenza di proporne l’abrogazione o almeno una sua radicale revisione coerentemente con il rilancio del processo conciliare favorito dalla presenza sul soglio pontificio di papa Francesco.

A questa esigenza si sono ispirate, fin dal loro costituirsi in movimento, le Comunità cristiane di base, che hanno da sempre avanzato la richiesta alla Chiesa cattolica Italiana di rinunciare al privilegio concordatario, pur proponendo che almeno ne venissero eliminate le conseguenze che creano maggiori violazioni nell’assetto democratico a cominciare dal sistema scolastico.

Nelle scuole di ogni ordine e grado è previsto l’insegnamento della religione cattolica, per di più impartito da docenti scelti dall’autorità ecclesiastica, che il diritto all’esonero - per chi non desidera riceverlo -  non cessa di essere un privilegio. La proposta di correggere l’anomalia, aggiungendo l’insegnamento delle altre religioni, aggraverebbe la caratterizzazione di Stato non laico.

Analoga esigenza di abrogazione vive nei confronti della presenza nelle Forze armate italiane dei cappellani militari: sacerdoti con le stellette e inquadrati in una propria relativa struttura costituita da organizzazioni castrensi, analoghe alle circoscrizioni ecclesiastiche, con statuti propri, assimilate a diocesi, con la possibilità di erigere un proprio seminario.  Il clero, in esso inquadrato risulta così arruolato nelle forze armate, i sacerdoti sono equiparati agli ufficiali con la relativa articolazione cha va dall’ ordinario militare, equivalente al grado di generale di corpo d'armata, al cappellano militare addetto equivalente al grado di tenente.

Ancor più significativa sarebbe l’eliminazione del sistema di finanziamento pubblico dell’istituzione ecclesiastica costituito dal diritto dei contribuenti di destinare alla chiesa l’otto per mille del reddito dichiarato. Per di più in questo sistema sussiste anche un troppo evidente abuso costituito dalla destinazione alla chiesa di una quota dell'otto per mille del gettito fiscale di chi non effettua tale scelta o di chi è esonerato dalla dichiarazione dei redditi. Esso, infatti, viene ripartito tra i soggetti beneficiari, in proporzione alle scelte espresse dei contribuenti, che ne hanno espresso una e salvo rinuncia unilaterale dei medesimi, mediamente il 42%.

La stessa Corte dei Conti ha rilevato l’anomalia di questa ripartizione dei fondi non chiaramente destinati dai contribuenti, ma l’abuso resta, perché solo due, delle dodici confessioni destinatarie dell’otto per mille, hanno rifiutato di partecipare a tale ripartizione. Ovviamente la Chiesa cattolica è quella che trae maggiore vantaggio da questa anomalia che aumenta notevolmente il flusso di denaro ad essa destinato favorendo un suo rafforzamento economico senza precedenti, così consistente da garantire l'utilizzo di ingenti somme per finalità diverse che consente anche un rafforzamento politico della gerarchia cattolica che queste risorse gestisce.

Appare così evidente che, data l’indisponibilità delle forze politiche ad entrare in conflitto con la gerarchia cattolica, solo l’avvio di un processo che porti alla sua spontanea rinuncia a queste fonti di finanziamento costituirebbe quel segnale di rinnovamento della Chiesa italiana che la renderebbe credibile perché la predicazione del Vangelo non sarebbe affidata a chi ha deciso di essere prete, scelta come scelta professionale.

 

4 commenti

michele:

CREDO CHE SIAMO FUORI TEMPO MASSIMO IL CONCILIO FU PROMULGATO DA PAOLO VI, CHE FU L'UNICO PAPA A PARTECIPARE ALLE CELEBRAZIONI DEL XX SETTEMBRE. IN TEMPI ATTUALI QUANDO LA SINDACA DI ROMA NON E' IN GRADO DI RISCUOTERE TRENTA MILIONI DI IMU QUANDO SI STA PREPARANDO UNA NAZIONE ITALIANA CON A CAPO GOVERNI RETTI DA ORDINI CATTOFASCISTI . MEGLIO SAREBBE RIVENDICARE L'APPLICAZIONE DELLA COSTITUZIONE. TUTTO IL RESTO VERRA DA SE, E' AUTOMATICO, PERCHè E' INCOSTITUZIONALE.

Giorgio SAGLIETTI:

avete scritto: "La proposta di correggere l’anomalia, aggiungendo l’insegnamento delle altre religioni, aggraverebbe la caratterizzazione di Stato non laico." invece penso che sarebbe auspicabile un insegnamento comparato delle religioni perché la religione, al di là dei credi, fa parte della storia dell'umanità e abbozzo una proposta di legge 1. è istituito per le scuole secondarie di secondo grado l’insegnamento della materia religioni e spiritualità (IRS). 2. l’IRS è obbligatorio, non prevede la possibilità di esonero e fa media come tutte le altre materie. 3. gli insegnanti di IRS sono scelti con i medesimi criteri degli insegnanti delle altre materie. questo andrebbe a favore di uno stato laico che si pone al di là delle scelte religiose, lasciate alla scelta personale, ma che non trascura di studiare la realtà

Marcello Vigli:

Per Michele: Non SIAMO FUORI TEMPO MASSIMO, neppure per RIVENDICARE L'APPLICAZIONE DELLA COSTITUZIONE. Non si è mai fuori tempo per riaffermare i principi fondamentali della Costituzione. E’ bene, però, non rinunciare mai neppure a ribadire la necessità di applicare le diverse norme che ne derivano. Su singole richieste si possono formare maggioranze impossibili per una revisione generale. Meglio poco che niente.

Marcello Vigli:

Per Giorgio Saglietti: Forse è bene intendersi sul significato di Stato laico. Lo Stato è veramente laico se non privilegia nessuna “narrazione” – religiosa, filosofica, ideologica, – che intenda dare una risposta “convincente” all’interrogativo “chi siamo”, che l’animale “umano” ha cominciato a porsi all’uscita dalle caverne. L’hanno chiamata religione, filosofia, ideologia, costruendone, di volta in volta, una nuova o aggiornando le vecchie; talvolta, delusi, si sono detti scettici, miscredenti, atei. Spesso convinti di aver trovato la risposta “vera”, hanno preteso di imporla agli altri magari in nome di un dio che l’avrebbe rivelata. Questo insegna uno Stato laico nella sua scuola, che è scuola di tutti e per tutti. Se ce n’è uno, e io credo ci sia, non può che essere, ovviamente, il dio di tutti, che ciascuno, però, può chiamare col nome che crede.