editoriale

FEDELI ALLA COSTITUZIONE

Di Marcello Vigli | 10.06.2017


Non ha retto al vaglio della Camera la proposta di legge elettorale elaborata dai quattro gruppi parlamentari del Pd, FI, Lega e M5S, sulla base degli accordi fra Renzi, Berlusconi, Grillo e Salvini. Il testo, pur se solo formalmente, torna in Commissione perché è stato approvato un emendamento non condiviso da tutti i firmatari che, però, si accusano vicendevolmente dell’incidente di percorso, e in molti dichiarano fallito il tentativo di approvare una nuova legge elettorale.

Non interessa in questa sede far previsioni sul suo futuro né dar conto delle responsabilità, né, al tempo stesso, proporre un’analisi dei suoi contenuti, o una valutazione del sistema elettorale che ne sarebbe derivato, tanto meno dei suoi possibili effetti sull’ assetto istituzionale. Qualche riflessione val la pena di riservarla al modus operandi dei quattro “firmatari del contratto” in rapporto anche al rifiuto delle loro conclusioni da parte di molti dei loro parlamentari che avrebbero dovuto approvarne in aula il risultato.

Un primo interrogativo s’impone sulla spregiudicatezza con cui i quattro capi dei gruppi di potere, che controllano le formazioni politiche, che detengono la maggioranza della Camera dei deputati, si sono aggiudicati il compito di elaborare un testo non da proporre al dibattito politico, ma da imporre all’approvazione parlamentare finalizzandolo a garantire una spartizione dei seggi sulla base di previsioni da loro condivise

Si tratta di quattro cittadini, neppure parlamentari, o per indegnità o perché non eletti, riconosciuti, però, come capi dei centri di potere che controllano la vita politica, ma che non si possono più chiamare partiti perché non ne hanno la primaria caratteristica: l’autonomia nelle decisioni.

Solo alla loro sopravvivenza politica, in realtà, era finalizzato il testo della legge, che, in contrasto con le dichiarazioni dei proponenti, non è ispirato al raggiungimento di un giusto equilibrio fra partecipazione e rappresentanza. Né si tratta di una scelta per favorire il confronto e la collaborazione fra questi gruppi, fra loro in totale disaccordo su ogni altra questione o progetto, ma per escludere gruppi minori fra i quali uno di loro potrebbe singolarmente trovare alleati sufficienti per raggiungere l’egemonia.

L’obiettivo non è la governabilità del sistema Italia né proclamare la convergenza su principi irrinunciabili!

Per la maggioranza degli altri politici in servizio permanente effettivo si tratta solo della ricerca di “un posto a tavola”. Selezionati nel ventennio berlusconiano o promossi nei pochi anni di governo renziano, non sono certo i migliori esistenti sul mercato. La loro selezione è il frutto delle norme che, in nome della governabilità, hanno imposto il sistema elettorale maggioritario più o meno s-corretto. Clientelismo e corruzione hanno fatto il resto.

Eppure il sistema Italia ha retto grazie agli altri corpi dello Stato e ad un senso civico di quaranta milioni di potenziali votanti che in tutte le occasioni in cui il sistema poteva collassare hanno riempito i seggi elettorali, disertati nella “normale amministrazione”. Si è verificato in occasione della consultazione referendaria sulla legge costituzionale approvata dal Parlamento, che stravolgeva il sistema istituzionale e sui cui esiti si è riflettuto poco. Anche se fra i venti milioni di elettori che hanno votato NO, molti l’hanno fatto per opporsi al renzismo, gli altri sono più che sufficienti per affermare che la Costituzione gode buona fama. Tanto più che anche molti dei votanti favorevoli alle modifiche possono essere ascritti fra i sostenitori del valore della Costituzione perché hanno scelto il cambiamento convinti, in buona fede, che fosse necessario per migliorarne il testo.

L’impegno a stravolgerlo con una legge elettorale, che non consentisse la corretta espressione della sovranità popolare, è quindi da ritenersi espressione di una minoranza di gruppi di potere senza scrupoli e di professionisti della politica preoccupati solo della loro personale sopravvivenza nelle sedi istituzionali. La loro polemica, pur condivisibile, contro i partitini, che non raggiungono il 5 per cento, diventa solo strumentale perché non si unisce all’impegno di garantire una loro rappresentanza.

C’è un’Italia fedele alla Costituzione che aspetta solo di essere chiamata a praticarla nella gestione quotidiana del potere, in cui i legittimi interessi delle parti si inseriscano, senza contraddirla, nella ricerca dell’interesse generale.

Gravi sono perciò le responsabilità di chi, invece, convinto della irreparabilità della situazione, rinnega il valore del suffragio universale, o afferma che oggi esso nella migliore delle ipotesi, ha una validità e una legittimità nel titolo dell'investitura, ma non la ha e non la dà e non l'assicura nell'esercizio del potere, una volta conferito.

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