editoriale

TRA KELSEN ED INGRAO

Di Attilio Tempestini | 29.03.2017


È questo il titolo (col sottotitolo, “L’appello per una nuova legge elettorale”) di un documento diffuso, recentemente, dal Centro per la Riforma dello Stato. Titolo che corrisponde all’impegno con cui termina, il documento stesso: “coniugare la tensione kelseniana per la valorizzazione della democrazia formale, che si alimenta di una concezione alta del compromesso, con l’enfasi per la democrazia sostanziale, delle masse, cara a Ingrao”.

In tal modo però a queste due personalità, non si fa riferimento con -equidistante- simmetria. Giacché Kelsen in “Essenza e valore della democrazia” (un testo cui guarderò anche per i successivi, riferimenti) contesta nel capitolo intitolato proprio “democrazia formale e democrazia sociale”, chi da parte marxista definiva formale una democrazia quale quella intesa da Kelsen stesso. Intesa cioè, proverei a sintetizzare, come il modo in cui la libertà delle singole persone cioè la non subordinazione alla volontà altrui trovi la massima salvaguardia possibile, in un parlamento il quale da un lato prenda le decisioni a maggioranza, rispecchiando così la volontà del maggior numero di persone; dall’altro provveda a, la subordinazione che ne deriva per la minoranza, temperarla facendo passare le decisioni per la strada di compromessi.

Ingrao, invece, non l’avrebbe davvero contestato l’accostamento del suo nome, ad una democrazia “sostanziale, delle masse”. Egli pronunciandosi appunto per una democrazia di massa e chiarendo di, con questa specificazione, riferirsi alla “trama dei partiti, alla rete dei sindacati, allo sviluppo di movimenti sociali nettamente diversi anche dai partiti e dai sindacati”; in contrapposizione ad una democrazia, concepita come “elenco di elettori” (attingo per Ingrao, al testo “Crisi e riforma del parlamento”).

Ma esaminiamolo, tale documento del Centro per la Riforma dello Stato, in ciò che precede le righe sopra riportate e nelle quali ci si riferisce sia a Kelsen, sia ad Ingrao. Esaminiamolo cioè, quanto basta per rilevare da un lato, due punti del documento che si pongono sulla scia di entrambe tali personalità. Dall’altro, un punto che invece soltanto con una di queste appare compatibile.

Quando allora, “L’appello per una nuova legge elettorale” considera -in generale- positiva la funzione dei partiti e rileva l’ ”esigenza di restituire alle forze politiche il ruolo di tessere rapporti con la società e rappresentare interessi collettivi, disattivandone la funzione attuale, che è quella di essere meri trampolini per aspiranti presidenti del consiglio”, siamo in consonanza non soltanto con l’Ingrao il quale appunto viene, per ciò che riguarda la democrazia di “massa”, a parlare in primo luogo di “trama del partiti”. Ma anche col Kelsen, secondo cui “la moderna democrazia si fonda interamente sui partiti politici la cui importanza è tanto maggiore, quanto maggiore applicazione trova il principio democratico”.

Discorso analogo allorché, nel documento in esame, ci si pronuncia per la “centralità del parlamento”. Se infatti Kelsen ne era, deciso assertore -e ciò lo portava a ritenere i governi espressi dal parlamento, vale a dire parlamentari, assai preferibili al governo presidenziale degli Stati Uniti- Ingrao propone misure che al parlamento italiano garantiscano, tale centralità.

Diverso tuttavia il discorso, allorché il documento giunge al nocciolo nei confronti del proprio tema (i sistemi elettorali) e si pronuncia, per un sistema “proporzionale ‘con sbarramento’  “.  Lasciandola peraltro indeterminata, la relativa soglia: mentre appare evidente che, ad esempio, un conto è fissare la soglia di sbarramento a 3%; un altro è fissarla a 8%, come attualmente accade per il Senato italiano -eletto, su base regionale- rispetto a quelle liste che si presentino, non in coalizione con altre.

Ma guardiamo, al concetto stesso di sbarramento. Che con le tesi di Ingrao mi pare compatibile sia perché egli propone, fra le suddette misure in favore del parlamento, una assai forte riduzione del numero dei parlamentari: e ciò comporta risultati assai simili, rispetto ad uno sbarramento. Sia perché, se la democrazia è di “massa”, si potrà ben ritenere che fra le componenti in cui tale massa si articola meritino maggior considerazione, quelle più “massicce” (d’altra parte non appare forse plausibile vederlo anche in questa luce, il noto interesse di Ingrao per le masse cattoliche?).

Nella democrazia kelseniana, invece, che fa perno sulle singole persone e sul loro senso di libertà, quest’ultimo le porta a dire: “io voglio obbedire soltanto alla legge alla creazione della quale ho contribuito”. Cosicché Kelsen è per un parlamento, nel quale anche piccoli segmenti di elettorato facciano sentire la loro voce.

Una tutela delle minoranze che, per quanto concerne i sistemi elettorali, rappresenta il perfetto pendant rispetto a quella di chi si schiera, per la laicità delle istituzioni.

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