editoriale

LAICITÀ SENZA AGGETTIVI

Di Marcello Vigli | 11.10.2018


Sono in molti oggi a dichiararsi laici.

Forse conviene soffermarsi a riscostruire il significato che oggi assume questa dichiarazione oltre il tradizionale riferimento al conflitto fra Stato italiano e Santa Sede. Sono lontani i tempi in cui laici erano chiamati i tre piccoli partiti ispirati alle tradizioni liberali, mazziniana e socialdemocratica. Più coerentemente la laicità era evocata per il diffuso insorgere di gruppi politici espressi dalle comunità cristiane non cattoliche. Anche gruppi politici di ispirazione cattolica, però, per significare la loro autonomia dalla gerarchia ecclesiastica si dichiaravano laici.

Ancor più diffuso è, oggi, l’uso del termine per indicare i cattolici, laici e chierici, presenti ormai in tutti gli schieramenti politici, in assenza di quelli considerati assolutamente incompatibili per la loro ispirazione marxista. Del resto, oggi è irrilevante il valore delle caratterizzazioni “ideologiche” dei partiti: anche quelli che si dichiarano fascisti sono solo antidemocratici e statalisti.

Ciò detto, in verità, il riconoscimento del valore della laicità non si traduce, in Italia, nella sua accettazione quale criterio ispiratore dei rapporti sociali. L’esempio più evidente è dato dal Regime concordatario; le Istituzioni e i privilegi che ne derivano per le chiese non sono considerati violazione del principio di uguaglianza, fondamento della convivenza democratica. Né tale violazione perderebbe valore se, estendendo i privilegi che ne derivano a tutte le altre confessioni religiose, si limitasse l’emarginazione che ne deriva. Uguale conclusione si dovrebbe trarre se si pretendesse di attribuire un regime speciale ad una qualche ideologia.

Diventa pertanto necessario riaffermare con chiarezza il principio che, pur in contrasto con queste realtà, in una convivenza democratica nessuna religione o ideologia può essere considerata preminente, anche se professata o condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini. La convivenza democratica esige che i cittadini abbiano uguali diritti e doveri; diritto, quindi, ad avere anche una propria visione del mondo ed un codice di comportamento, purché non si pretenda per questo posizioni privilegiate né, tanto meno, lo inducano a violare le comuni norme di convivenza sancite dalle leggi.

È questa uguaglianza a dare fondamento alla laicità. Dal tempo in cui fu sancito che nessuna autorità, regia o papalina, fosse derivata da dio, nessuno, uomo o donna, può esercitarla senza il mandato o il consenso di quelli che ne diventano oggetto. Analogamente nessuno può pretendere che la Verità in cui crede debba essere condivisa dagli altri membri della comunità, pur se può presentarla fra le idee e i valori da loro proposti. Nel confronto ciascuno matura una sua personale visione del mondo che traduce nel quotidiano rapporto con gli altri cittadini, consapevole che da esso possono derivare consensi e dissensi idonei a creare un patrimonio di idee e di valori sufficiente a dare sostanza alla vita comune, ma non una visione incontrovertibile: una verità

In assenza di verità si può vivere di certezze!

Altra cosa è infatti il “certo”: lo diventa un evento con la sua evidenza o un’affermazione garantita da prove inconfutabili. Per il resto sono le convinzioni personali, fatte di quanto resta della formazione scolastica e delle proposte culturali e politiche successivamente acquisite e condivise, a costituire il bagaglio culturale, in continua evoluzione e arricchimento, con cui ciascuno partecipa alla vita sociale.

Laico è chi riconosce il diritto degli altri ad avere ciascuno un proprio bagaglio di idee e di valori pur senza rinunciare al diritto a dissentire e a criticare, nel merito, le proposte dell’interlocutore, non contestando, però, il suo diritto ad averle ed ad esprimerle.

Ben oltre la tolleranza!

In questa prospettiva la laicità diventa il metro per valutare il livello e la qualità della democrazia nei diversi paesi, non più solo la ricerca di un corretto rapporto fra Stato e Chiesa o la rivendicazione della fine di tale rapporto, pur se, oggi, proprio questa rivendicazione, diventa discriminante per una laicità senza aggettivi.

Un commento

marcella mariani:

Un articolo chiarissimo e condivisibile ma allacciandomi agli ultimi riferimenti alla Chesa ed ai rapporti con lo Stato mi chiedo come si può coniugare la laicità con le recenti dichiarazioni di Papa Francesco. Certo non si può pretendere un atteggiamento laico da parte della CHIESA nell'esercizio delle sue funzioni religiose ma quando si palesa una pesante interferenza con lo Stato e si arriva a definire sicario un medico nello svolgimento legittimo del suo lavoro mi chiedo se non dovrebbero esserci dei paletti al di là dei quali anche la Chiesa dovrebbe assumere una posizione laica