editoriale

GIOVANI A RISCHIO

Di Marcello Vigli | 07.08.2019


Le due sparatorie negli Stati Uniti, a El Paso nel Texas e a Dayton in Ohio, provocate da due giovani poco più che ventenni non sono solo cronaca nera, né solo un abuso nell’esercizio della sovranità che “appartiene al popolo”. Il Popolo è infatti sovrano, non i singoli cittadini che lo compongono. Neppure la loro somma costituisce il soggetto “sovrano” che tale diventa, invece, solo se esercitata nell’ambito delle leggi che fondano la convivenza civile di un popolo.

Si tratta solo di due assassini che mascherano i loro comportamenti criminali dichiarando di “odiare” le loro vittime perché occupanti illegittimi di un suolo da dio destinato agli “americani”. Resta immutata la loro responsabilità anche se è lecito interrogarsi sul clima culturale all’interno del quale è maturata la loro formazione personale.

Per comprenderne le caratteristiche può giovare questo dato: dall’inizio dell’anno ad oggi negli Usa ci sono stati 246 morti e 979 feriti in 249 “sparatorie di massa” intese come assalto a mano armata dove ci siano più di quattro persone colpite (morti o feriti, esclusi gli aggressori) in un unico luogo e in un arco di tempo minimo.

In media quindi più di una persona al giorno è morta in attacchi da parte di killer solitari armati di fucili o pistole.

È stato rilevato inoltre che: abbiamo avuto un aumento dei crimini d’odio ogni singolo giorno degli ultimi tre anni durante un’amministrazione in cui c’è un presidente che chiama i messicani stupratori e criminali, mette al bando i musulmani e invita a tornare nel loro Paese deputate di colore, emulato ai comizi dai suoi fan.

È solo uno dei tanti slogan che associano alla Presidenza Truman tale pesante bilancio. È indubbio che ha qualche valore, ma non basta. La società statunitense è molto più complessa per ipotizzare che le cause delle sue reazioni siano riducibili ad un unico fattore per di più estemporaneo come l’orientamento di un Presidente al suo primo mandato

La fonte determinante dell’incultura o, meglio, dell’orientamento culturale dei giovani statunitensi, è la scuola, pur certo non la sola né la principale e, certo, meno rilevante di un tempo. Perseguendo lo scopo di unificare culture diverse la scuola deve esaltarne una che rischia di diventare non solo esclusiva, ma anche escludente. Anche se finora è solo un rischio, non mancano situazioni in cui tale rischio diventa realtà e produce effetti devastanti.

È altro dal razzismo, pur se ne moltiplica gli effetti.

A farne le spese sono soprattutto gli ispanici.

L’altro motivo che spinge all’esclusione è la religione a partire dal cristianesimo fondamentalista, promosso da suprematisti bianchi o da gruppi di estrema destra neonazisti. Si formano gruppi al cui interno matura in molti la convinzione che il motivo per l’esclusione attinge alla fede. Maturati in gruppi, sia cattolici sia evangelici di diversa confessione, questi convincimenti costituiscono la conferma dell’esistenza di un diffuso integralismo religioso.

Ad esso in generale s’ispira la politica del Presidente Trump, che, pur se non il solo, è responsabile in modo significativo di tali comportamenti, cercando di cavarsela chiamandoli espressione di “malati mentali”. L’intolleranza e il suprematismo bianco sono, infatti, la sostanza della sua politica, che lo pone indirettamente sul banco degli imputati essendo stata definita la sua elezione come la prima di un “presidente bianco” dato che ha ricevuto i due terzi dei voti dai bianchi, uomini e donne, ricchi e poveri, giovani e vecchi, e pochissimi suffragi dai latinos, neri, e da altri americani “di colore”.

Con questa inconsapevole corresponsabilità, Trump rinnega la storia degli Stati Uniti che, pur tra contraddizioni, e incertezze, è Paese che ha attirato gente d’ogni provenienza in cerca di una vita migliore ed ha saputo costruire una società pluralista, multirazziale e multireligiosa, pur con pesanti limiti e diffuse incongruenze.

Almeno così è stato finora, ma episodi come quelli qui citati possono far pensare, però, che il processo si interrompa.

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