editoriale

IL VOTO LAICO NON CONTA

Di Giovanni Vetritto | 07.02.2018


Manca ormai di fatto un mese all’ordalia elettorale e più di qualunque altra volta pare ormai chiaro come ci sia un solo e unico pensiero condiviso dai partiti di tutto l’arco elettorale; partiti che vanno ormai ben oltre l’arco costituzionale di veneranda memoria, dato che si presenteranno alla tenzone fascisti dichiarati a destra (ma la legge Scelba e la legge Mancino?), eredi degli indiani metropolitani e di “Servire il popolo” a sinistra.

Questo pensiero è riassumibile in una sola semplice frase: il voto laico non conta.

Nemmeno un bieco calcolo elettorale ha suggerito ad alcuno dei contendenti di issare la bandiera di promesse elettorali di difesa della laicità delle istituzioni nella prossima legislatura; non fosse altro che per distinguersi e ritagliarsi una fettina di monopolio nelle proposte indecenti di un dibattito pubblico sconclusionato e privo di qualunque serietà.

Al contrario, come in uno stucchevole ritornello, tutti, da Berlusconi a Gentiloni, da Grasso a Meloni, da Potere al Popolo a Casa Pound citano e chiamano a fondamento delle proprie politiche solo e soltanto Papa Francesco, la Chiesa Cattolica con la sua lucida tradizione di “sintesi” degli opposti che ne ha costituito la discutibile fortuna culturale, la “tradizione cattolica” del nostro Paese.

Con tipica manovra della peggiore tradizione radicale, perfino + Europa della laicissima Bonino si presenta, per non raccogliere le firme, sotto le insegne di un più che legittimo movimento di democratici cristiani abbastanza coerentemente “di sinistra” ma che non sempre, sui temi di coscienza, si sono iscritti nella tradizione dei “cattolici adulti”.

Fin qui ci si potrebbe pure stare. Qualcuno può mai pensare di imporre a una qualunque forza politica di essere laica? Se i laici non si organizzano, non fanno nulla per rappresentarsi nell’agone politico, perché mai qualcuno dovrebbe farlo per loro? Questi laici impegnati, se ancora esistono, non difendono una loro precisa tradizione culturale, che basa la inflessibile difesa delle ragioni della coscienza individuale su una visione del mondo molto chiara, fondata su scetticismo e pensiero critico, che inevitabilmente si riverbera anche su politiche istituzionali, economiche e civili. Se non incarnano loro concretamente questa tradizione, perché dovrebbe farlo la destra italiana, storicamente rigorosamente clericale? Perché dovrebbe farlo un PD senza alcun riferimento certo di cultura politica sin dalla sua fondazione? Perché mai dovrebbe farlo la sinistra cosiddetta radicale, sconfessando anni di prediche papiste di un Fassina e di un Vendola?

E dunque sia. Solo clericali in competizione. Ci accontenteremmo, ci rassegneremmo, ferma restando la necessità di un’autocritica.

C’è però un aspetto più grave che avvelena il dibattito pubblico e che risulta, viceversa, del tutto inaccettabile: la pretesa di questa ammucchiata, di questa ortodossia papista di non dichiararsi tale; la pretesa, a volte sconciamente ricondotta a una implausibile lettura dell’art. 67 della Costituzione che proibisce il vincolo di mandato dell’eletto, di queste forze politiche di eludere il tema, di pretendere la libertà di non essere misurati elettoralmente sul proprio clericalismo, di nascondere dietro una libertà di coscienza dell’eletto, che nessuno nega, il rifiuto di assumersi impegni chiari con  gli elettori sui temi di coscienza, addirittura la pretesa che l’elettore laico stia in fiduciosa attesa della lotteria delle libere adesioni di coscienza individuale ai dibattiti della legislatura sui temi eticamente sensibili.

Tutto abbiamo imparato a farci andar bene, ma questo proprio no.

Questo è politicamente inaccettabile, istituzionalmente scorretto, giuridicamente senza basi, civilmente irresponsabile.

Essere clericali è un diritto, che comporta almeno la relativa assunzione di responsabilità.

È banale osservare che la scelta di coscienza può ben essere anticipata al momento della candidatura; non occorre arrivare al momento della discussione parlamentare per scoprire di essere contro l’interruzione volontaria di gravidanza, contro le direttive anticipate di trattamento, a favore dell’eutanasia, della educazione non confessionale, della neutralità dai simboli religiosi nei luoghi pubblici. Ogni partito assuma su questo una linea, e consenta agli elettori laici di prenderne atto e decidere di conseguenza.

Di converso, chi a tutto quanto sopra sia favorevole, e anzi ne faccia una discriminante politica, sappia con certezza a chi poter dare delega; posto che è la politica, e non altri, a decidere su tutto quanto precede, e dunque ogni elettore ha il sacrosanto diritto di dar specifica delega su queste cose, che sono la politica che si fa carme e sangue di ciascuno nella vita quotidiana.

Insomma, clericali si, doppi e opportunisti no. Quello non è un diritto.

I voti laici contano, i voti laici contino.

 

Un commento

Raffaello Morelli:

L’intenzione dell’articolo è ottima, peccato che sia compromessa dalla tesi operativa espressa. Il voto laico non è in condizione di contare finché il mondo laico non prende coscienza che la sua natura non è un mero attributo (più o meno pesante) di ideologie non laiche (cioè che non si fondano sul metodo individuale, sullo spirito critico, sulla diversità, sull’aderire ai fatti sperimentali e sul rispetto del tempo fisico) bensì una soggettualità politica autonoma e attiva, specie in un paese che ha avuto la controriforma senza mai avere avuto la riforma.