editoriale

IO PUNTO IL DITO

Di Giovanni Fioravanti | 19.09.2018


Non si sa che giudizio esprimere. Se siamo un paese totalmente analfabeta in termini di cultura laica, di sensibilità istituzionale, di rispetto di sé e della propria identità costituzionale o un paese che ha ormai irrimediabilmente confuso le stanze del Quirinale con quelle del Vaticano.

Certo è che il costume della catechesi cattolica fin dall’infanzia produce cervelli incapaci di intendere il concetto di laicità, e a farne le spese siamo tutti noi, che semmai da quella manipolazione siamo riusciti a liberarci.

Accade il 15 settembre scorso che il discorso del Papa contro la mafia venga considerato più importante delle parole del Presidente della Repubblica in difesa della libertà di stampa. Così nella giornata tutte le edizioni del  Tg1 aprono con il servizio da Palermo sul pontefice.

Che il Presidente della Repubblica venga dopo il capo di una Chiesa, sia pure universale, è una mortificazione per il paese e per i suoi cittadini che quel presidente rappresenta, tra l’altro per biografia personale simbolo del sacrificio e del prezzo pagato nella lotta contro la mafia. Ma le sensibilità tra noi sono da tempo malate.

Non credo che i giornalisti della televisione di Stato ritengano  la lotta alla mafia più importante della libertà di stampa che è condizione imprescindibile di ogni battaglia contro corruzione e malaffare. Penso invece che le scelte della redazione del Tg1 siano la dimostrazione di quanto ancora sia gracile la libertà di stampa nel nostro paese.

Il guaio è che questi non sono incidenti di percorso, gaffe dell’informazione, è che al paese reale va bene così, e neppure se ne accorge. Occorre sempre qualcuno che si levi a puntare il dito.

Le chiese sono vuote, ma il gene di dio resiste e il verbo della cattedra di san Pietro tiene banco nell’informazione di Stato quotidiana.

La sensazione che se ne ricava ha sempre un retrogusto amaro. Tutto ciò non è l’espressione di una convinta adesione alla predicazione della Chiesa, come se si fosse la redazione dell’Osservatore Romano o dell’Avvenire, l’impressione è sempre quella che ci ha svelato Lippmann: la manipolazione dell’opinione pubblica. Una dose di religiosità non guasta nella vita quotidiana delle persone, aiuta a reggere l’urto della realtà, specie se questa si fa sempre più cruda per tanti. È la dose di droga libera, di oppio gratuito, per evadere nei sublimi spazi del trascendentale.

Ma trattare la gente come se si fosse i catechisti della parrocchia ormai è insopportabile, è segno di una vergognosa arroganza, di un disprezzo per le persone, per la collettività considerata solo un’utenza da evangelizzare tra ricette di cucina e spot pubblicitari sull’incontinenza, la prostata e i meteorismi intestinali.

Questa è la cultura che ci propinano, questa l’idea di paese su cui fonda i suoi palinsesti la televisione pubblica, non c’è dunque da stupirsi se populismo e sovranismo si tirano dietro oltre il sessanta per cento dell’elettorato italiano.

Il ’48 democristiano non è mai tramontato. Gli anni sono passati ma il paese è sempre quello, con i vizi della propaganda, dei manipolatori del pensiero collettivo, gli allevatori delle coscienze che addomesticano e intorpidiscono le intelligenze. Spaventano i costrutti mentali di chi pensa che tutto ciò sia normale, le formae mentis  dei miei concittadini, le deviazioni e le storture che si portano dentro nei cervelli, non c’è da stupirsi se poi  un ministro della famiglia con sorprendente disinvoltura promette la fine di aborto e divorzio.

Mattarella dopo Bergoglio e nessuno trova alcunché da ridire, è normale anteporre alle parole del Presidente della Repubblica quelle del Papa. Sessanta milioni di italiani vengono dopo la chiesa cattolica. Questo è il costo insopportabile del canone che paghiamo alla televisione di Stato, a una commissione di vigilanza preoccupata solo di spartirsi gli spazi delle proprie appartenenze politiche, priva delle più elementari sensibilità in merito allo Stato, alle sue istituzioni, alla sua laicità.

2 commenti

Paolo Stefanelli:

Bello! Interessantissimo! Ben argomentato! Purtroppo troppo pochi saranno quelli che lo leggeranno. Ancora troppi, ingenuamente non osservanti o addirittura non credenti, hanno la mente sottomessa da quel catechismo infantile che "male non fa. Meglio in Parrocchia che altrove". L'assuefazione al pensiero che qualcuno risolverà i nostri problemi (anche se non si penserà più che a farlo sarà un dio) porta a dipendere da un leader, unun dittatore, un capo o, comunque, da qualcuno che ci dirà cosa fare, cosa è bene e cosa è male. Pensare, se non si è allenati a farlo, è troppo faticoso.

Paola Re:

Ho notato pure io questa nefandezza televisiva ma ormai sono talmente tante le nefandezze della televisione, soprattutto quella pubblica, da non destare più turbamento. Comunque, nel mio piccolo, posso dire che anche nella città in cui abito, Tortona, il Comune è una sorta di succursale della diocesi (che a Tortona costituisce il vero governo della città). Ovunque si cammini all’interno del palazzo municipale e negli uffici delle sedi distaccate, si vedono crocifissi, statuine, ritratti di don Orione (che per i Tortonesi è quasi pari a dio), santini . In biblioteca, alla reception si viene accolti dalla cartolina della madonna (non mi ricordo che madonna sia). Il sindaco, per quanto sia presenzialista (soprattutto adesso che ha annunciato la sua ricandidatura), non supera in prestigio il vescovo che, quando apre bocca, guadagna fiumi di parole sui giornali locali. Comunque su una cosa l’articolo forse non dice il vero: mi pare eccessivo scrivere che le chiese sono vuote. A me pare che siano parecchio affollate. Purtroppo.