editoriale

QUALE DEMOCRAZIA?

Di Renato Piccini | 07.11.2018


Viviamo in un’Italia triste e sfilacciata, logorata da ormai troppi anni di un potere arrogante e autoritario, in totale disprezzo delle regole democratiche, dove s’incrociano economia-politica-religione.

Non si può accettare questo miscuglio di populismo, ignoranza, corruzione, inganni, menzogna.

Non può rimanere un’illusione la necessità di ritrovare una classe politica degna di questo nome, meno volgare, meno impreparata, meno corrotta, con un progetto reale e presentabile.

Non si può rinunciare a ricostruire un paese dove si rispettino i nuovi molteplici aspetti della vita, una società interculturale e multietnica, basata sul diritto e la condivisione nel pluralismo di culture e visioni del mondo che s’intrecciano e arricchiscono a vicenda.

La cronaca di oggi dimostra come acquisti sempre più spazio una casta di a-politici, di anti-politici che sequestrano la democrazia e sconvolgono le regole del diritto universale[1].

Oggi manca più che mai una cultura che ponga le basi della convivenza civile; una cultura che sia ricerca della verità senza la presunzione di possederla, di averla raggiunta.

Cultura significa impegno, dubbio, a volte “curiosità”, per ampliare la propria conoscenza in ogni campo e avvicinarsi a posizioni diverse dal proprio mondo e dal proprio percorso.

Cultura significa la volontà di conoscere, imparare, apprendere da ogni possibile fonte per avere gli strumenti necessari per ragionare con la propria testa, per esprimere una razionalità ed una coscienza libere.

Cultura è dialogo tra concezioni diverse per avvicinarsi, insieme, alla verità senza lasciarsi condizionare da opinioni più o meno in voga, da una propaganda martellante e incalzante, da tutto ciò che viene ritenuto “ politicamente corretto”.

Manca soprattutto una cultura politica diffusa che faccia uscire dal groviglio che stiamo vivendo.

Platone sottolinea la necessità che sapienza e scienza caratterizzino coloro che governano, saggiamente, la città, altrimenti «lo Stato non avrà tregua dai mali e, credo, neppure il genere umano»[2].

In altre parole “uomini giusti” danno vita ad uno “Stato giusto”; “uomini ingiusti” possono dar vita solo ad uno “Stato ingiusto” perché il microcosmo individuale (etica, rettitudine, onestà…) si riflette nel macrocosmo dello Stato per il “buon governo” che assicura il bene comune.

Un politico deve essere competente, di una vasta cultura e conoscenza, ecc… ecc… ma, per prima cosa deve essere «una brava persona», perché – riprendendo Platone – c’è una correlazione «persona, cittadino, politico: dal microcosmo al macrocosmo, dall’individuo alla collettività, dalla giustizia dell’anima alla giustizia dello Stato. Un modello lineare abbastanza semplice da comprendere, ma che la complessità della vita reale relega inesorabilmente alla sfera dell’utopia»[3].

Oggi c’è una politica non per “servizio” ma per “censo”, non nel vecchio significato, ma per i propri interessi economici, per favorire i poteri finanziari i quali, del resto, permettono la “vittoria”; è sufficiente pensare al potere delle lobby nell’elezione del presidente degli Stati Uniti e alle conseguenze a livello globale che ciò comporta.

La politica, per essere veramente al servizio della collettività e non di interessi privati o partitici, dovrebbe essere l’arte del confronto, del dialogo, della dialettica per aprire orizzonti sempre più vasti e non arroccarsi nelle proprie visioni, posizioni, a difesa di vantaggi e privilegi.

Ma ciò appare sempre più lontano dalla scena politica italiana, dove non esistono più confronto e dialogo, ma accuse, invettive, ingiurie reciproche… è l’unico modo per camuffare l’abuso che si fa del mandato politico; l’insulto è un escamotage a cui si ricorre per nascondere la mancanza di un reale progetto per il paese, per attivare un reale processo democratico aperto ad ogni contributo, nel rispetto della società in cui agisce, libero da pastoie partitiche e da opportunismo.

Platone dice che il potere politico deve essere gestito dai “sapienti”… e fin qui va bene, ma può lasciar perplessi l’affermazione quando si riferisce a coloro che “sanno” e hanno le necessarie competenze… logico, e giusto, ma pericoloso se si intende con questo i famosi “esperti” di cui è pieno il percorso dei governi italiani degli ultimi anni.

La società, un popolo non possono essere retti da una “classe scelta” e ristretta di individui con un potere che va ben oltre le loro capacità e competenze.

Ma qui entra in campo un altro fattore determinante per la vita democratica di una nazione: “i cittadini”.

L’attuale crisi della democrazia è legata al fatto che esiste una massa di “elettori” poco o nulla informati, quando non “disinformati”, privi di una cultura politica almeno basilare e assolutamente inconsapevoli di cosa significa “andare a votare”.

