editoriale

SCUOLA REGIONALIZZATA E CHIESA CONDANNATA

Di Marcello Vigli | 20.11.2018


Il ministro della P.I. Marco Bussetti  ha avuto il merito di bloccare sul nascere la proposta del suo collega Marco Salvini di porre fine al valore legale del titolo di studio. Ha, però, condiviso il disegno di legge presentato dalla Lega il 25 ottobre, che promuove la regionalizzazione del sistema scolastico italiano. La proposta di legge si limita alla Regione Veneto ed è inserita in un elenco di altre 22 materie, ma ci sono in preparazione iniziative analoghe per la Lombardia e l’Emilia. In verità la radice della proposta è nella riforma costituzionale dell’articolo V approvata nel 2001 su proposta del centro sinistra. Con essa si attribuivano alle Regioni poteri e prerogative garantiti da un’ampia autonomia legislativa, che, nel caso della legislazione scolastica, consentirebbero innovazioni in grado minare alla radice l’unitarietà del sistema nazionale. Ogni regione potrebbe costruire un proprio sistema scolastico rendendo difficile, se non impossibile, garantire l’esistenza di un titolo di studio con valore nazionale.

Né questo è il solo rischio che corre il sistema da quando, con la radicalizzazione dell’autonomia scolastica, se n’è affidata la gestione a Presidi/manager e non ai Consigli d’Istituto. Progressivamente la Buona Scuola di renziana memoria, sempre meno “alfabetizzata“ e sempre più “robotizzata", ha continuato a perdere la sua funzione istituzionale per assumere progressivamente sempre più quella di servizio all’utenza. Parcheggio nella maggior parte dei casi, strumento di selezione nelle migliori occasioni. Non mancano significative esperienze di resistenza, ma con l’avvento della regionalizzazione, sono destinate a ridursi.

Difficile quindi ipotizzare tutte le altre conseguenze di tale processo, che porrebbe fine  ad una comune acculturazione. Potrebbero ritrovare spazio i dialetti e, di certo, un insegnamento della storia volto a rivendicare visioni parziali del processo unitario stante la permanente presenza di interpretazioni diverse dello stesso processo risorgimentale.

C’è inoltre da temere un aumento della funzione identificativa della presenza della Chiesa in Italia proprio mentre, per la diffusione della secolarizzazione, da un lato, e il rafforzamento di diverse fedi religiose, dall’altro, il valore di tale presenza tende a diminuire.

A tale diminuzione non si rassegna, invece, la gerarchia italiana pur, finalmente, avviata ad adeguarsi all’orientamento pastorale di papa Francesco, come emerge dai lavori della 72ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, che si è svolta in Vaticano dal 12 al 15 novembre convocata dal suo Presidente cardinale Gualtiero Bassetti, che, nella sua introduzione dopo aver recepito l’eredità impegnativa del recente Sinodo sui giovani, ha affrontato l’analisi della situazione del Paese dandone una lettura preoccupata: In un Paese sospeso come il nostro, caratterizzato dalla mancanza di investimenti e di politiche di ampio respiro, gli effetti della crisi economica continuano a farsi sentire in maniera pesante, aumentando l’incertezza e la precarietà, l’infelicità e il rancore. Al posto della moderazione si fa strada la polarizzazione, l’idea che si è arrivati a un punto in cui tutti debbano schierarsi per l’uno o per l’altro, comunque.

Anche loro decidono di schierarsi dichiarando: Come Vescovi non intendiamo stare alla finestra. La Chiesa vuole contribuire alla crescita di una società più libera, plurale e solidale, che lo stesso Stato è chiamato a promuovere e sostenere. In particolare, come Pastori, proprio perché consapevoli delle responsabilità spirituali, educative e materiali di cui siamo portatori, ci riconosciamo attorno a due principi che appartengono alla storia del movimento cattolico di cui siamo parte. Il primo è il servizio al bene ….. Il secondo principio è la laicità della politica.

In verità questo secondo principio va, comunque, letto alla luce di queste parole del segretario di Stato cardinale Pietro Parolin: La laicità delle istituzioni civili in senso non laicistico è radicata nella dignità della persona umana e nella sua vocazione alla ricerca della verità quale creatura libera e responsabile, nonché nella natura non assoluta ma servente dello Stato.

Sembra, quindi, che, nonostante le migliori intenzioni, e l’uso di un linguaggio aggiornato, l’episcopato italiano non abbia colto appieno il radicale mutamento della realtà socio politica del nostro Paese.

Lo denuncia con forza una dichiarazione della sezione italiana di Noi Siamo Chiesa – l’organizzazione radicata in Europa nella quale si riconoscono i cattolici conciliari – che rileva l’inesistenza, nel documento conclusivo dei lavori della stessa assemblea, di più ampi riferimenti alla questione della pedofilia che sta sconvolgendo la vita delle diocesi cattoliche in tutto il mondo. Solo un generico cenno ai ragazzi feriti e alle loro famiglie. Nessun riferimento agli interventi già predisposti in passato che prevedevano anche la denuncia del prete pedofilo alla magistratura, né all’istituzione di un “Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili” con scopi di prevenzione e consulenza a disposizione dei vescovi, per il quale si è anche deciso di trovare referenti in ogni diocesi per un percorso di formazione sul problema.

Ma di tutto questo non si parla nel documento.

Non vi è traccia, neppure, dell’altro gravame che si è abbattuto sulla Chiesa italiana in conseguenza della sentenza della Corte di Giustizia UE che, annullando precedenti decisioni, impone all'Italia il recupero dell'ICI non versata dalla Chiesa: L’Italia deve, quindi, riscuotere le somme dell’Ici non pagate dagli enti ecclesiastici cattolici (e non profit) fra il 2006 e il 2011, quando era in vigore un regime speciale di esenzione. Secondo alcune stime si tratta di 4-5 miliardi di euro. Il governo italiano, per evitare rotture con la Santa Sede sta cercando di evitare l’esborso, non è certo quindi che i Comuni riscuoteranno le tasse non pagate, certo è, invece, che la questione ha riproposto il diverso orientamento di papa Bergoglio, che non è intervenuto come suo solito a commentare la richiesta, e dell’episcopato italiano, subito impegnato in diverso modo a contestare la sentenza.

Molti ricordano una sua dichiarazione del settembre 2015: Se i conventi si trasformano in alberghi è giusto che paghino le tasse come tutti gli altri.

Un commento

martina franca:

E' giusto non perdere di vista il processo unitario d'Italia. Ma anche tacendo errori, cambiamenti opportunistici determinati da localismi del momento e non, silenzi su violenze non conseguenze esclusive della situazione di guerra di molti eroi, pensatori, politici, "fondatori" della Patria, si permette di fomentare lotte attuali di regionalizzazioni, di campanilismi medievali. Ammettere e riconoscere i molti fatti negativi della storia d'Italia non servirebbe a non dare adito ai molti pensieri ed azioni faziose di oggi. Sul Vaticano che dire? l'Autore sembra lodare e sperare nel papa attuale, anche se lui stesso ne annota carenze e contemporaneamente ingerenze nella politica. Forse in un lontano futuro la Chiesa non dovrà essere, come si spera oggi, la chiesa dei poveri, perchè le ingiustizie sociali saranno solo un ricordo. FORSE.