editoriale

L’ONU, IL PAPA E I MIGRANTI

Di Elio Rindone | 24.01.2018


In un Vertice del 2016, gli Stati membri dell’ONU si sono impegnati ad approvare entro la fine del 2018 due patti – uno dedicato ai rifugiati e uno riguardante i migranti – che garantiscano la protezione dei loro diritti a livello globale, e nel suo Messaggio dell’agosto scorso, in vista della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del gennaio 2018, papa Francesco ha espresso la speranza che tale progetto possa dare i suoi frutti.

Ora, sarebbe segno di preconcetto pessimismo dirsi sicuri che tali protezioni – che riguardano 250 milioni di migranti, di cui 22 milioni rifugiati – non saranno mai approvate o resteranno solo sulla carta, ma come negare che oggi le politiche dei Paesi verso i quali si dirigono in prevalenza i migranti, cioè Stati Uniti ed Europa, vadano in tutt’altra direzione? Anche per l’Unione Europea, di cui ci occupiamo qui perché ci riguarda più da vicino, vale infatti quanto denunciava il papa nel suo Messaggio dello sorso novembre per la 51a Giornata mondiale della pace, e cioè che molti dei suoi membri sembrano cedere a “una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale” e fomenta così, per motivi di convenienza, “la paura nei confronti dei migranti”, seminando “violenza, discriminazione razziale e xenofobia”.

Spesso responsabili di un plurisecolare sfruttamento coloniale dei territori da cui fuggono quei migranti che, quando non annegano nel Mediterraneo, vengono magari ulteriormente sfruttati come lavoratori in nero, tali Paesi, pur abitati da popoli che in maggioranza si dicono cristiani, tendono in effetti a chiudere le loro frontiere, scaricando quasi per intero il peso dell’accoglienza su alcuni degli Stati che si affacciano sul Mediterraneo, sicché nelle loro politiche sui migranti pare che manchi non solo ogni parvenza di solidarietà europea ma anche un minimo di umanità, per non parlare di spirito evangelico.

Senso di umanità cui fa appello il papa – ai credenti chiede di più, e cioè di tradurre in comportamenti concreti l’amore evangelico per gli ultimi, anche se le sue parole restano in genere inascoltate da parte di vescovi e superiori di ordini religiosi – ricordando come i governi dovrebbero fornire “possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione”, evitare “espulsioni collettive e arbitrarie”, garantire “l’accesso all’assistenza sanitaria nazionale e ai sistemi pensionistici, come pure al trasferimento dei loro contributi nel caso di rimpatrio”, offrire “la possibilità di lavorare, percorsi formativi linguistici e di cittadinanza attiva”, favorire l’integrazione culturale, che “non è un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale” (Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato).

Certo, politiche del genere sono costose, e i governanti hanno buon gioco ad affermare che le risorse non ci sono e che non è possibile accogliere tutti. Che non sia possibile accogliere tutti lo riconosce anche il papa, che chiede saggiamente di “spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso” (Messaggio per la 51a Giornata mondiale della pace), ma che le risorse non ci siano è tutto da dimostrare.)

Per quanto riguarda l’Italia, per esempio, stando alle ultime statistiche l’1% della popolazione possiede il 20% della ricchezza nazionale mentre l’evasione fiscale e contributiva ammonta a centodieci miliardi l’anno. Forse, mettendo in atto il dettato costituzionale relativo alla progressività della tassazione e iniziando una seria lotta all’evasione fiscale, si potrebbero recuperare le risorse, che attualmente mancano, non solo per un’adeguata accoglienza di migranti e rifugiati ma anche per migliorare le condizioni di vita degli stessi lavoratori italiani, che negli ultimi anni hanno visto peggiorare non solo le loro condizioni economiche ma anche – basti pensare alla modifica dell’articolo 18 – la tutela dei loro diritti, mentre la disoccupazione generale è ferma all’11% e quella giovanile tocca addirittura il 35%.

I nostri governi sembrano invece ignorare i dati ISTAT che nel 2017 certificano il raddoppio in dieci anni del numero dei poveri assoluti arrivati a 4.742.000, ai quali vanno aggiunti 8.465.000 di poveri relativi. Anzi, forse trovano conveniente favorire una lotta tra gli ultimi e i penultimi, indicando non nelle disastrose scelte politiche degli ultimi decenni ma nella presenza degli immigrati la causa del peggioramento delle condizioni di vita dei ceti più deboli.

Il problema dell’accoglienza dei migranti, in effetti, non può essere separato da quello della crescente povertà di tanti italiani, che non possono essere ben disposti nei confronti di chi è sentito come un concorrente nella dura lotta per la sopravvivenza: se non si affronta il secondo non potrà mai essere avviato a soluzione il primo, e anzi cresceranno paura, insofferenza e ostilità.

Ma sino a oggi pare che non ci sia alcuna volontà di tentare di comprendere, come fa il papa, le ragioni di simili reazioni: “Le comunità locali, a volte, hanno paura che i nuovi arrivati disturbino l’ordine costituito, “rubino” qualcosa di quanto si è faticosamente costruito. […] Queste paure sono legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano” (Omelia nella Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, 14 gennaio 2018). Dubbi che si possono superare in un’ottica evangelica: ma una simile apertura, cui sono esortati i credenti, si può pretendere da milioni di italiani impoveriti? E deve essere il papa a dare lezioni di laicità, distinguendo ciò che si può esigere in nome della ragione umana da ciò che si può chiedere solo alla luce della fede cristiana?

Forse i politici che parlano di accoglienza, e magari non perdono occasione di condannare le sempre più frequenti reazioni xenofobe, dovrebbero anzitutto impegnarsi a risolvere i problemi di milioni di famiglie italiane in difficoltà, che non potranno accettare l’invito ad accogliere a braccia aperte i migranti se rivolto loro da governanti che fanno poco o nulla per affrontare le loro situazioni di disagio o di miseria, e cadranno nella trappola di partiti pronti a sfruttare a fini elettorali il diffuso malcontento.

(Foto tratta da Huffingtonpost.com)

 

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