editoriale

CONFESSIONALISMO POLITICO IN CRISI

Di Marcello Vigli | 03.02.2016


L’incalzante urgenza dei drammatici recenti episodi di violenza islamista in Siria e in Nigeria e l’esplosione xenofoba nel nord Europa non hanno impedito che, per un giorno, l’attenzione dei media si concentrasse sulla marcia su Roma degli integralisti cattolici contrari all’approvazione della legge sulle “unioni civili”.  Entusiasti gli uni e ostili gli altri si sono scontrati sul numero, comunque significativo, dei partecipanti e sulla valutazione dei  possibili esiti della manifestazione sul dibattito che si avvia in Senato.

C’è, però, da rilevare una convergenza nel riconoscere la radicale diversità nei confronti dell’analoga adunata in piazza San Giovanni nel 2007. Quest’anno sono mancate fra i promotori importanti associazioni laicali come l’Azione cattolica, le Acli, l’Agesci e la stessa Comunione e Liberazione. Anche l’Opus Dei si è dissociata:  un suo esponente  ha pubblicamente criticato la manifestazione. Più esplicite le dichiarazioni del Movimento Noi Siamo Chiesa delle comunità cristiane di base, da sempre all’opposizione, che contestano l’uso dell’appellativo “cattolici” per definire soggetti che esprimono, pur legittimamente,  idee e posizioni condivise solo da “alcuni”.

Ampiamente rappresentati sono stati, invece, i neocatecumenali e altre organizzazioni integraliste a cui si sono aggiunti anche militanti di Casa Pound. La gerarchia ecclesiastica italiana è sembrata poco coinvolta, ma la Cei ha formalmente sponsorizzato l’iniziativa, mentre il Vaticano è stato del tutto assente: L’Osservatore romano  ha ignorato la notizia. Sconsolato Antonio Socci scrive: Confesso che – pur avendo espresso tante critiche all’operato di Bergoglio – non ero mai arrivato a temere che egli potesse addirittura provare tanta ostilità per noi cattolici, fedeli al Magistero di sempre della Chiesa. Ancora più significativo considera tale silenzio Valerio Gigante che commenta su Adista: evidentissimo: anche per la Chiesa i “valori non negoziabili” non esistono più. Ormai anche i più decisi oppositori della legge non si dichiarano contrari al riconoscimento per coppie di omosessuali di alcuni diritti tipici dell’istituto matrimoniale,  si concentrano invece sulla condanna senza appello della possibilità per un omosessuale di adottare il figlio del convivente e ancor più del diritto di una coppia di omosessuali di adottare figli specie se nati in “utero un affitto”.

Pare evidente che dall’episodio emerge non solo una, magari significativa, manifestazione di dissenso nei confronti della gerarchia, ma anche una sempre più profonda frattura fra episcopato italiano e papa Francesco le cui conseguenze sulle dinamiche della politica in Italia non sono facilmente individuabili; anche perché vanno a sommarsi scontrandosi col sempre maggior peso dell’integralismo clericale in sedi istituzionali: ha imposto in una trasmissione televisiva della Rai il  rinvio in seconda serata della parte della trasmissione televisiva di Jacona dedicata all’educazione sessuale dei giovani! A sua volta  il cardinale di Milano Scola interviene a suggerire, per non urtare la sensibilità dei fedeli all’Islam nel nostro Paese, di inserire nelle scuole iniziative loro gradite per legittimare, ovviamente,  i privilegi già riservati ai cattolici. Se da un lato è un invito a incrementare la presenza delle religioni nella scuola pubblica, dall’altro è un ulteriore sintomo dell’intento di indirizzare il processo di scristianizzazione non verso un’ulteriore secolarizzazione della vita sociale, ma verso un più pesante confessionalismo.

In ben altra direzione va il coinvolgimento di cattolici nella costituzione dei Comitati  per il No nel referendum costituzionale avviata per iniziativa dei costituzionalisti che si sono contrapposti al proposito  renziano di cambiare la Carta Costituzionale. Hanno rivelato che le modifiche costituzionali da lui condivise, unite all’Italicum, legge elettorale  da lui imposta, contribuirebbero a stravolgere l’assetto istituzionale disegnato dalla Costituzione compromettendo i fondamenti democratici della Repubblica. Il loro appello a ripetere l’esperienza della straordinaria mobilitazione nei referendum del 2011 per impedire la privatizzazione dei servizi idrici e il rilancio dell’uso dell’energia nucleare, riflette l’esigenza di garantire il massimo di impegno unitario di chi intende difendere la Costituzione e garantire un sistema elettorale rappresentativo.

