editoriale

LE COALIZIONI DI GOVERNO, “CON CHI CI STA”

Di Attilio Tempestini | 28.03.2018


Quali sono i motivi che portano, in un parlamento, alla nascita di una determinata coalizione di governo? Ad un governo di coalizione si punta (in linea di massima) nel caso di parlamenti, come quello italiano eletto qualche settimana fa: nessun partito, o alleanza di partiti, ha conseguito la maggioranza assoluta cioè più della metà dei seggi. Per la precisione, troviamo in questo parlamento tre principali soggetti politici: con i seguenti seggi -almeno stando ai risultati che, nel sito del Ministero dell’Interno, vedo una ventina di giorni dopo le elezioni ancora indicati come “provvisori”; davvero un sistema elettorale, ben congegnato!-.

Sui cioè 630 seggi, della Camera, 260 sono andati all’alleanza di centro-destra. 221, ai 5 Stelle. 108, al Partito democratico. Mentre sui 315 seggi del Senato, 135 sono andati all’alleanza di centro-destra. 112, ai 5 Stelle. 54, al Partito Democratico (partito che per i due rami del parlamento, considero in sé e per sé: giacché nell’alleanza di cui esso faceva parte, soltanto 2 seggi alla Camera ed 1 al Senato sono andati alla SVP, mentre altre due formazioni hanno ottenuto ciascuna, 1 seggio alla Camera ed 1 al Senato).

Ora, la maggioranza assoluta sarebbe raggiunta qualunque delle coalizioni “a due” si formasse, in seno a questa terna di soggetti. Viene in mente quel parlamento -unicamerale- eletto in Lussemburgo nel 1959, cui per un simmetrico equilibrio di forze rivolgeva l’attenzione il politologo olandese Lijpahrt nel noto libro, Le democrazie contemporanee. Su 52 seggi, di tale parlamento, infatti 11 andavano al partito liberale, 21 al partito cristiano sociale, 17 al partito socialista, cosicché erano possibili sia una coalizione fra il primo partito ed il terzo: basata sull’essere, entrambi, forze politiche prive di un riferimento alla religione. Sia una coalizione del secondo partito, col primo o col terzo: basata su una contiguità in quel campo economico-sociale, al quale secondo Lijphart (e non lui soltanto) si riferisce la contrapposizione fra da un lato una destra, caratterizzata da liberismo, avversione al welfare state ecc.; dall’altro una sinistra, con caratteristiche di tipo opposto. Fu proprio tale contiguità, a prevalere in Lussemburgo nel 1959; così come -riscontrava Lijphart- per la grande maggioranza delle coalizioni, formatesi in una ventina di Stati nel corso di vari decenni.

Esaminiamolo allora, l’attuale caso italiano, sulla falsariga di questo precedente. Quanto alla religione, indubbiamente manca un partito che al tema della religione dia risalto già per il fatto di, nella denominazione, menzionare una religione. Ciò non toglie che differenze emergano, se si considera (via via) una alleanza di centro-destra, nella quale il segretario del partito più votato ha, in un comizio, ostentato un rosario -parlerei però di una religiosità, trasversale: funzionale, cioè, a posizioni xenofobe-. Un Movimento 5 Stelle, il quale in materia di religione presenta una linea alquanto sfumata. Un PD, che durante la legislatura alle spalle ha dato il maggior contributo al varo di un paio di leggi, sgradite alla Chiesa cattolica (ma che l’interesse per temi, come le unioni civili, non lo ha esteso a temi come l’8 per mille).

Quanto poi, alla dimensione economico-sociale, l’alleanza di centro-destra presenta già dandosi questa etichetta, una collocazione “spaziale”: ed effettivamente guardano a destra, punti programmatici come la flat tax. I 5 Stelle mostrano, anche qui, un profilo poco netto: ecco Di Maio affermare che la distinzione fra destra e sinistra è superata -e sembra considerare tale sua affermazione, una novità, mentre cose del genere già le diceva ad esempio Amintore Fanfani una sessantina d’anni fa-; ma ecco, nel contempo, guardare a sinistra punti del programma elettorale, come il ripristino dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Infine, il PD si è nella scorsa legislatura caratterizzato soprattutto per politiche liberiste.

Tanto nella dimensione religiosa, quanto nella dimensione economico-sociale, in effetti l’arco delle differenze fra i tre soggetti in questione appare meno ampio che per i partiti della vicenda lussemburghese considerata da Lijphart. Si potrebbe considerare come conseguenza, anche di ciò, se vediamo altri fattori aver rilievo per la formazione del nuovo governo italiano. Così, assumono rilievo le incrinature in seno ad uno di tali tre soggetti: nell’alleanza di centro-destra, due dei partiti che la compongono hanno più o meno lo stesso numero di seggi e la leadership se la contendono, anche intrecciando rapporti oltre l’alleanza stessa. Tant’è che la convergenza fra la Lega ed i 5 Stelle sembra, dopo aver deciso la partita per le presidenze di Camera e Senato, in procinto di deciderla anche per la formazione del governo.

