editoriale

DICHIARAZIONE DEI DIRITTI IN ITALIA

Di Marcello Vigli | 13.12.2018


Sono ormai passati settanta anni da quando l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato e proclamato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma è ancora ben lungi dall’essere attuata nella sua interezza. Né solo perché gli abitanti del pianeta sono più che triplicati, ma perché tali diritti erano stati definiti da un’assemblea di bianchi, per di più cristiani. Non poteva valere per le donne mussulmane né per gli indigeni del subcontinente americano, in verità neppure per gli europei sovietizzati e per i cinesi avviati al maoismo, ma sembrò una legittima e doverosa negazione del razzismo nazifascista.

Resta, inoltre, una pagina significativa per creare una chiara connotazione atta a riconoscere la civiltà di un popolo e dei suoi membri soprattutto perché l’Assemblea, che l’aveva approvata, diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell'Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione.

Si voleva diffondere la consapevolezza che tali diritti costituiscono l'ideale comune da raggiungere da tutti i popoli e da tutte le nazioni affinché tutti gli individui e tutti gli organi della società, tenendo sempre presente allo spirito tale dichiarazione, si sforzino, attraverso l'insegnamento e l'educazione, di sviluppare il rispetto di tali diritti e libertà e di assicurarne, attraverso misure progressive di ordine nazionale e internazionale, il riconoscimento e la applicazione universale ed effettiva, sia fra le popolazioni degli Stati-Membri stessi, sia fra quelle dei territori riposti sotto la loro giurisdizione.

Un ideale comune da raggiungere da tutti i popoli sta a significare che la dichiarazione dei diritti coincide con la dichiarazione di un comune impegno a costruire uguaglianza, in aperta contraddizione con la realtà. Questo impegno c’è infatti, ma non di tutti, così che ancora oggi fra i popoli e fra gli individui permangono le vecchie differenze pur se intrecciate con nuove uguaglianze.

Innegabile quindi che la lotta per l’uguaglianza è ancora tutta da combattere, né solo per conquistarla, dove manca, ma anche per riaffermarla e conservarla dove già c’è. Una lotta da combattere su diversi fronti, non ultimi l'insegnamento e l'educazione, rendendosi disponibili anche ad alleanze con forze, pur se non del tutto affidabili, fortemente impegnate contro quelli che, discriminando gli immigrati, ne contrastano uno dei caposaldi: la universalità.

Fra queste non si possono certo inserire i partiti oggi al governo in Italia che, dopo averne riconosciuto il valore e l’importanza, hanno disertato la conferenza di Marrakech organizzata dall’Onu per promuovere un patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare. L'iter per sviluppare il patto, cominciato ad aprile 2017 con l’elaborazione del documento Global Compact per la migrazione sicura, ordinata e regolare, si è concluso in questi giorni con la sua approvazione da parte delle nazioni presenti a Marrakech, assente l’Italia, il cui governo è molto impegnato a perseguitare i migranti che cercano una migliore condizione di vita

Fra le forze disponibili a contrastare questa persecuzione oggi in Italia sembra candidarsi la Cei, decisa ad opporsi, magari riesumando un impegno politico per i cattolici, all’avanzata dei salviniani, fautori di un prima, che in verità è un solo, gli italiani.

Sembra ri-emergere il fantasma di un “partito cattolico”.

In verità, l’obiettivo perseguito dalla Cei di Bassetti è il rafforzamento della presenza della solidarietà cristiana in politica, attualmente garantita solo dai movimenti impegnati a promuoverla nella società all’interno di una diffusa mobilitazione a sostegno dei diritti delle persone e di una politica inclusiva verso i più deboli, i rifugiati e i migranti, in assenza, invece, di un dialogo con i gialloverdi, impossibile nonostante le dichiarazioni e le manifestazioni “cattoliche” di Conte e di Salvini,

Queste spinte dal basso non trovano, però, una forza politica organizzata in grado di costituire in Parlamento un significativo soggetto in grado di opporsi al salvinismo avanzante, non solo per l’ancora incerta sorte di questo progetto “cattolico”, ma anche e soprattutto per le incerte dinamiche che stanno accompagnando l’avvio del congresso del Partito democratico.

