editoriale

DIALETTICA POLITICA

Di Marcello Vigli | 11.07.2019


Come aveva anticipato, intervenendo nella trasmissione di Lucia Annunziata, Giovanni Toti ha organizzato un “evento” per avviare la costruzione di un centrodestra con un'anima che sia leghista ma moderata, riformista, popolare, cattolica, socialista.

Con questo programma si è presentato agli oltre 1500 intervenuti all’evento, che si è realizzato il 6 luglio nel teatro romano Brancaccio, nonostante fosse apertamente osteggiato da Berlusconi e dal suo stato maggiore. E’ stato il solo a parlare dal palco insieme a quattro amministratrici locali in rappresentanza proprio dei presenti in gran parte assessori e consiglieri comunali e regionali. Pur smentendo ogni ipotesi secessionista, è stato quindi evidente che si è trattato del lancio di una corrente autonoma impegnata a presentarsi in autunno alle primarie del partito in contrapposizione all’altra coordinatrice, Mara Carfagna. Della corrente fanno parte anche molti dei forzisti che non si rassegnano alla perdita di consensi a favore di Salvini, pur senza ipotizzare una contrapposizione con il nuovo astro nascente della destra. E’ lui infatti che ha portato la Lega a diventare il primo partito che, se alleato con Fratelli d’Italia, può concorrere a governare il Paese. Non è certo che Toti possa realizzare l’unità delle forze “moderate” della destra, è certo però che senza di lui non ci sarà alternativa al primato di Salvini, dipenderà anche dal tavolo delle regole di Forza Italia destinato a definire le tappe per arrivare al Congresso nazionale. Questo dovrà tenersi entro dicembre, oltre che per risolvere il problema delle primarie anche per la costituzione del comitato di saggi che dovrebbe portare al Congresso e che, secondo Toti, non andrebbe scelto tra i dirigenti attuali «rottamati» dal voto delle Europee.

E’, invece, certo che l’altro partito di governo, il Movimento 5 stelle, è attraversato da una grave crisi di identità. Dopo i pessimi risultati alle elezioni europee, per di più preceduti e seguiti da insuccessi in diverse elezioni locali in Italia, solo l’intervento diretto di Grillo ha impedito che la leadership di Di Maio fosse messa in discussione. Sono seguite, però, diverse manifestazioni di divisioni all’interno del partito e dei Gruppi parlamentari. La più evidente è quella espressa nelle critiche mosse dalla base contro la gestione troppo verticistica del Movimento, che ha portato alla espulsione di una parlamentare particolarmente impegnata: la senatrice grillina Paola Nugnes, dopo che in un’intervista a il Manifesto ha annunciato di voler passare al gruppo Misto. Questa ed altre precedenti espulsioni hanno indotto altre voci critiche a tacere. Solo Di Battista e il Presidente della Camera Fico non sono ridotti al silenzio. Anche Virginia Raggi, la sindaca di Roma, nel dichiarare di essere stata lasciata sola ha lasciato intendere di avere chiuso col suo Movimento. Questi ed altri gravi segni di crisi rendono ancora più difficile l’opera di Di Maio impegnato in un rimpasto della rappresentanza grillina nel governo con la sostituzione di alcuni sottosegretari, ma, soprattutto, aggravano i problemi che il Movimento 5 stelle si trova ad affrontare in vista della scadenza a dicembre del mandato dei direttivi dei Gruppi parlamentari di Camera e Senato.

Anche il terzo dei partiti in campo non è privo di problemi al suo interno. La promessa, su cui si era impegnato il neo segretario Nicola Zingaretti, di cancellare le correnti per non far morire il Partito Democratico, non è stata mantenuta. Si sta rivelando di estrema difficoltà perché esse continuano a godere di buona salute dopo le primarie che hanno incoronato il governatore del Lazio. Correnti di maggioranza, correnti di minoranza, più riformiste o più di centro, non mancando quelle più di sinistra. Anche se la maggioranza della nuova segreteria, finalmente definita, è legata direttamente a Zingaretti non sembra in grado di operare scelte significative a partire dalla posizione da assumere nei confronti della spinta verso l’autonomia della Lombardia e del Veneto e condivisa anche dalla “rossa” Emilia. Per di più Renzi è tornato in campo inopinatamente con una lettera pubblicata su Repubblica, in cui accusa il Pd di “aver esasperato il tema degli sbarchi”, considerati “minaccia alla democrazia”, e allo stesso tempo di “non aver posto la fiducia sullo ius soli”, dimenticando di avere lui stesso riconosciuto a Marco Minniti di aver ben operato oltre che di aver fatto venir meno gli sbarchi. Queste difficoltà nei rapporti interni distraggono non poco la segreteria del partito dall’urgenza delle scelte imposta dal rapido e complesso evolversi della politica interna ed estera nella società italiana.

Ben più libero nel determinare la propria è certo Matteo Salvini, il quarto protagonista dell’attuale fase della politica italiana, che può così più facilmente continuare a condizionarla imponendo la questione degli “sbarchi” nonostante ben altre siano le urgenze che incombono sul nostro Paese, non ultima il progressivo sfaldamento del Movimento 5 stelle-

Della sua eredità non è ancora certo chi si gioverà, se anche nel Pd si avvertono segni di incertezza come mostra la dichiarazione del Segretario del Pd di Viterbo, Martina Minchella, che ha scelto di abbandonare il partito per diventare seguace di Salvini che, a suo dire perché voce comune, è un vero leader.

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