Ma assume rilievo, pure il grado maggiore o minore di ostilità -epidermica, più che ideologica- fra i vari soggetti della terna: i 5 Stelle hanno negli ultimi anni avuto il PD, come principale bersaglio polemico (forse ritenendo di poter espandersi soprattutto nel suo elettorato?) ed il PD ha, anche per questo motivo, deciso di tenersi fuori dal gioco. Ma un quadro politico in cui il dibattito presenta aspetti sterili, come la contrapposizione fra tale decisione del PD e l’affermazione, da parte dei 5 Stelle, che “si tratta con chi ci sta”, induce a rimpiangere il maggior contenuto ideale delle scelte cui tempo fa ci si trovava di fronte, in Lussemburgo.

Un commento

Raffaello Morelli:

L’articolo è un’esposizione raziocinante sul quadro politico (seppure talora opinabile), che però – a parte l’osservazione condivisibile dell’ultima riga secondo cui sarebbe stato preferibile un maggior contenuto ideale delle scelte cui un tempo ci si trovava di fronte – sorvola sul dato centrale dei risultati elettorali e delle conseguenti prospettive parlamentari attuali. Il 4 marzo c’è stata una svolta storica in chiave laico liberale. Per la prima volta, i cittadini, ritenendo non più credibili le proposte politiche dei soliti partiti e degli ambienti inamovibili dei gestori della macchina pubblica, hanno chiesto non un altro sistema istituzionale (la somma delle liste davvero antisistema è sul 2,2% a sinistra e sul 1,6% a destra) bensì sollecitato un funzionamento della macchina pubblica radicalmente diverso. E’ altresì evidente che i cittadini hanno dovuto esprimersi all’interno della legge elettorale 165/2017 concepita (a colpi di fiducia) al fine di escluderli, nel solco della proposta oligarchica di riforma costituzionale. Si è votato con un meccanismo farraginoso che desse l’illusione di votare le solite promesse identitarie ma che dopo consentisse il patto PD Forza Italia (FI, non Salvini) per continuare con gli stessi equilibri di potere nella macchina pubblica. L’obiettivo non è stato raggiunto ma la volontà di svolta dei cittadini è stata imbrigliata in una rappresentanza parlamentare né maggioritaria né proporzionale. Nello spirito della Costituzione, tuttavia, va preservata la volontà di vasto cambiamento uscita dal voto. Di conseguenza, mancando una maggioranza di seggi già votata, andrà costruita una maggioranza in aula, partendo dal saggiare la strada di un accordo minimale tra le due liste del cambiamento vittoriose, Per ora, il primo chilometro delle Presidenze ha rispettato con rapidità il voto del 4 marzo. Cosa positiva, si sia o no d’accordo sui risultati elettorali e sulle scelte in Palamento. Perché, di fronte ai problemi odierni, la cura inizia dal rispetto dei criteri della rappresentanza. Non rispettandoli, si taglia il legame con la sovranità del cittadino che è il solo cordone possibile per collegare le scelte del convivere alle decisioni di ciascuno invece che agli interessi dei potenti, siano elites, classi ideologiche, circoli finanziari, ambienti militari o consorterie varie. Nella vicenda dei Presidenti delle due Camere, la cosa decisiva è che esprimano innanzitutto l’accordo dei due partiti frutto del cambiamento, che, pur diversi, hanno la maggioranza dei seggi. Procedure e tattiche appartengono al clima della rappresentanza per confrontarsi, purché l’obiettivo rimanga il come rispettare il voto elettorale. Invece, è emerso chiaro – al di là delle toppe cucite alla fine – che gli ambienti politici renzian berlusconiani non solo non hanno digerito il 4 marzo ma cercavano di impedirne la traduzione parlamentare. Accompagnati in tale direzione da troppi del mondo dell’informazione , che, negli scritti e in tv, ha evocato scenari centrati sui vecchi partiti, nonostante del tutto minoritari alle Camere. ripetutamente dimostrandosi increduli sul rispetto delle indicazioni per il cambiamento e sulla possibilità che il potere traslocasse. Nelle prossime settimane ci saranno le consultazioni per il governo. Sarà utile seguire un criterio analogo alle Presidenze. E’ visibile che il quadro delle forze in campo e delle loro posizioni (si pensi al surreale renzismo aventiniano che, siccome ha perso , prende i suoi seggi e li vuol congelare) mostra angusti margini operativi. Ma certo non risolve affidarsi a supposti tecnici come se il problema stesse nelle procedure democratiche. L’essenziale è che ci si muova rispettando l’indicazione per il cambiamento. E se non si riesce a fare di più, si pensi a costruire un nuovo strumento elettorale centrato senza rigiri sui cittadini così da poter tornare presto alle urne e scegliere. Questa volta in base ad un progetto paese e non a mere proposte per accaparrarsi il potere.