Un contributo alla sua realizzazione viene indubbiamente dalla crisi del confessionalismo come ingrediente del dibattito politico e condizionatore delle scelte elettorali dei cittadini.

5 commenti

Raffaello Morelli:

Rispetto ad un titolo che è onirico dal punto di vista laico, l’articolo svolge considerazioni in larga parte condivisibili (seppure con alcuni stridori) fino al terzultimo capoverso, per poi, negli ultimi due, sostenere una posizione non condivisibile e contraddittoria con il resto. Dopo la premessa realistica, l’articolo rimarca molto correttamente la mancanza tra i promotori del Family Day 2016 di importanti associazione laicali dell’area cattolica (di fatto le più legate alla gerarchia) e la presenza di tutte le componenti del mondo cattolico integralista. E sottolinea che, visto il non coinvolgimento della gerarchia ecclesiastica, ormai la contrarietà del Family Day alla legge sulle Unioni Civili si concentra sulle adozioni da parte di coppie omosessuali e in specie sul loro ricorso all’utero in affitto. Inoltre precisa che il dissenso degli integralisti con la gerarchia si accompagna al maggior peso dell’integralismo clericale nelle sedi istituzionali. E pure alla propensione di alcuni Cardinali italiani (Scola) ad indirizzare la scuola pubblica non verso la secolarizzazione ma verso un più pesante confessionalismo allargando ad altre religioni i privilegi della Chiesa cattolica. Nell’esporre tali argomenti, ci sono stridori sottotraccia. Non si ricorda che la Chiesa non è un organo democratico e che la linea la da solo il Papa, per cui non si ricorda neppure che l’integralismo cattolico è un termine politico senza valore religioso mentre i valori non negoziabili sono un detto del magistero religioso e non attiene alla politica. Peraltro il filo dell’articolo è condivisibile in pieno fino al penultimo paragrafo. Da qui cambia completamente il tono. Si inizia con il coinvolgimento dei cattolici nei Comitati per il No al referendum costituzionale. Ora il No alla riforma renziana della Costituzione è sacrosanto, ma per il motivo che attiene alle procedure utilizzate da Renzi per arrivarci (non democratiche sotto più aspetti) e ai contenuti di merito (improntati ad una concezione cesarista e accentratrice, lontana dalla partecipazione del cittadino). Il No non attiene ai cattolici, non soltanto perché i cattolici non sono una categoria politica (come del resto afferma Francesco), ma anche perché, se ci si vuole riferire alla posizione di origine dossettiana della difesa della intangibilità della Costituzione, sarebbe un grave errore di tecnica elettorale far passare l’idea che al referendum costituzionale lo scontro non è su procedure e merito della riforma in esame, bensì tra chi non vuole modificare mai la Costituzione (in quanto la più bella del mondo) e chi vuole modificarla con qualsiasi mezzo e modo (il che darebbe indebitamente a Renzi il titolo di innovatore). Per di più, nell’ultimo paragrafo si sostiene che un contributo al successo del No viene dalla crisi del confessionalismo (ecco spiegato il titolo), mentre questa crisi è purtroppo un sogno, dal momento che il conformismo confessionale resta una delle maggiori piaghe italiane (come sostiene pure l’articolo in precedenza, e come del resto palesa l’ insufficienza della partecipazione laica che decide). In conclusione, i laici si impegnino davvero per il No al referendum, ma senza dare in proposito il primato alle concezioni del mondo politico cattolico.

pio:

lo sostengo da sempre Occorre dare un taglio netto fra stato e confessioni Purtroppo, i cittadini italiani non sono coscienti di questo e non vengono formati ad una educazione civile. L'educazione fascista è entrata, temo, nel DNA degli italiani. Ha rafforzato questa mia idea il discorso di Scola cardinale, che chiede l'insegnamento dell'Islam nella scuola dello stato. Incredibile. A questo punto è urgente, abolire qualunque confessione dalla scuola. Oppure inserire un insegnamento di storia delle confessioni. Ma non basta, occorre che siano aboliti i partiti confessionali. Non ci devono essere partiti cattolici, ebrei, islamici, nel Parlamento. Questi andrebbero poi con i loro onorevoli a fa approvare le loro leggi,come del resto accade con i cattolici oggi. Ne siamo capaci?

