editoriale

LE SETTE E LE CASTE

Di Attilio Tempestini | 26.09.2019


La setta, dice una nota battuta, è la religione degli altri. Con tale battuta evidentemente, si prende di mira chi vive la propria religione in modo così esclusivo da ritenerla l’unica degna di tal nome: le altre, appunto, essendo sette.

In realtà sono diversi anni che, fra alcune religioni, ha luogo un dialogo il quale va nella direzione opposta all’atteggiamento considerato, da tale battuta; in particolare per la Chiesa cattolica, non siamo più ai tempi di papa Pacelli. Nel campo politico, invece, atteggiamenti del genere sono ben presenti almeno se consideriamo il nostro paese. Così, quando si parla di caste: che sono sempre quelle altrui. Una casta cioè non è che venga definita per qualche dato oggettivo, come la partecipazione al governo: chi bollava come casta coloro che facevano parte di un esecutivo non ritiene davvero, allorché a sua volta è al governo, di poter diventare bersaglio di questo epiteto.

Una variazione sul tema si dà, quando vediamo sostenersi che i partiti sono soltanto altrove. In Italia infatti una delle varie forze politiche, accomunate dalla circostanza di presentarsi all’elettorato ed ottenere seggi in parlamento, sostiene di essere in realtà non un partito. Ma un movimento.

Il discorso, evidentemente, mi ha portato a parlare dei 5 Stelle. Dai quali mai è stato profuso un grande impegno per spiegare come mai una solida tradizione, secondo cui i movimenti si caratterizzano invece per una non presenza nelle  istituzioni, per una debole presenza di “capi”, ecc., debba venire messa così disinvoltamente tra parentesi. Se poi come motivo per metterla fra parentesi si adducesse la circostanza, che la piattaforma Rousseau fa parlare la “base”, sarebbe facile ribattere che la farebbe parlare ben di più se su tale piattaforma si mettesse ai voti, a chi spetta la proprietà e la gestione della piattaforma stessa.

Ma torniamo, alle caste. Coloro che le deprecano sono evidentemente ad un passo dall’accusa, nei confronti di chi sta al potere -in particolare, al governo- di starvi non di diritto; ma abusivamente. Qui il discorso mi porta, alla Lega: la quale sostiene abbiano condotto ad un governo abusivo, proprio quelle stesse procedure costituzionali basate sull’aggregazione di una maggioranza in parlamento, che l’avevano resa partecipe del primo governo Conte (e partecipandovi veniva, se non all’abuso certamente all’anomalia, di separare le proprie sorti dai partiti con cui si era alleata per le elezioni).

Concludiamole, queste osservazioni sul lessico politico italiano dei nostri tempi, parlando delle “poltrone”. Eccole cioè stigmatizzate come emblema di cupidigia politica, quando sono in mani altrui. Ma eccole diventare meri strumenti per perseguire valori ed interessi collettivi -se non addirittura, il mitico bene comune- quando sono in mani proprie.

Naturalmente, il lessico politico che ho considerato con riferimento alla battuta sulle sette (avessi fatto altri riferimenti, avrei potuto chiamare in causa altri partiti) non impedisce ai classici conflitti, dell’universo politico, di emergere: c’è chi vuole abbassare drasticamente le tasse per le persone ricche e chi vuole politiche fiscali, quanto meno, equilibrate; c’è chi si inchina alla Conferenza Episcopale Italiana in tema di “fine vita” e chi, quanto meno, non dà al riguardo l’ultima parola alla S. Sede; c’è chi difende i “sacri confini della patria” e chi sa guardare oltre (il rischio di inchinarsi, peraltro, c’è anche guardando oltre). Ma senza dubbio lo squallore, di una parte notevole del lessico politico, annebbia il panorama.

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