Non si interessano affatto della “cosa pubblica”, non sanno nulla di politica, non si rendono conto che le parole urlate in televisione o nelle piazze li riguardano in prima persona e sono determinanti per il loro presente e futuro, si lasciano convincere dall’ultimo personaggio che ascoltano, si lasciano scegliere da chi accende le loro reazioni più istintive (e degli istinti peggiori), non sanno ben dire perché votano uno schieramento o una persona piuttosto che un’altra…

Sono i “cittadini”, la “gente comune”, la “maggioranza silenziosa”… disinteressati degli affari civili, dell’operato del governo, dei grandi problemi sociali, soprattutto se non li toccano direttamente; si fanno abbindolare dall’ultimo slogan che vien loro propinato, lasciando da parte ogni dubbio, un perché, l’uso di un po’ di ragione…

Si lasciano scegliere, e sono loro che conferiscono ad una minoranza di eletti (spesso incompetenti quando non corrotti) il potere di governare, di fare leggi, di decidere sull’oggi e il domani del paese.

Esiste una cinica manipolazione della società, una continua aggressione mediatica per formare un’opinione pubblica consenziente al potere di turno, anche quando va contro i più elementari interessi della maggioranza.

Oggi forze politiche e bene comune sono sempre più distanti.

La democrazia non è solo un diritto ma un dovere che va ben oltre il voto, che impegna a costruire quella “città dell’uomo” di cui ognuno è soggetto e responsabile, andando oltre e denunciando un’informazione, o meglio disinformazione, che anestetizza la ragione e la coscienza.

I cittadini devono (ri)prendere il ruolo di protagonisti nella società in cui vivono, non devono cedere alla manipolazione mediatica e scegliere persone, partiti, schieramenti, realtà adeguate agli interessi della collettività.

Le delusioni non si superano con la ricerca del nuovo ad ogni costo, da qualunque parte venga, qualsiasi idea segua o proponga, con il rischio di cadere nella più becera anti-politica o, peggio, a-politica.

La vera politica non è una “cosa sporca” da cui tenersi lontani; il “governo della polis” è responsabilità comune, di tutti.

George Orwell scrisse: «Un popolo che elegge corrotti, impostori, ladri e traditori, non è vittima! È complice!».

Il problema non è solo l’inadeguatezza e l’improvvisazione – da cui deriva la mancanza di autorevolezza anche in campo internazionale –, il cinismo di gran parte dell’attuale classe dirigente; la responsabilità non è solo di chi l’ha prodotta e la sostiene utilizzandola per i propri fini… la “colpa” è anche delle moltitudini che si lasciano facilmente strumentalizzare per la loro ignoranza politica, l’indifferenza culturale, la chiusura nel proprio privato delegando ad altri soluzioni che non verranno mai.

C’è in Italia (e non solo) un drammatico deficit di cultura politica in senso lato. Su questa ignoranza si basa la non-politica, il disprezzo di uno Stato di diritto, la manipolazione delle coscienze, il culto dell’“avere” in contrapposizione all’“essere”.

Sì, certo, interessi economici e politici, attraverso mass-media e innumerevoli mezzi di comunicazione, sono stati e sono determinanti, ma c’è anche il fallimento di presenza e di “educazione” da parte di alcune istituzioni essenziali per la vita politico-civile come i sindacati e i partiti.

Da molti anni sono state praticamente chiuse le loro scuole di formazione perché considerate non sostenibili economicamente, un peso da gettar via; la formazione non è più ritenuta una risorsa indispensabile per far fronte alle sfide della storia.

È, di fatto, inutile e superflua una formazione a tutto campo per delegati sindacali, iscritti, persone interessate ad un impegno politico quando ci si allontana sempre più da un coinvolgimento della base ed i giochi di potere si fanno intorno a tavoli sempre più ridotti.

Si ignorò (si volle ignorare) che l’educazione politica non può rifarsi a logiche economiche di costi e di gestione, di perdite e di profitti… ma è elemento essenziale per un accesso il più possibile aperto ed esteso a strumenti ed occasioni di formazione, come opportunità di comprensione e di presenza nella vita civile con il coinvolgimento del maggior numero di persone; si sottovalutò l’importanza di una preparazione che permetta di essere protagonisti nell’affrontare le sfide aperte dell’oggi e divenire un attivo e consapevole soggetto di cambiamento.

Vittorio Foa affermava:

«Politica non è solo comando, è anche resistenza al comando; politica non è, come in genere si pensa, solo governo della gente, politica è aiutare la gente a governarsi da sé»[4].

Logicamente le diverse organizzazioni si basavano su valori diversi e basi culturali diverse, strutture e dinamiche interne differenti; ognuna “insegnava” il proprio pensiero, con una particolare ottica e lettura, con metodologie e mezzi diversi… eppure sono state definite “prove di democrazia dal basso”.