Marcello Vigli:

Nel ringraziare Raffaello Morelli per l’attenzione dedicata al mio testo e per la condivisine delle argomentazioni della prima parte, mi permetto di contestare la sua valutazione di incoerenza della seconda con gli assunti su cui è fondata la precedente. Premesso che nella espressione coinvolgimento di cattolici nella costituzione dei Comitati per il No nel referendum costituzionale il termine cattolici va ovviamente inteso nell’accezione emergente da quanto scritto prima, si deve rilevare che si parla di cattolici e non dei cattolici, di coinvolgimento e non di primato, e che c’è un esplicito riferimento alla esperienza della straordinaria mobilitazione nei referendum del 2011. Non si può negare che alla sua convocazione fu determinante il coinvolgimento di molti “cittadini” cattolici, testimoni che cattolico non è una categoria politica : in quell’occasione nessuno lo rivendicò pur se molti comitati referendari nacquero in parrocchie senza che ci fossero stati appelli della gerarchia...anzi!!! Aggiungo inoltre che, pur restando vero che il conformismo confessionale resta una delle maggiori piaghe italiane (come sostiene pure l’articolo in precedenza), non si può negare che, almeno finché sarà papa Francesco e, quasi certamente, anche dopo la sua morte, il confessionalismo ... non sta più tanto bene. Non per merito dei “non cattolici”. Sono infatti sempre più numerosi (grazie anche a papa Francesco e alle contraddizioni che ha fatto emergere nella Cei e nella stessa Curia romana!!!) quei cattolici che rivendicano la loro piena autonomia di cittadini nelle scelte politiche. Scontano, indubbiamente, una certa marginalità all’interno della comunità ecclesiale, che, proprio grazie a loro si rivela molto meno compatta di un tempo quando si propone di agire come soggetto politico, evidenziando un confessionalismo in crisi. ************************************* *********************************************************************** *********** Profitto per reagire anche all’interrogativo di Pio: Ne siamo capaci? Nel ringraziarlo per averlo posto, rispondo che non lo saranno quei “sedicenti” laici - liberali, fascisti o socialisti - che ieri, per contrastare i comunisti, si alleavano con la Dc o, pur brontolando, votavano le sue liste implicitamente giustificando la pretesa di Pio XII, prima, e della Cei, poi, di irreggimentare i cattolici nell’obbedienza anticomunista, prima, e nella difesa dei “valori non negoziabili”, poi, quasi che in regime democratico il limite per la negoziabilità dei valori non debba essere solo la Costituzione.

pio:

PROF MARCELLO VIGLI, LA LEGGO SEMPRE CON PIACERE HO UNA CERTA ETA' ANCH'IO, HO ASSISTITO A ALLA NASCITA DI QUESTA REPUBBLICA,MA DI VERA LAICITA' NE HO VISTA POCA. QUANTA CONFUSIONE E COMMISTIONE, INVECE, IN QUESTI 90 ANNI. QUELLI CHE ORA SI DICHIARANO LAICI HANNO MILITATO IN UN PARTITO CATTOLICO: IL PCI. PARLO DEGLI INDIPENDENTI DI SINISTRA. NON MI VA GIU LA CONTINUITA DAL 1929 AD OGGI. OCCORRE BATTERSI PER L'ABOLIZIONE DEL CONCORDATO E LA RISTAMPA DELL'ARTICOLO 7. LA COMUNITA DI BASE LO STA FACENDO MA CON POCO ARDORE. PER TORNARE AL 1928, QUANDO FINI' LA VERA LAICITA' IN ITALIA NON è ANTICLERICALISMO IL MIO, MA GIUSTIZIA E SOVRANITA' DI UNA REPUBBLICA. RINGRAZIO Italialaica che mi ospita

Raffaello Morelli:

