editoriale

IL LINGUAGGIO POLITICO DELL’ATTUALE GOVERNO (E NON DELL’ATTUALE, SOLTANTO)

Di Attilio Tempestini | 30.10.2018


Quali requisiti si può ritenere debba avere, il linguaggio della vita politica di un paese? Proverò ad indicarne alcuni che, in rapporto all’attuale situazione italiana, possiamo senza pretese di particolare originalità individuare se si tiene conto sia dell’importanza dei problemi, con cui la dimensione della politica si confronta. Sia di un’esigenza di rispetto -il quale ha a che fare, pure con la laicità latamente intesa- tra i personaggi sulla scena politica; nonché di rispetto, per chi nei confronti di tale scena rappresenta la platea.

Ecco, allora, quattro requisiti: tutti esprimibili in chiave di “non”. Un primo requisito è un linguaggio non banale: e certamente siamo sul piano della banalità, allorché nella polemica fra i partiti di governo sorta in tema di condono fiscale, Salvini dichiara “comincio ad arrabbiarmi” e “non voglio passare per scemo”, Di Maio risponde “io non posso passare per bugiardo”. Va da sé che è ancor peggio, quando la banalità si presenta -come talora si è, presentata- sotto forma di trivialità, o di insulti.

Secondo requisito: un linguaggio il quale non faccia perno su egocentrismi. Anche al riguardo, le parole appena riportate di Salvini e Di Maio calzano a pennello: mostrando una personalizzazione che tende a mettere fra parentesi le questioni in gioco. Per la verità, non si può dire che egocentrismi del genere costituiscano una novità assoluta. Già Berlusconi diceva che chi si opponeva ai governi da lui presieduti nutriva odio verso Berlusconi stesso e pure Renzi è venuto, in qualche misura, ad argomenti del genere.

Terzo requisito: un linguaggio il quale non tenda a ridurre la politica ad una dimensione, di mero diritto privato e più specificamente contrattuale. Mentre è di un “contratto” che le due attuali forze di governo parlano, per indicare la loro intesa: cosicché l’ampiezza e la peculiarietà, di quella dimensione politica che nel nostro paese ha come sua cornice l’intera Costituzione, tendono ad essere collocate in secondo piano da un vocabolo, che designa un accordo su rapporti giuridici di tipo patrimoniale. Anche qui, evidentemente, non mancano i precedenti: il “contratto con gli italiani” firmato da Berlusconi.

Quarto ed ultimo requisito: non contraddirsi. Il Movimento 5 stelle proclamava come sua istanza fondamentale, l’onestà: ma adesso risulta pur sempre partecipe nell’assicurare, a comportamenti fiscalmente disonesti, agevolazioni di rilievo -in nome della “pace fiscale”: un’espressione che pone sullo stesso piano, gli uffici tributari e chi evade i tributi-. Dal canto suo, Salvini mostra verso chi ha violato le leggi fiscali, un’indulgenza pressoché senza limiti: e nel contempo pretende il rispetto della legge, quanto al fenomeno dell’immigrazione. La legge che piace al segretario della Lega è, indubbiamente, quella che come scriveva sarcasticamente Anatole France “proibisce così al ricco come al povero di dormire sotto i ponti”!

In conclusione, sarà sì possibile ritenere che un generale degrado del linguaggio politico venga favorito dal mutamento, negli ultimi decenni, dei mezzi di comunicazione: ritenere insomma che, secondo la nota formula “il mezzo è il messaggio”, scrivere un editoriale sia cosa diversa e richieda maggior impegno, che lanciare un’invettiva su Twitter. Una dimensione politica però, degna di tal nome, dovrebbe ben avere l’energia per fronteggiare e non semplicemente subire, le altre dimensioni: da quella dei mezzi di comunicazione, a quella economica!

Un commento

Alvise Sgorlon:

Tutto vero: nessuno dei quattro requisiti è appannaggio dei nostri politici. Ma da quando questo accade? Da che cosa dipende il decadimento culturale anche di chi elegge i nostri rappresentanti? Non mi piace fare il passatista, ma non posso non far notare che prima del ventennio berlusconiano, anzi prima ancora, con la riforma Luigi Berlinguer della scuola è iniziato il declino. Ma allora eravamo in pochi ad accorgersene e ed a lottare per cercare di ottenere eletti ed elettori meno impreparati anche dal punto di vista della cultura generale.