editoriali

L'IPOCRISIA SUL FINE VITA HA I GIORNI CONTATI?

Di Alex Chiometti | 01.03.2018


 

Sono passati ormai nove anni dalla vittoria legale di Beppino Englaro che è riuscito ad ottenere quello che a molti sembrava impossibile, il riconoscimento del diritto di sua figlia di veder rispettate le proprie volontà anche se non era più in grado di esprimerle.
In questi ultimi due anni l'Italia ha colmato alcune delle enormi lacune che la separavano in termini di Diritti Civili dal resto dei paesi occidentali e non solo e oggi, dopo l'approvazione del biotestamento ci sembra assurdo che siano davvero state pronunciate tutte quelle oscenità contro Beppino fuori e dentro il parlamento.
Eppure la storia ci racconta che, dopo i 17 anni passati ad ottenere giustizia, Beppino Englaro e tredici membri dello staff della clinica di Udine sono stati quasi un anno sotto inchiesta per “omicidio volontario aggravato” solo per aver rispettato la volontà di Eluana riconosciuta da un tribunale. L'inchiesta su di loro poi è stata archiviata, ovviamente. 
Una denuncia non archiviata, che ha trovato il suo epilogo solo nel 2017 invece, è stata quella presentata da Beppino Englaro contro la Regione Lombardia che è stata condannata in via definitiva al risarcimento con 133mila euro per i danni causati allo stesso Beppino a causa del suo rifiuto di farsi carico del ricovero della figlia Eluana per il procedimento che l'avrebbe portata dal coma irreversibile alla morte.
Cosa resta di quei giorni, a parte quei deliri, agli articoli e agli appelli di invasati che invitavano a portare bottiglie di acqua alla clinica come se Eluana avesse potuto berle, di film e canzoni discutibili, di siti e mass media che si sono improvvisati elargitori di lauree in neurochirurgia al primo che sostenesse “io l'ho vista e sta benissimo”, di ipocriti che ce l'avevano con Beppino perché non l'aveva portata a casa e “fatto quel che si doveva fare” in silenzio?

Resta una battaglia di un eroe civile che è andato a fondo perché un diritto, peraltro costituzionalmente sancito, fosse rispettato. Resta una vittoria importante contro l'ipocrisia tutta italiana in cui niente è un problema purché non lo si pretenda come diritto. Resta un movimento che in questi anni ha portato finalmente al riconoscimento legale del biotestamento.

Oggi un'altra persona sta combattendo una battaglia legale per chiudere i conti con l'ipocrisia sui temi del fine vita. E sta vincendo.

Il processo a Marco Cappato, che si autodenunciò ai Carabinieri dopo aver aiutato Fabiano Antoniani ad andare in Svizzera per porre fine alle sue pene grazie al suicidio assistito, si è fermato rinviando la questione alla Corte Costituzionale.

Cappato secondo la legge è colpevole di aiuto al suicidio ed è difficile che un giudice, pur fantasioso, trovi il modo di salvare capra e cavoli assolvendolo per qualche cavillo vista anche l'autodenuncia. Questo perché egli ha effettivamente aiutato Dj Fabo ad andare in Svizzera dove costui ha praticato su di sé il suicidio assistito.

Il problema che sorgerebbe in caso di condanna di Marco Cappato è che in Svizzera con Dj Fabo c'erano anche la moglie e la madre. E indubbiamente anche loro hanno aiutato Fabo a compiere la sua volontà.

Quindi? Cosa facciamo stralciamo le posizioni e condanniamo tutti?
Il giudice Ilio Mannucci Pacini non ha cercato scorciatoie cavillose per finirla a “tarallucci e vino” ma ha deciso che è ora che la Corte Costituzionale si esprima su un reato ipotizzato su un codice penale fascista del 1930. Perché con buona pace dei reazionari i tempi cambiano e le leggi devono cambiare con essi, altrimenti non sono più applicabili.
Ora sappiamo che ad alcuni farebbe piacere apporre in giro per gli ospedali dei cartelli degni delle Sturmtruppen con la scritta “chi si suicida verrà severamente punito”, ma cerchiamo di concentrarci su un aspetto singolare della situazione attuale.

Mario Monicelli ha dimostrato in maniera piuttosto evidente che i vari integralisti possono starnazzare quanto vogliono. Se la vita diventa un peso, per qualsivoglia ragione, Mario si uccide e lascia chi non è d'accordo a starnazzare.
Ora, dando per scontato che, ovviamente, le persone che stanno male vanno aiutate a superare le loro malattie di qualsiasi tipo esse siano (e qui dovremmo aprire una parentesi sulla coerenza di chi nega l'eutanasia ma taglia il welfare e la sanità) il “controllo” contro la dolce morte su chi si esplica in effetti? Su quei poveretti che hanno una malattia così grave che non consente loro di essere autonomi. Che, ribadiamolo ancora, hanno tutto il diritto di continuare a vivere in quella situazione, se così vogliono. E lo Stato, se vuole continuare ad essere indicato con la S maiuscola, dovrebbe essere in grado di aiutarli.

Ma il diritto di vivere non è un dovere, quindi? Cosa facciamo?
La risposta dell'integralista fanatico è: “So benissimo che non posso fermare Monicelli che si butta dalla finestra quando scopre di avere un tumore in fase terminale, o fermare chi è in grado di andare in Svizzera da solo come Lucio Magri, però su colui che non può gestire il suo corpo decido io”.
Vi sembra un discorso logico, di buon senso e soprattutto giusto?

No, questa si chiama ipocrisia e la Corte Costituzionale ha l'opportunità di mettervi la parola fine.
Speriamo “ci siano dei giudici” in Corte e ripetiamolo nell'attesa come un mantra laico: “Su se stesso, sul suo corpo e sulla sua mente, l'individuo è sovrano”.

 

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