Ritengo che le osservazioni di Marcello Vigli sul mio commento abbiano un intento critico nella sostanza ma che il loro risultato sia una conferma del mio commento (meglio quasi un’estensione) quanto a ciò che osservano in modo esplicito e quanto a ciò che fanno intendere (sul mio auspicio di non dare il primato ai cattolici nell’organizzare il NO al referendum del prossimo autunno). Infatti, il prof. Vigli si limita ad affermare che l’attribuire quel primato per il NO all’impostazione cattolica, non contraddice il resto del suo articolo da me condiviso, e ciò equivale a ribadire che questo ruolo referendario glielo vorrebbe dare. Il motivo addotto nella sua replica al mio commento è che lui sta parlando di cattolici e non dei cattolici, che è la stessa tesi usata nel secondo dopoguerra (con radici sturziane già nel primo) per caratterizzare la natura della DC. Però, tralasciando di approfondirne il significato teorico, qui basta rilevare come, alla prova pluridecennale dei fatti, questa tesi si sia dimostrata riferita solo a chi compie le scelte istituzionali (la DC e suoi eredi, invece della Chiesa) e per nulla riferita all’impostazione politico culturale di quelle scelte, bensì (specificità italiana) improntata alla concezione religiosa cattolica e determinante nello scegliere. In tutta evidenza non può essere questa l’impostazione dei laici. I laici, fondandosi sui cittadini e sulla loro diversità individuale, devono impegnarsi con fermezza – specie oggi – per la laicità istituzionale e per respingere l’impostazione religiosa nelle scelte civili. Il nodo è su questo punto. Non c’entra nulla scrivere che i cittadini di religione cattolica hanno appoggiato altri referendum: è la diversità dei cittadini – in quanto singoli e non in quanto comunità religiosa – a dar loro ogni diritto di prendere iniziative, tra cui poi, tramite il conflitto democratico, scegliere le più adatte a sciogliere i nodi del convivere, all’insegna dell’assicurare ad ognuno il miglior esercizio della libertà di espressione. (DA CAPO) Per tali ragioni, i laici non devono dare un ruolo all’impostazione di tipo religioso cattolico nella campagna del NO. Dandolo, compirebbero un grave errore concettuale e pratico. Dal punto di vista concettuale, dimenticando che l’impostazione di tipo religioso conduce in modo ineluttabile ad un concetto di partecipazione estranea al decidere (quindi antilaico), non terrebbero conto che il difetto principale del progetto costituzionale renziano è appunto la sua concezione cesarista ed accentratrice, parente molto stretta di quel distorto concetto di partecipazione. Dal punto di vista pratico, non terrebbero conto che il dossettismo costituzionale di stampo cattolico imperante da metà anni ’90 ha diffuso l’idea della Costituzione più bella del mondo da non modificare nell’impostazione (la riforma del 2001 fu intesa quale messa in luce del filone sottostante) e che oggi ciò equivale a sostenere il No non perché ci siano errori (indubitabili) nella riforma renziana della Costituzione ma perché della Costituzione non si deve riformare l’impianto in alcun caso (il che indirizzerebbe verso il Sì i moltissimi cittadini, pur critici sui meccanismi renziani, che non accettano la tesi della Costituzione monumento perenne). (DA CAPO) E non è ancora finita. Il prof. Vigli esprime l’avviso che il confessionalismo politico è reso più debole dall’azione di Francesco e non da quella dei “non cattolici”. A parte il fatto che una questione civile non è pertinenza dei religiosi (quindi sarebbe preferibile occuparsi dei “laici” ), il confessionalismo politico diviene più debole solo quando è la coscienza laica a indebolirlo tra l’opinione pubblica italiana (certo non per avvenimenti interni alla Chiesa). In più, Francesco è una persona seria e di spessore, non manca mai di ricordare gli indirizzi costanti della dottrina, e quando non promuove il Family Day 2016 lo fa non per mutare dottrina, bensì per renderla più forte e non dipendente da contingenti esibizioni di potere partitico (che non rientrano nel suo intento dottrinale del prevalere). Il confessionalismo politico non si supera confidando in gruppi di religiosi che si battono all’interno del loro credo per una maggiore autonomia religiosa, bensì accrescendo sempre più tra i cittadini credenti e non credenti, attraverso comportamenti politici a ciò funzionali, lo spazio del separatismo Stato religioni (che è un argomento tabù anche per Francesco, il quale coerente parla solo e ovunque della misericordia divina e del suo manifestarsi). Per i laici, la separazione Stato religioni è la questione politica essenziale della convivenza e quindi in Italia è irrinunciabile la prospettiva dell’abrogazione del Concordato da far maturare giorno per giorno (iniziando dalle storture più evidenti). Una linea simile non è una prospettiva anticlericale (sul punto ha ragione Pio) e nel 2016 significa non pensare di poter dare tutte le colpe alla nemica Chiesa e neppure, ma ancor più, pensare di affidarsi alla Chiesa per combattere la piaga del conformismo confessionale in politica. La libertà religiosa è stata una travagliata conquista laica nel passato ed è la politica praticata quotidianamente dai laici pur nella consapevolezza che la dottrina religiosa pensa solo alla libertà di riconoscere la verità divina. Comunque tale obiettivo resta purtroppo lontano e viene messo di continuo in discussione appunto dalla piaga del conformismo politico confessionale. (DA CAPO) Allora sono davvero singolari due circostanze. Che dei laici affermino che la piaga del confessionalismo politico sarebbe in crisi, e lo affermino addirittura basandosi su gruppi individuati in quanto gruppi religiosi, che darebbero più attenzione al principio laico di autonomia civile (nonostante il ritardo con cui lo scoprono ). E che, in questo sogno simbiotico nei confronti del mondo cattolico, dei laici rinuncino a fare quello che dovrebbero, a cominciare dal sostenere il principio di separazione Stato religioni e dal combattere battaglie importanti, come quella del No al referendum costituzionale di autunno, senza riconoscere privilegi connessi alle impostazioni politiche cattoliche come tali.