Un alto numero di giovani e meno giovani, uomini e donne di differenti strati sociali, provenienti da ambienti e situazioni più disparate s’incontravano, si confrontavano, si preparavano ad agire nella loro realtà, pronti al dissenso e alla denuncia, alla partecipazione cosciente e consapevole nella vita sociale; sapevano cosa volevano raggiungere e imparavano a capire con più facilità cosa si nascondeva dietro il “politichese”. Al di là di differenze, contrasti, interpretazioni distanti si espandeva una cultura di parte, ma diffusa e cosciente che preparava persone responsabili e impegnate.

Con il tempo si chiusero (o per lo meno si svuotarono di significato) anche i luoghi d’incontro e discussione delle varie forze, presenti in agni angolo d’Italia, l’ossatura di base a difesa e garanzia della democrazia. E poco a poco si diluirono sino a tacere le discussioni, la passione, la presenza, l’impegno…

Anche ai tavolini dei bar non si parlava solo di calcio ma di politica, non quella di oggi fatta di slogan e di irrazionalità, ma di “ragioni”, di partecipazione; un discorso continuo che faceva crescere tutti nella consapevolezza del proprio pensiero; si scavava più a fondo, si definivano meglio i problemi e la ricerca di soluzioni… si realizzava nella quotidianità il pensiero di don Milani: «Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica», infatti, come scrisse Vittorio Foa: «l’identità collettiva non parte dall’omogeneità ma dalla diversità»[5].

Alcune sue osservazioni aiutano a comprendere il clima del periodo

«La protesta operaia era anche una linea teorica e pratica che collegava le rivendicazioni immediate alle strategie di trasformazione, saldava tempo presente e tempo futuro, unificava il soggetto della lotta per la trasformazione con quello della gestione della società futura. […] Lo sciopero era affermazione di identità, non era un tempo negativo, un vuoto di lavoro: era un tempo pieno, una presa di parola, la rottura del silenzio della disciplina industriale»[6].

Con la chiusura dei centri di formazione, il “potere” di ogni istituzione ebbe le mani più libere perché il controllo della base si diluiva sempre più, i programmi politici sempre più evanescenti, la propaganda sempre più vuota di significato e di impegno, la comunicazione sempre più ridotta…

Siamo così arrivati al twitter di oggi dove politici (e non solo) di ogni parte del mondo, in pochissime parole, comunicano posizioni, diffondono interpretazioni e menzogne, fanno conoscere decisioni vitali per una comunità, un paese, un continente, l’umanità intera.

E il dibattito politico, sociale, culturale si esaurisce in poche battute, spesso espressione di pensieri di bassa lega.

Non esiste più, o è ridotto al minimo, il dibattito in cui posizioni diverse si mettono a confronto, in un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori e, soprattutto, senza insulti, accuse, ironie reciproche.

La mancanza di una cultura reale, aperta ad ogni “contaminazione” porta a società chiuse, ipocrite, violente nel linguaggio e nelle azioni, “orgogliose della propria ignoranza”, basta ripetere a pappagallo pochi slogan senza verificarne veridicità e validità.

Sembra così esser giunti a quanto Isaac Asimov, già all’inizio degli anni ‘80, definiva “un culto dell’ignoranza”[7]: «Una vena di anti-intellettualismo si è insinuata nei gangli vitali della nostra vita politica e culturale, alimentata dal falso concetto che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”».

Niente sembra identificare meglio la povertà culturale dell’attuale classe politica, di gran parte della società italiana.

Bisogna aprire gli spazi ad un’alfabetizzazione alla democrazia, ai principi della Costituzione, ad un habitus politico che faccia uscire da un analfabetismo civico-sociale diffuso per mettere in atto almeno le premesse di una formazione permanente che superi e impedisca di giungere in futuro ad una deriva come quella attuale.

 



[1] In un’intervista di Miguel Mora – El Pais 12-12-2010 – Stefano Rodotà, alla domanda se aveva mai pensato che avrebbe, in qualche modo, rimpianto il periodo della DC, rispose: «Quei politici avevano un’altra statura culturale. Le discussioni in Parlamento tra DC e PCI erano ad un livello impressionante. Molti erano veramente laici, avevano più senso della misura e più rispetto»… e Rodotà non era certo un nostalgico, ma una mente aperta e lungimirante, laico e di grande onestà e preparazione intellettuale.

[2] Platone, La Repubblica, in Opere Complete vol. VI, UNIVERSALE LATERZA 1973

[3] Duccio Rossi, Perché leggere i classici, www.toscanalibri.it  23-03-2011

[4] Vittorio Foa, La Gerusalemme rimandata, EINAUDI 1985

[5] Vittorio Foa, Idem

[6] Idem

[7] Isaac Asimov, “Un culto dell’ignoranza”, Newsweek – 21 gennaio 1980

 

(Il disegno è tratto da: https://www.studentville.it/)

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