editoriale

RENZISMO INCONCILIABILE CON LA DEMOCRAZIA

Di Marcello Vigli | 15.07.2017


Tramontata la possibilità di elezioni anticipate in seguito al fortunoso fallimento dell’accordo, che aveva partorito la proposta di una legge elettorale condivisa dai quattro “grandi” - in verità contraria ad una corretta espressione della sovranità popolare - val la pena di riflettere sul suo significato, per le sorti della democrazia in Italia, alla luce degli avvenimenti che ne sono seguiti.

Il secondo turno delle elezioni comunali del 25 giugno hanno visto una riduzione notevole di partecipazione, anche in quei collegi caratterizzati da una costante alta presenza ai seggi nelle precedenti consultazioni. Il centrodestra s’impone nei ballottaggi di sedici capoluoghi, fin qui in gran parte feudi della sinistra, rappresentativi di tutta l’Italia – fra gli altri Alessandria, Como, Gorizia, Genova, Piacenza, Verona, Oristano, Rieti, l’Aquila, Catanzaro – mentre il centrosinistra s’impone solo in sei collegi e neppure molto significativi. Particolare significato assume la vittoria dell’alleanza Berlusconi-Salvini a Genova, storica roccaforte del centrosinistra, che non si configura come astensione fisiologica perché ha colpito particolarmente l’elettorato del Pd, in evidente dissenso con la dirigenza del partito. Questa anomala astensione, a sua volta, va ad aggiungersi ad una sempre più evidente fibrillazione interna, restata pur dopo scissione, e confermata da una diversa valutazione dei risultati elettorali. Mentre Ettore Rosato capogruppo del Pd alla Camera, non nasconde la delusione del partito riconoscendo a ‘Porta a Porta': Le elezioni sono andate male. Abbiamo perso, Matteo Renzi, su Facebook scrive che i risultati delle amministrative 2017 sono a macchia di leopardo. Come accade quasi sempre per le amministrative. Nel numero totale dei sindaci vittoriosi siamo avanti noi del Pd, ma poteva andare meglio: il risultato complessivo non è granché.

Conferma questa sua sicumera nella riunione della direzione del Partito del 7 luglio minimizzando l’astensione dal voto della minoranza e dichiarando di non sentirsene menomato perché forte della vittoria alle primarie interne dell’aprile scorso, quando incassò oltre il 70% delle preferenze. Lo ha affermato con forza ai suoi fedelissimi convocati a Milano in alternativa all’assemblea convocata a Roma da Pisapia e Bersani per formalizzare, con una pubblica manifestazione, a piazza Santi Apostoli luogo simbolo delle vittorie dell'Ulivo, la nascita di un nuovo  soggetto progressista, Insieme a sinistra, alternativo al Pd.

Molti i gruppi e le associazioni di antirenziani   presenti, ma scarsa la piena sintonia, ammessa dagli stessi organizzatori, che, del resto, avevano rifiutato la presenza sul palco di Tomaso Montanari e Anna Falcone, gli animatori dei comitati per il no al referendum. Gli stessi che avevano provato a ripartire da quel successo per costruire una vera coalizione civica di sinistra, convocando a Roma, al teatro Brancaccio, un’affollata assemblea con l’intento di mettere insieme una lista di sinistra alle prossime elezioni. Incomprensibile appare questo rifiuto di concedere la parola dal palco gestito dalla coppia Pisapia-Bersani, che dichiara di lavorare per un obiettivo simile.

Ovviamente le diverse formazioni convocate a confronto motivano con solide argomentazioni le loro scelte, indifferenti alla frammentazione che ne deriva e che priva il sistema italiano di soggetti politici rappresentanti di interessi e istanze ampiamente diffusi.

Si mina così un corretto funzionamento della democrazia che ha bisogno non solo di partecipazione, ma di coinvolgimento nella formazione di maggioranze per garantire che la ricerca e la difesa degli interessi particolari, individuali e di categoria, siano integrati nella ricerca di quelli generali: del bene comune.

Non c’è democrazia senza questa condizione!

Enorme sarà la responsabilità delle dirigenze di tali gruppi nella definizione delle liste alternative, ma altrettanto grave sarà quella degli elettori che mancheranno all’appuntamento dell’urna.

Se si considera infatti irreversibile lo spostamento al centro del Partito democratico è indispensabile accelerare i tempi per creare le condizioni per la costruzione di un soggetto capace di superare tali difficoltà, di raccogliere i consensi dell’elettorato progressista e di garantire una gestione democratica di quello della sinistra disponibile ad aggregarsi. A questi due elettorati, infatti, è necessario offrire proposte credibili, ma compatibili per poter competere nella raccolta dei consensi del campo democratico con un centro renziano, che sta mostrando una certa compattezza e nella sinistra sempre diffidente verso le “sirene” moderate.

Pur se una nuova legge elettorale proporzionale può rendere meno urgente questi chiarimenti, e, magari, restituire valore alla permanenza delle diverse identità, la ricerca dell’unità delle forze alternative al sistema renziano, resta indispensabile

Il rinvio della scadenza elettorale offre ancora un margine di tempo, ma un’analisi realistica del processo di aggregazione a sinistra - meno volontaristicamente ottimista delle riflessioni sopra presentate - lascia temere che sia esaurito il tempo per impedire che il degrado della democrazia in Italia continui ad essere irreversibile.

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