editoriale

LAICITÀ: METODO, CULTURA, VALORE

Di Marcello Vigli | 05.04.2017


La lettera della premier Theresa May al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, che comunica la volontà del popolo della Gran Bretagna di lasciare l'Ue, non avvia solo un lungo processo di smantellamento di regole e di istituzioni economiche e politiche faticosamente costruite, ma produce effetti sociali devastanti per lo sviluppo della società europea.

Riduce gli spazi e le occasioni di realizzazione personale ed esercizio della libertà individuale reintroducendo la distinzione -spesso contrapposizione- fra autoctoni e immigrati, notevolmente ridotta, invece, dalla comune cittadinanza nella UE.

La libertà, infatti, se non è solo di coscienza e di pensiero, ha bisogno di spazi e di relazioni in cui l’individuo possa costruirsi ed esprimersi. Certo di questi spazi nessuno deve essere arbitro assoluto e insindacabile; essi hanno solo bisogno di strutture di servizio offerte da autorità che garantiscano a tutte/i opportunità di usarle “liberamente”.

Per garantire tale libertà è nata nel tempo la laicità!

In Europa si è dovuta conquistarla contro la Chiesa e i suoi ministri prima, poi contro lo Stato, che si era costruito favorendo tale conquista contro i “maestri del pensiero”, costituitisi nuovi arbitri della visione del mondo, contro i padroni sulle terre e nelle fabbriche, contro i padri/padroni, infine contro maschi/padroni. Un lotta continua e ostacolata da continui ritorni di fiamma delle divere autorità religiose, civili, politiche, economiche, dure a cedere potere e pronte a riappropriarsi, con giustificazioni sempre nuove fornite da intellettuali compiacenti, di quello ceduto.

In questo processo si è affermata la laicità come negazione e lotta contro ogni pretesa di trovare giustificazioni, prima solo religiose poi anche ideologiche, della trasformazione dell’autorità in potere. Si è dovuto strapparlo prima dalle mani di dio, poi della nazione, della classe, del mercato. Dio, e a suo nome le chiese, sono le più pervicaci a mantenerlo e per questo la laicità continua ad essere, legittimamente, declinata comunemente contro il papa e i preti. Non a caso perché questi sono i più presenti nel quotidiano e, spesso, anche i padroni e i politici amano servirsene perché a buon mercato e non li compromettono.

Sarà bene, invece, declinarla nel significato progressivamente arricchito nel tempo.

Laicità non è solo la definizione del non-religioso è metodo per smascherare poteri occulti, ed anche cultura che va oltre l’esaltazione dell’individuo e ne proclama il valore nella prospettiva della superiorità del pubblico sul privato: il pubblico istituzionalizzato e funzionale alla libera espressione delle potenzialità del privato per garantire la realizzazione dell’individuo.

L’uomo è certo prima delle Istituzioni, ma il privato non è prima del pubblico, perché è in questo che donne e uomini, garantiti nella fruizione degli stessi diritti, possono realizzarsi nella vita di relazione in regime di reale uguaglianza, attraverso la mediazione fra diversi bisogni, interessi, progetti, esigenze.

La laicità diventa così il fondamento culturale, condiviso, dello Stato inteso come dimensione pubblica “istituzionalizzata”, non “sacralizzata”, che favorisce la partecipazione di tutte/i, in dialettica fra loro, alla costruzione di una convivenza capace di elaborare ed esprimere, nel tempo, un’etica fatta di valori condivisi, sanciti in diritti riconosciuti e concretizzata nell’impegno, anch’esso condiviso, a renderli realmente fruibili e praticati.

In buona sostanza la laicità dello Stato coincide con la democrazia come regime in cui la piena tutela degli individui, siano anche minoranza, è fondata sul riconoscimento delle diversità come valore da promuovere perché costitutivo della dimensione umana. Un valore non solo proclamato, ma reso concreto con norme e leggi nelle quali il diritto alla differenza è pienamente garantito e sostenuto.

La laicità, cioè, è la condizione perché la democrazia possa resistere alla crisi prodotta, in questo nostro tempo, dalla radicalizzazione delle ideologie e delle confessioni religiose, indotta dalle trasformazioni economiche e sociali. Sconfessa ogni soluzione di tale crisi fondata su proposte indisponibili al confronto e affidata a capi carismatici. Rafforza l’opposizione alle sempre nuove forme di ingerenza clericale, tornate attuali per la sfiducia nelle possibilità della “ragione” di aver la meglio sull’uso spregiudicato dei fondamentalismi, religiosi e/o ideologici, nel governo della società globalizzata.

Diventa perciò un valore da promuovere per confermare la valenza ideale dei sistemi democratici.

Cultura e valore, oltre che metodo, la laicità costituisce il metro per valutare lo svolgersi del quotidiano e il divenire della storia, per discernere l’umano che li anima accomunando coloro che, credenti e non credenti, escludono la religione dai criteri per le loro scelte politiche, fatta salva la libertà di praticarla pubblicamente.

 

P.S.

Care Vera Pegna e Marcella Mariani, che mi avete gratificato con le vostre osservazioni sulla mia non inclusione dell’ebraismo fra le religioni/ideologie che sono utilizzate come sostegno a proposte politiche, penso che da queste poche righe possiate cogliere il senso della mia “disattenzione”. Le masse che cristianesimo e islamismo possono coinvolgere nelle lotte politiche, sono ben altra cosa da pochi fanatici pronti a mobilitarsi in nome di Jahvè; la loro incidenza nel divenire del mondo è assicurata dalla potenza economico/finanziaria degli ebrei negli Usa e in Europa, rafforzata, magari, dall’atomica in possesso dello Stato israeliano.

 

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