editoriale

LA CONFRATERNITA DEL ROSARIO

Di Giovanni Fioravanti | 20.08.2018


Pare che non ci sia nessun problema ad esibire rosari al collo e medagliette di Maria ausiliatrice da parte dei giornalisti del TG uno. È del tutto normale, sta nella libertà che ognuno ha d’acconciarsi, specie se fervente cattolico. Ciò significa che per il futuro vedremo giornalisti esibire in diretta televisiva le icone delle loro appartenenze sociali, politiche e religiose, come forme di identità e coerenza, attraverso la testimonianza coraggiosa della propria fede e delle proprie convinzioni. Attendiamo i Pastafariani con il colino in testa. Non siamo un paese laico, siamo molto di più, un paese pluralista e multiculturale, dove ognuno liberamente può esibire le insegne della propria tribù.

È la nuova linea. Credevate che volessero imporre per legge l’esposizione dei crocifissi con il Cristo agonizzante in tutti i luoghi pubblici dalle scuole agli ospedali, dalle dogane agli aeroporti, no, vi siete ingannati. Non è l’avvento dell’oscurantismo, al contrario è l’apertura alla pluralità delle tradizioni, delle culture e delle sensibilità, a partire da quella cristiana.

Presto in tv vedremo giornaliste in chador leggere le notizie, oltre ai quotidiani ragguagli sul verbo e sui viaggi del pontefice, avremo informazioni anche sul grande rabbinato di Israele e sull’Imam capo della comunità islamica, sulle chiese Avventiste, Metodiste e Ortodosse.

Ma sono i segni e le loro significazioni che storicamente fanno la cultura dell’uomo e i segni, come la parola, sono i mediatori della comunicazione, che se passa per la televisione pubblica non è più privata, non riguarda più soltanto la tua identità, il tuo vissuto, riguarda la storia di tutti noi. La storia che un giorno accendi il televisore per ascoltare le notizie del Tg uno delle 13,30 e ti compare una giornalista che porta appesa al collo una corona del rosario, come le vecchie in processione della mia infanzia.

La corona del rosario si accompagna alla preghiera a carattere litanico, alle Confraternite del Santo Rosario istituite dall’ordine dei frati predicatori per via che la Madonna apparve al loro fondatore, raccontano, san Domenico, facendogli dono del rosario. La vicenda è narrata dal ciclo di tutte le Madonne del rosario che si trovano raffigurate un po’ in tutte le chiese.

Siamo alla gratuita esibizione di un atto di culto, di una pratica di devozione, all’ostentazione della preghiera e del proprio bigottismo, che non c’entrano nulla con il lavoro e la deontologia professionale di un giornalista del servizio pubblico.

Se il crocifisso viene rivendicato come simbolo delle nostre radici cristiani, la corona del rosario proprio con le radici non c’entra nulla, per di più consacrata come pratica devota da Pio V all’indomani del Concilio di Trento, con un afrore di controriforma.

Viene il sospetto che tra iniziative della Lega e televisione di Stato, che espone rosari al collo di giornaliste che si proclamano folgorate sulla via di Damasco, ci sia una parte di chiesa cattolica che sta tentando di recuperare il terreno perduto. Una sorta di risarcimento alla tradizione apostolica e romana per lo spazio riservato ad un papa ritenuto non sempre ortodosso. Ma francamente sono affari loro, non nostri.

A noi non piace la prepotenza dei vangeli che invece di porgere l’altra guancia ti impongono la loro buona novella. La questione degli dei, anche se ostentata da crocifissi e  corone del rosario, resta primitiva, mitologica, offensiva per ogni mente razionale e soprattutto umiliante per le intelligenze che non accettano di essere abbindolate dai pifferai magici delle teologie.

Una caduta di stile, uno scivolone nel becero che anche i clerici più proni alla Conferenza episcopale italiana avrebbero dovuto avere il buon gusto di evitare.

Dovremmo imparare che il rispetto della dignità delle persone passa innanzitutto nel tenere per sé superstizioni e scaramanzie, evitare di ostentare croci come gobbi e cornetti rossi, in un carnevale di paccottiglie religiose come una sorta di sfida, di urto in faccia a chi osa non credere come te, a chi come te non è baciato dalla grazia della fede.

Per uno spirito laico ogni zelo religioso pone a disagio, per la mortificazione della libertà personale che rappresenta, per l’angustia di pensiero che l’accompagna, ma nello stesso tempo è di uno spirito laico il volterriano non la penso come te ma sono disposto a dare la mia vita perché tu sia libero di esprimerti.

Ma la televisione pubblica è un’altra cosa, e il fatto che per difenderne il carattere pubblico e laico paghiamo il canone, pone tutti i teleutenti sullo stesso piano dei diritti, credenti e no. Per intenderci o tutti o nessuno. O ognuno ha il diritto di innalzare davanti alle telecamere, mentre assolve al servizio pubblico di informazione, le proprie insegne ideologiche, culturali e religiose o nessuno. La condizione di utenti che pagano una tassa per avere un servizio pubblico il più possibile oggettivo non ammette né deroghe né scivoloni, perché in questo caso il carattere di affidabilità e di imparzialità del servizio pagato con i soldi dei cittadini verrebbe meno e quei soldi costituirebbero un furto nei confronti di chi è costretto a pagare una tassa per consentire la propaganda di parte e di superstizioni.

Evidentemente la commissione di vigilanza della Rai per la laicità del servizio pubblico ha una sensibilità come la pelle degli elefanti, e nessuno dei suoi componenti, a partire dai pentastellati novelli piagnoni del cambiamento, è in grado di accorgersi di quanto strida e sappia di villania quella corona appesa al collo di una dipendente dell’azienda, tanto anche questi sono imbevuti di cattolicesimo d’accatto, a partire dal loro leader devoto di san Gennaro e del culto del suo sangue.

 

Un commento

martina franca:

È vero, si tratta di cristianesimo di accatto, sia che si tratti di una ostentazione voluta della propria appartenenza al cattolicesimo ed anche se si tratti di un vezzo, perchè "quella coroncina è così carina che è un peccato che nessuno la veda". Ad un mio commento rivolto ad una signora "molto bene" che esibiva una collana con un enorme crocifisso, questa mi rispose "No!, no! è di moda!". Ho conosciuto e conosco credenti cattoliche molto serie (non molte per la verità) che mai utilizzerebbero il simbolo della loro Fede, la Croce, come esibizione di identità, o come oggetto ornamentale. Vere laiche e veri laici credenti che sebbene con molta difficoltà testimoniano non soltanto rispetto per chi non è dei loro, ma anche rispetto in ciò in cui credono. Non è un distintivo che qualifica ciò in cui crediamo, bensì è ciò che facciamo. Ma tant'è ricordo che qualche anno fà qualcuno impose la croce nelle aule scolastiche in quanto di tratterebbe di un pezzo di arredamento quindi obbligatorio, proprio come la lavagna e le sedie in cui sedersi.