editoriale

A SINISTRA TORNA LA PARTECIPAZIONE

Di Marcello Vigli | 11.03.2019


I duecentomila in piazza a Milano – comunque tanti da rendere credibile questa cifra proposta dai promotori – il milione e ottocentomila ai gazebo in Italia, testimoniano un ritorno della partecipazione politica a “sinistra”, ben oltre il pur significativo consenso al Pd nelle elezioni sarde.

Una partecipazione di persone e non voti elettronici come quelli verificati dalla Casa-leggio associati, che hanno tratto Salvini dalla “trappola” dei magistrati di Catania.

Senza nulla concedere al trionfalismo di parte, né cedere alla tentazione di considerare superato il problema della ricostituzione di una reale opposizione al salvinismo avanzante, non si può sottovalutare l’impegno per la “tenuta” delle migliaia di gazebo che hanno consentito la raccolta del gran numero di firme necessario per dar un valore significativo all’elezione di Zingaretti. Pur numerosi, non hanno impedito che si formassero code di votanti pazienti in attesa di potere esprimere la loro scelta, grazie al lavoro volontario di migliaia di loro concittadini. Neppure era certo che ci fossero tante/i cittadine/i disposte a credersi ancora titolari di un potere di scelta, né che ci fosse convergenza della vecchia guardia. Vale, invece, per tutti la dichiarazione di Veltroni: Sono contento per Nicola Zingaretti ma mi fa piacere in generale per il partito. Sono ossessionato dal buio e dalla paura, citando Roosevelt, dalla perdita di speranza... È come se il futuro avesse perso la capacità di realizzarsi ma oggi, in quello che sta succedendo nel Pd, vedo qualcosa che riguarda la democrazia in generale. Se tante persone hanno votato ieri, c'è soltanto da rallegrarsi per quello che è successo.

Altrettanto significativa è stata la grande manifestazione della vigilia a Milano, per-ché, pur spontanea e promossa da forze sociali diverse impegnate sul territorio e non dai partiti che, però, hanno aderito, ha visto una insperata partecipazione di cittadine/i.

C’è di che rallegrarsi per chi pensa che il regime democratico è più saldo se diverse sono le forze in campo, in rappresentanza dei molteplici interessi sociali e dei discordi orientamenti politici e, soprattutto, se l’opposizione all’azione governativa è all’altezza della sua funzione.

Dopo le elezioni del marzo 2018, questa condizione era venuta meno con la nascita di un governo di coalizione privo di un’opposizione significativa, ponendo un interrogativo sulla tenuta di tale regime. Zingaretti può essere la risposta a tale interrogativo per l’impegno assunto di realizzare, all’interno del Pd, “unità e cambiamento”. Ha cominciato col dire Io non mi considero un capo, ma il leader di una comunità che dovrà stare in campo, ma ha subito aggiunto che vuole raggiungere lo scopo contribuendo a costruire un “nuovo Pd”. Può certo contare su Bettini e Veltroni, suoi sponsor, ed anche su Gentiloni e Franceschini, che lo hanno apertamente sostenuto, ma dovrà affrontare lo strapotere renziano, ancora presente negli organi dirigenti e fra i parlamentari. Anche per questo si muove con cautela mostrando grande rispetto della forma rinviando l’ingresso al Nazareno alla sua elezione dall’Assemblea nazionale di domenica 17 marzo, che lo proclamerà a tutti gli effetti segretario del partito, confermerà il senatore Luigi Zanda, da lui designato, come tesoriere ed eleggerà presidente Paolo Gentiloni.

Non ha mancato, invece, di dare un segno del suo programma incontrando Il Presi-dente della Regione Piemonte Chiamparino, per coinvolgersi nella sua politica a favore della Tav, e indicando come prioritario il problema del lavoro e della possibilità di crearlo grazie a un nuovo modello di sviluppo, fondato sulla sostenibilità ambientale, per recuperare un voto giovanile perso da anni.

In ogni caso le prossime elezioni regionali in Basilicata e ancor più gli esiti di quelle per il Parlamento europeo saranno decisivi per valutare se Zingaretti segretario ha restituito al Pd un ruolo politico determinante.

Certamente diminuita è, invece, l’influenza della gerarchia cattolica coinvolta nella più generale crisi, che sta attraversando la chiesa a livello mondiale, per l’emergere nel clero di numerosi casi di pedofilia.

La coraggiosa iniziativa del papa, che per affrontare la situazione ha convocato in assemblea i Presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo, nell’evidenziare la gravità del problema ha proposto soluzioni e interventi che non sono certo risolutivi in breve tempo.

La gerarchia italiana, invece, non ha ancora individuato le linee d’intervento per far fronte in modo concreto al problema, limitandosi a costituire un “Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa”, tantomeno ha accolto la richiesta del Movimento di cattolici critici “Noi siamo Chiesa” di rinunciare alla prassi diffusa di proteggere il prete pedofilo prevedendo l’obbligo di denunciarlo alla magistratura.

E’ più impegnata, invece, ad analizzare la possibilità di dar corso alla proposta, emersa al suo interno, di favorire una presenza autonoma dei cattolici nella politica italiana, pur se tale presenza è già significativa, ma non etichettata, come è stato evidente nel coinvolgimento delle loro organizzazioni nel promuovere la manifestazione dei duecentomila a Milano.

 

Un commento

Pacini:

Sempre preciso, puntuale chiaro e profondamente arguto in nostro Vigli che ogni volta mi offre argomenti sui quali meditare. Grazie Prof. voglio continuare a leggerla, mi rincuora davvero, Pacini