editoriale

QUALE ITALIA

Di Marcello Vigli | 20.06.2019


Se alla vigilia delle elezioni europee era lecito non essere eccessivamente preoccupati per le sorti dell’Unione, oggi, all’indomani delle elezioni amministrative, lo si deve essere in forma esponenziale per le prospettive aperte nella situazione italiana.

Il contesto nel quale si collocano i nuovi Gruppi consiliari e le prospettive aperte dai nuovi rapporti di forza, seppure a livello locale, hanno subìto radicali cambiamenti. Il declino del Movimento Cinque Stelle è diventato non solo irreversibile, ma anche di proporzioni fallimentari; la cacciata ignominiosa di Di Maio è stata impedita solo per l’intervento diretto di Grillo.

Ne hanno però risentito ovviamente i rapporti interni alla coalizione di governo ridotto ormai, per quanto concerne i rapporti interni, alla mercé di Salvini, pur se condizionato dall’evolversi conflittuale dei rapporti con le autorità europee.

Ad essi Salvini oppone un definitivo abbandono delle sue ambiguità in politica estera volando negli Usa in cerca di legittimazione. Pur se non ha incontrato Trump è stato, però, riconosciuto come il più affidabile dei leaders europei, proprio quando l’Italia ha ricevuto dall’Europa la richiesta perentoria di rivedere i suoi bilanci, perché non in regola con le norme comunitarie, e la stessa Unione è in rotta di collisione con gli Stati Uniti.

Per di più non bisogna dimenticare che Salvini ha da tempo ricercato di assicurarsi l’apporto dei cattolici al suo mercato elettorale. Ha cominciato ad usare nella campagna elettorale del 2018 il crocifisso e il vangelo come testimoni del suo giuramento di fedeltà alla causa cattolica, ora ha scelto una maggiore accentuazione mariana esibendo il rosario, e proponendo la consacrazione dell’Italia e dell’Europa al cuore immacolato di Maria.

Una devozione parallela alla consacrazione al Sacro Cuore di Gesù, tema largamente diffuso nell’intransigentismo cattolico del lontano ottocento!

La situazione appare così molto complessa, ma, certamente, è fuori di ogni dubbio l’aumento vertiginoso della precarietà del governo Conti, anche per il costante ricorso dei suoi due componenti alla rivendicazione di obiettivi tanto caratterizzanti, quanto irraggiungibili: la flat taxe e il salario minimo per tutti.

Si rafforza, così, l’istanza di sostituirlo con un governo Lega-Fratelli d’Italia reso credibile dal progressivo aumento di quest’ultimo partito in tutte le recenti consultazioni elettorali; ultima, in ordine di tempo, ma non d’importanza, quella che ha permesso la conquista, pur contestata, della città di Cagliari.

E’ con questa complessa realtà politico istituzionale – resa ancor più divisiva dalla crisi profonda che sta attraversando la Magistratura, la terza Istituzione della Repubblica – che deve misurarsi il Partito democratico impegnato tutto nell’opposizione, ma diviso al suo interno nel definire come esercitarla.

Tale Partito deve essere l’ala sinistra di una coalizione di forze politiche diverse portatrici delle istanze liberali e dei nuovi diritti, oppure dev’essere la “casa” di tutti i riformisti italiani impegnata ad opporsi, come forza tendenzialmente maggioritaria, alla ben più compatta forza egemone della coalizione, che si riconosce nella leadership di Salvini?

In buona sostanza deve superare il correntismo interno, ormai ampiamente legittimato, realizzando una sostanziale discontinuità col passato, senza perdere, però, nessuna delle componenti che gli hanno consentito di tornare ad essere un competitore credibile della “casa” salviniana. Deve, per di più, presentarsi come la forza di recupero per gli elettori che hanno reso nullo il loro voto, nelle elezioni per il Parlamento europeo, non avendo ben misurato la portata del vincolo che non ne consentiva la validità al di sotto di una determinata percentuale.

Impegno non facile, quest’ultimo per le divisioni a sinistra, nuove o di antica data, ma l’unico funzionale alla loro definitiva cancellazione.

Zingaretti ne è ben consapevole come emerge da questa sua dichiarazione: Farò uno sforzo per ricostruire in ogni modo uno spirito unitario perché sento su di me tutto il peso di questa responsabilità. Farò uno sforzo per riaprire un dialogo e per verificare le condizioni di un passo avanti insieme, almeno sul terreno della politica e dell’iniziativa politica.

Animato da queste buone intenzioni si è trovato, dopo la nomina degli altri membri della segreteria, ad affrontare con le sue diverse componenti durissime polemiche che lo stanno impegnando in una difficile opera per “ricucire”. Ma il problema “più di fondo” riguarda la linea del Pd, i cui contorni appaiono a molti ancora sfuggenti e bisognosi di una messa a punto più energica. Non è una questione di semplici proposte programmatiche. Ciò di cui ci si lamenta è la mancanza della messa fuoco di una strategia politica complessiva.

Non si può ignorare, infatti, che in questo contesto il Pd, nonostante l’orientamento decisamene avverso a Salvini del papa e di buona parte dei cattolici democratici impegnati nel sociale, non potrà contare sul tradizionale voto dei cattolici, in gran parte conservatori e avversari di Bergoglio.

 

Roma, 19 giugno 2019

 

 

3 commenti

michele:

DIFRONTE A TANTA ARRETRATEZZA DELLA LEGA CHE STA CANCELLANDO TRE SECOLI DI CULTURA OCCIDENTALE, POSSIBILE CHE GLI "AVVERSARI" NON ABBIANO ARGOMENTI E SOPRATTUTTO VOGLIA PER LOTTARE? 14

Giovanni :

Sempre e ancora la questione dei cattolici nella politica italiana. È mai possibile che il blocco cattolico rappresenti sempre e ancora un problema e un'ostacolo per il progresso civile, politico e sociale dell'Italia? Perfino quando il papa stesso non non viene più avvertito come guida riconosciuta e da tutti incontestabilmente condivisa di tale blocco? E se espungessimo una buona volta questa categoria (quella dei "cattolici") dal dibattito politico? Almeno oggi che, per fortuna, non c'è più un partito cattolico per definizione e che gli stessi cattolici non sembrano tutti riconoscersi nel loro stesso leader istituzionale e spirituale? Perché essere più realisti del re, o più settari dei cattolici? Un blocco cattolico unito e compatto non c'è più? Bene, era ora! Vogliamo parlare laicanente, almeno noi laici, di progressisti e conservatori, di democratici e autoritari, e lasciare i cattolici nelle loro chiese, una buona volta?

Marcello Vigli:

Forse Giovanni dovrebbe riflettere sul fatto, proposto nell’editoriale, che “cattolici” diventa una categoria politica, non solo se esiste un partito che fa riferimento alla cultura cattolica che, lo si voglia o non esiste, ma anche se un politico non cattolico ne usa simboli parole per conquistare voti fra coloro che di tale religione fanno professione. Salvini è uno di questi ed è bene rilevarlo e denunciarlo per mostrarne l’intento di conquistare voti non sulla base di proprio proposte politiche, ma di slogan alla moda. Marcello Vigli