editoriale

IL CLERICALISMO DI SALVINI ED ALTRI CLERICALISMI

Di Attilio Tempestini | 27.11.2019


e in Italia abbiamo visto Salvini, da Vice-Presidente del Consiglio, brandire e baciare il rosario, in Bolivia la autoproclamatasi Presidente Añez ha assunto la carica mettendo in bella mostra la Bibbia. Dagli Appennini alle Ande, insomma, si è di fronte non al diritto di avere una fede religiosa; ma ad un'ostentazione che, clericalmente, contrassegna le istituzioni col colore di una religione.

Tale clericalismo -appunto- ostentato si distingue, da quello definibile come "temperato" che nell'Italia, del Novecento, era attribuibile alla Democrazia Cristiana: i cui esponenti governativi non ricordo siano venuti ad atteggiamenti così plateali. Il raffronto col partito democristiano inoltre ci consente di affiancare, a questa distinzione, quella concernente il rapporto con la gerarchia della religione in discorso. Ecco allora che (almeno in linea di massima), da un lato nel caso di Salvini il clericalismo non appare allineato alla gerarchia; dall'altro, nel caso della DC appariva invece allineato. Risulta facile ipotizzare un nesso, fra la precedente distinzione e questa: un clericalismo più facilmente sarà ostentato se punta a compensare un carente rapporto con la gerarchia; più facilmente sarà temperato, se confida in un buon rapporto con la gerarchia.

Almeno una terza distinzione mi sembra, poi, individuabile sulla strada che abbiamo imboccato di una tipologia del clericalismo. Chi persegue una linea clericale può, infatti, presentarsi come un fedele di una determinata religione: delineando ciò che è etichettabile come un clericalismo di fede -e rispetto a questa distinzione, tanto Salvini quanto la DC si trovano sullo stesso versante-. Oppure può non presentarsi, come tale: delineando ciò che è etichettabile come un clericalismo di convenienza (il quale risulta perfettamente speculare al caso di chi, invece, si presenti come fedele di una religione senza però darle una declinazione clericale).

Ma in quali settori, dell'arco politico, si riscontra questo clericalismo di convenienza cui proprio per la sua minore, linearità, dedicherei un approfondimento del discorso? Quanto all'Italia vengono subito in mente coloro per cui negli anni dei governi Berlusconi, o che comunque vedevano Berlusconi a capo della destra, si parlava di "atei devoti": giacché professavano ateismo e, nel contempo, si pronunciavano per politiche di destra caratterizzate anche in senso clericale. Mentre se si risale parecchio nel tempo e si viene a situazioni di maggior spessore, questo tipo di clericalismo può cogliersi già nel patto dai liberali giolittiani stipulato nel 1913 con Gentiloni (presidente dell'Unione elettorale cattolica): per ottenere nelle successive, elezioni, un appoggio sulla base di intese programmatiche.

Anche a sinistra d'altra parte, nell'Italia del Novecento un clericalismo di convenienza è presente: soprattutto per la strategia del PCI mirante ad un'alleanza con le masse cattoliche. Tale strategia comporta, tanto il ben noto voto a favore dell'art. 7 della Costituzione. Quanto una scarsa simpatia per, in generale, le battaglie laiche; pur se nei suoi ultimi decenni di vita il PCI ha indubbiamente dato il suo contributo, per le leggi sul divorzio e sull'aborto.

Né una strategia del genere è in seguito, a sinistra, venuta completamente meno. Diversi mesi fa "Il manifesto" dedicava un'intera pagina ad un articolo, in cui al titolo "In nome del dialogo" seguiva il sottotitolo "Cronaca appassionata di un incontro nell'isola greca di Syros tra cristiani e marxisti". Perché mai, ci si può chiedere, la stessa passione non la susciterebbe -rispetto ad obiettivi comuni- un incontro, con chi crede in altre religioni o in nessuna?

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