editoriale

PEDOFILIA E FRATERNITÀ

Di Attilio Tempestini | 26.09.2018


Alle ricorrenti vicende, che in materia sessuale ed in particolare di pedofilia coinvolgono ormai da parecchi anni la Chiesa cattolica, si può guardare prendendo le mosse da un argomento cui negli ultimi lustri è stato fatto ampio ricorso per dare, a questa Chiesa, più di ciò che le attribuirebbe una par condicio. Si sostiene cioè, che in tanto (per esempio) il crocifisso deve esser presente nelle scuole pubbliche, in quanto rappresenta l’intero popolo: simbolo com’è di universalismo, di fraternità, ecc.

Siamo di fronte, però, ad un gracile sofisma. Simbolo di fraternità? Bisognerebbe quanto meno, fissare un termine a quo: se non si ritiene che la fraternità comprenda anche le crociate, o la ben più recente mancanza di condanne per le politiche antiebraiche di fascismo e nazismo. D’altronde, anche qualora si trattasse di una fraternità non compromessa dal passato, perché mai chi la ritiene ben rappresentata da simboli di una religione dovrebbe prevalere su chi la vede meglio rappresentata, da simboli diversi?

Un sofisma, del genere, sorreggeva un editoriale che Carlo Cardia ha scritto su “L’avvenire” nello scorso luglio: per sostenere che i crocifissi in sedi pubbliche sono necessari -pur se non quanti, ne richiede Salvini-. Cardia inquadrava il discorso, nel concetto di “laicità positiva”: un ossimoro vero e proprio, giacché se la laicità ha sul piano delle istituzioni un senso è perché l’aggettivo, che le risulta addirittura implicito, è “neutra”. Ma tornando al nostro sofisma, il motivo della fraternità che vi si rinviene lo si può contestare anche partendo dalle suddette vicende di pedofilia.

Chi potrebbe affermare, cioè, che in generale siano vicende venute alla luce su iniziativa della Chiesa medesima? Che quest’ultima abbia, con atteggiamento universalistico, ritenuto che per le vicende in questione vadano affrontate si appartenga o no al clero, le sanzioni previste dallo Stato? Su questo aspetto, di diritto penale, non ripeterò le considerazioni appena svolte da Valerio Pocar in “Non mollare”. Aggiungo peraltro, con riferimento al Salvemini il quale caratterizzava i laici per il fatto di pensare che quanto rappresenta un peccato non rappresenti sol perciò un reato, che dal canto suo la Chiesa si caratterizza per l’impegno a far sì che i peccati, del clero, non diventino reati.

In effetti l’assunto della Chiesa, di essere una “societas perfecta”, non resta privo di conseguenze al riguardo. Giacché la perfezione in parola sta a significare un‘autosufficienza: ed ecco allora che una fraternità, secondo la quale tutte le persone sono uguali, cede il passo alla convinzione che le questioni riguardanti il clero vadano viste, come interna corporis.

Concluderei, con un approfondimento (non sono certamente il primo a venirvi) sul concetto di fraternità. Questa infatti, come metaforico rapporto di parentela, può intendersi sì in termini, circoscritti a loro stessi; ma può anche intendersi, come correlata all’esistenza di un genitore, di rango divino, il quale sulla propria prole abbia la massima autorità e la esprima, attraverso un clero. In questa seconda accezione, evidentemente le premesse ci sono tutte perché fratellanza non sia proprio la stessa cosa, che uguaglianza.

Un commento

Antonio Colarizzi:

Ho trovato questo articolo acuto e ben argomentato come capita raramente di leggere. Tempestini ha il mio accordo totale (per quanto possa valere) su ciò che ha scritto oltre ad avermi dato spunti di riflessione nuovi.