editoriale

MERITI E BISOGNI DELLE SCUOLE CATTOLICHE

Di Attilio Tempestini | 24.03.2014


La questione dei finanziamenti pubblici, alla scuole private, è sempre un buon termometro delle sorti dei valori laici nel nostro paese. In effetti la situazione al riguardo è sensibilmente cambiata, da una trentina d'anni.

Fino agli anni '90 la DC aveva sì sofferto per la presenza, nella Costituzione, della norma secondo la quale le scuole private hanno diritto ad esistere ma “senza oneri per lo Stato”. Aveva, però, puntato ad aggirare tale norma più che a contrastarla platealmente. Anche perché la norma stessa veniva difesa dai partiti sensibili alle istanze laiche; uno dei quali giungeva, in merito, fino ad aprire una crisi di governo nel 1964.

All'inizio del cambiamento suddetto, si potrebbe vedere un presidente della Repubblica: Scalfaro, del quale, rilevavo qualche settimana fa su “Italialaica”, non mi risultavano sul problema del crocifisso nella scuola pubblica, dichiarazioni a favore come quelle di Ciampi e -soprattutto- di Napolitano. Mi si offre però subito l'occasione, di aggiungere che, invece, ai finanziamenti in questione Scalfaro ha avuto la responsabilità di mostrarsi favorevole nei mesi iniziali di vita della (originaria) Forza Italia; partito che, immediatamente, si disse d'accordo. Dal canto suo, il PDS non aderì ad una manifestazione che -contro tali finanziamenti- venne promossa: e si avviò ad un'alleanza con forze già democristiane, basata anche sull'impegno ad una legislazione in favore delle scuole private. La strada era aperta, vuoi per la legge Berlinguer; vuoi per il più generale sensibile cambiamento di cui dicevo ed a cui la Corte Costituzionale mai ha posto, un argine.

Con la ministra Giannini si continua in questa deriva. Le penose illogicità e contorsioni dei suoi ragionamenti, che si richiamano ai concetti di merito e di bisogno, sono state messe bene in luce da Nadia Urbinati, su “la Repubblica” dello scorso 2 marzo. Io aggiungerei, rispetto in generale a chi da alcuni decenni attribuisce grande importanza a tali due concetti, che essi non dicono granché: diversissime potendo essere le modalità in cui utilizzare l'uno e l'altro. Ammettiamo infatti che risulti pacifica, nei confronti di una determinata persona, la costatazione che non ha meriti e che ha bisogni. Resta una bella differenza, fra chi ritenga si debba pertanto provvedere con un reddito di cittadinanza e chi ritenga si debba provvedere, con le dame di San Vincenzo...

In realtà, per coloro che portano in palmo di mano questi due concetti, la parte del leone tendono a farla i meriti. Pur se non si può dire vengano individuati, questi ultimi, con grande plausibilità. Non ho ancora trovato chi prenda di mira, dei sei “libri” in cui è diviso il codice civile italiano, il secondo: intitolato “Delle successioni”. Chi insomma si prefigga una riforma di tale libro -e della più generale legislazione in materia- la quale riduca le eredità a quell'entità minima, cui riteneva andassero ridotte Luigi Einaudi. Ritengono forse, che sia un merito la nascita in una famiglia piuttosto che in un'altra?

Il punto è che, tendenzialmente, si scrive “merito”, ma si pronuncia “gerarchia”: nel senso di salvaguardia delle gerarchie esistenti. Ciò vale sia quanto alla dimensione economico-sociale: come mostra appunto il caso delle eredità, per le quali in generale chi parla di merito e punta ad abolire, gravami fiscali. Sia, e per riprendere il discorso sulle scuole private, quanto alla gerarchia per eccellenza, quella della Chiesa cattolica -al cui vertice c'è chi si sente così gerarchicamente superiore, da rivendicare l'infallibilità- : giacché pure la posizione di forza, che tale Chiesa ha nel nostro paese, viene ritenuta un'eredità da rispettare.

Ecco dunque che, delle scuole cattoliche, i meriti si danno in sostanza per scontati: col generico e apodittico argomento, che esse tutelano la libertà educativa delle famiglie. Anche delle famiglie di fatto? Anche di quelle, basate sul matrimonio civile? Anche quelle di “cattolici adulti”, i quali non amino la pensée unique di una scuola confessionale?

Mentre, per i bisogni di tali scuole, si fa appello al bilancio dello Stato, non alle dame di san Vincenzo...

Un commento

martina franca:

l'autore si è dimenticato di far notare che anche la "carità" della Caritas, delle dame di San Vincenzo e simili non è una questione privata, ma viene ammpiamente, se non completamente foraggiata dal denaro pubblico sotto mille rivoli ottopermille a parte che è una questione tutta vergognosa anche per come viene gestita. Si va dal denaro dato ufficialmente per sostenere tutti gli enti caritatevoli e non religiosi, ad esempi i più inimmaginabili quale quello (moltissimo) che ogni giorno viene raccolto alla Fontana di Trevi e dato dal Comune di Roma alla Caritas, agli oggetti (pensate!) sequestrati ai venditori ambulanti abusivi dati alle parrocchie. Conosco parroci che regalano alle parenti vestiti da donna (sia pur di mercatino) "a pacchi di decine" ancora imballati così come sono stati sequestrati ai venditori di strada.