editoriale

LA CONVENTIO AD EXCLUDENDUM

Di Attilio Tempestini | 27.06.2017


Su “italialaica.it”, il testo che per una nuova legge elettorale è giunto qualche settimana fa nell’aula della Camera -non facendovi, molta strada- Marcello Vigli l’ha criticato, perché conforme soltanto alle convenienze dei quattro partiti maggiori: più precisamente, dei loro leader. A questa critica proverò a fornire, qualche altro argomento; sullo sfondo di alcune considerazioni generali sui sistemi elettorali.

Partiamo, cioè, dalla grande distinzione che fra tali sistemi si può concettualmente individuare: sistemi proporzionali e sistemi maggioritari. Queste etichette designano i rispettivi, obiettivi di fondo: la quantità di seggi spettante in parlamento ai singoli partiti si può infatti volerla rendere corrispondente e dunque proporzionale, alla percentuale di voti ottenuta (un partito ottiene 100 dei 500 seggi di un parlamento, poiché ottiene 20% dei voti). O si può volerla rendere tale da consentire l’aggregazione di maggioranze, sia per approvare leggi; sia -negli Stati con un governo, di origine parlamentare- per esprimere un governo.

Preferire l’una o l’altra, fra tali due famiglie di sistemi elettorali, sentiamo a volte dire che è questione di opinioni: vediamo insomma porsi la questione in termini di relativismo ed anche secondo me, non si tratta di arrivare a verità assolute. Il relativismo, però, proprio perché nega verità assolute un punto fermo almeno dovrebbe averlo, vale a dire la salvaguardia del diritto di espressione per le varie opinioni. Ma godrà della salvaguardia migliore, tale diritto, se poi in parlamento potrebbe -al limite- venire espressa un’opinione sola? Facciamo l’esempio, classicamente maggioritario, del Regno Unito, dove le elezioni di poche settimane fa hanno assegnato al partito conservatore 42% dei voti, a quello laburista 40%. Qualora in un’ipotesi estrema, questo complessivo rapporto di forze si fosse riproposto in tutti e 650 i collegi (uninominali, dunque ciascuno destinato ad assegnare 1 seggio) avremmo avuto non, come poche settimane fa, 317 seggi per il partito conservatore -vale a dire 48,76% dei seggi: pur sempre 6 punti percentuali in più, rispetto alla percentuale di voti- e 262 seggi -40,30%, dei seggi-, per il partito laburista. Bensì avremmo avuto, un parlamento formato soltanto dal partito conservatore.

Peraltro l’esito, cui sono giunte queste elezioni, mette in evidenza un’ulteriore differenza fra i due generi di sistemi elettorali: quelli proporzionali, il loro obiettivo lo centrano sempre (o meglio, centrano quell’approssimazione ad una proporzionalità pura, che dipende dallo specifico sistema adottato). Quelli maggioritari (anch’essi alla base, di vari sistemi specifici) possono non centrarlo: tant’è che a Londra ha appena preso vita un governo conservatore, appoggiato esternamente da un altro partito sulla base di accordi, che soltanto ad elezioni avvenute sono stati ricercati.

Ora, il testo di legge discusso in Italia dall’aula della Camera, prevede, che l’elettorato esprima tanto un voto di tipo proporzionale, per assegnare circa 62% dei seggi; quanto un voto di tipo maggioritario, per assegnare circa 38% dei seggi. Un complessivo sistema, che potrebbe quindi dirsi misto a prevalenza proporzionale. Ma che per tale suo impianto di fondo, così come per varie caratteristiche particolari, mostra una significativa minor proporzionalità nei confronti di quel sistema elettorale tedesco, assunto come riferimento da chi ha presentato tale testo.

Mi limiterò a tre, osservazioni. Cominciando da quella che in Germania per ciascun Land vengono presentate liste, di candidature: la lista della CDU, della SPD, etc. Se poi la somma dei voti, che le liste di un partito ottengono nel complesso dei Länder, assegna a tale partito per esempio una percentuale di 25%, la stessa percentuale di seggi gli spetterà nel Bundestag: eletto, pertanto, interamente in via proporzionale. Mentre il sistema maggioritario, che vige nei vari collegi compresi in ciascun Land -e corrispondenti, per l’insieme dei Länder, in linea di massima alla metà dei seggi del Bundestag-, serve soltanto per attribuire a coloro che sotto le insegne di un partito conquistano il primo posto in un collegio, una porzione dei seggi dal partito stesso ottenuti in modo proporzionale (i seggi, rimasti vacanti dopo tale attribuzione, andranno alle candidature della lista).

Seconda osservazione. In Germania, chi vota può scegliere nella dimensione proporzionale un partito, nella dimensione maggioritaria un altro. Col testo italiano, no: ed è evidente che il voto maggioritario si presta, quanto meno perché consente l’appello al voto “utile” (si tratta di collegi uninominali), a trainare il voto proporzionale.

Terza osservazione. In Germania, l’ingresso al Bundestag avviene anche se un partito non supera la ben nota -per tale sistema elettorale- soglia, di 5% dei voti dati alle liste: basta infatti che, sotto le insegne di un partito, si conquisti il primo posto in tre collegi. Invece nel testo italiano, la soglia di 5% risulta tassativa, anzi il segretario del PD l’ha considerata un punto fermissimo.

Decenni fa, si parlava di una conventio ad excludendum stipulata nei confronti del PCI. Questo testo di legge la stipula, piuttosto, a danno dei partiti minori (rispetto ai quattro partiti, proponenti).

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