4 commenti

michele:

IO PAPA BERGOGLIO HA DETTO CHE UN BAMBINO NON BATTEZZATO NON è UGUALE A UNO BATTEZZATO

Paolo Crocchiolo:

Ho lavorato vari anni come funzionario dell'ONU e in seguito ho insegnato etica politica all'Università in un corso incentrato sulla dichiarazione universale dei diritti umani. Vorrei osservare che, data l'urgenza di combattere la barbarie nazifascista, era stato ritenuto necessario, nel 1948, stilare un testo universalmente accettato e condiviso cui potessero fare appello tutti i singoli e le comunità che si vedessero negati i diritti umani specificati per consenso unanime nel testo stesso. Dunque, non un testo di parte, ma il meglio che in quelle circostanze potesse essere concepito dai legittimi rappresentanti dei popoli allora concretamente presenti all'ONU. Aspettare che ci fosse una rappresentanza possibilmente più vasta e variegata non sarebbe stato giustificabile. Dunque, non un testo cristiano o di parte, ma fondamentalmente laico proprio anche in linea di principio. Che poi anche i popoli non europei si trovassero d'accordo con principi in gran parte risalenti all'illuminismo non è da ascrivere a colpe riferibili all'eurocentrismo ecc. Più d'una volta i miei studenti mi chiedevano perché la dichiarazione sembrava chiaramente ispirarsi alla sinistra piuttosto che alla destra. La mia risposta era che, una volta concordati e fissati i 30 articoli quale espressione del "minimo comune denominatore" etico su cui si era registrato un consenso generale, non era colpa di nessuno che quei diritti sociali, civili, di genere ecc. , corrispondessero in larga parte a quelli della sinistra

filippo:

Ho l'impressione che la dichiarazione dei diritti dell'uomo abbia avuto la medesima sorte della nostra Costituzione. E' nata in un momento di forte compattezza contro la guerra e il razzismo nazifascista ed è quindi stata scritta dal legislatore con chiari intenti ecumenici e portatori di pace e diritti erga omnes. Che poi la storia e la geografia, ma se vogliamo anche la filosofia e la politica, abbiano preso strade diverse come è accaduto in Italia dopo solo due anni di "vita politicamente agguerrita ma pacifica", è un dato oggi evidente e soprattutto in continuo movimento. Sei mesi di un calendario qualunque possono equivalere a pesanti cambiamenti climatici, a esodi di migliaia di profughi da guerre civili o da fame e miseria, a razzi o navette che esplorano Marte o un altro pianeta per cercare la fonte inesauribile dell'acqua, a un cambiamento radicale delle politiche di un paese come gli USA per il cambio di Presidente. Il legislatore di allora, pur avendo svolto un lavoro egregio sull'uomo e sul cittadino, non poteva prevedere che le genti del mondo avrebbero continuato "la guerra con altri mezzi", soprattutto le genti potenti. Ed eccoci oggi a rimuginare su quello che poteva essere e non è, ma che non sarebbe mai stato possibile, nonostante notevoli esperienze che si sono ispirate ai principi enunciati dalla carta, per la semplice complessità, passatemi l'ossimoro, dell'intero genere umano. Non ricordo poi dalla fine della guerra a oggi un solo anno privo di conflitti nel nome di un popolo o di una "razza". Filippo Agostini

Marcello Vigli:

Nel ringraziare i signori Crocchiolo e Agostini per l’attenzione assicuro di condividere la risposta data dal primo ai suoi studenti, e l’associazione posta dal secondo fra la sorte della Dichiarazione e quella della nostra Carta Costituzionale. Confermo la mia convinzione sulla piena attualità della Dichiarazione che, pur non attuata, costituisce un riferimento insostituibile per quanti auspicano che la globalizzazione diventi la condizione funzionale alla realizzazione di una convivenza planetaria ispirata ai diritti in essa affermati. Solo, infatti, la diffusione nel mondo di condizioni di vita potenzialmente assimilabili fra loro può generare il riconoscimento dell’appartenenza ad una comune “umanità” al di là di ideologie e religioni. Mi permetto invece di insistere sulle caratteristiche della composizione dell’Assemblea dell’Onu che diede vita a quella Dichiarazione, non per rivendicare primati religiosi e culturali, ma solo per sottolineare le condizioni di assoluta “minorità” in cui quella “universalità” venne proclamata e che durano ancora oggi, seppure in contesto e misura diversi. Il riferimento ai “cristiani” era riferito alla connotazione culturale non a quella religiosa del termine. Resta Un ideale comune da raggiungere da tutti i popoli attraverso l’impegno e la lotta da combattere su diversi fronti.