editoriale

UNA VITA DEGNA DI LUTTO

Di Francesco Bilotta | 13.08.2013


Nella notte tra mercoledì 7 e giovedì 8 agosto, mentre io stavo ridendo davanti a un bicchiere pieno di ghiaccio, lui cosa stava facendo?

I “se” continuano a comparire nella mia mente come fantasmi: se avessi potuto parlargli, se avessi potuto ascoltarlo, raccontargli come vivevo quando anche io dicevo «tutti mi prendono in giro, nessuno mi capisce. Non ce la faccio più». È assurdo, me ne rendo conto. Ma c’è qualcosa che non sia assurdo nel fatto che un ragazzo di quattordici anni si lasci cadere nel vuoto, invece di salire sul terrazzo di casa a guardare semplicemente le stelle cadenti? (Sulla vicenda leggi Elena Tebano, Marco, suicida a 14 anni perché gay: «Un gesto estremo per la paura di sentirsi minoranza»).

È già successo altrove, purtroppo, che leggi contro l’omofobia siano state approvate dopo fatti di sangue che avevano destato scalpore. In circostanze simili mantenere un atteggiamento razionale non è facile. Eppure è necessario, perché – come cercherò di dimostrare – intorno al progetto di legge contro l’omofobia, che nella sua formulazione attuale desta forti dubbi di costituzionalità, si sta materializzando limpidamente tutto il potere che la gerarchia cattolica è in grado di esercitare sul Parlamento italiano.

Fin da quando la Commissione giustizia ha cominciato i suoi lavori, ho spesso sentito dire: “la cultura non si cambia con una legge, ci vuole ben altro”. E più di recente: “anche se ci fosse una legge contro l’omofobia, questo non avrebbe impedito quel salto nel vuoto”. Se la cultura – scegliendo tra le sue tante definizioni – può essere considerata come l’insieme delle rappresentazioni che sono in grado di descrivere la realtà che ci circonda, allora il diritto è una sua componente fondamentale. Perciò cambiare l’uno significa (parzialmente, ma inesorabilmente) cambiare l’altra.

Questo alla gerarchia cattolica è chiarissimo. Da qui deriva il loro infaticabile attivismo contro tutti gli interventi legislativi che possano in qualche modo trasformare antropologicamente e culturalmente la nostra società. L’espressione “temi sensibili” non fa che indicare quegli ambiti su cui incide maggiormente la loro visione del mondo. Il loro timore è che indurre una modificazione dei comportamenti sociali in tali ambiti possa diffondere pratiche non conformi alle loro tradizioni religiose. Pur di raggiungere tale obiettivo e mantenere fermo il loro predominio valoriale, tendono ad azzerare ogni forma di dialogo con il resto della società. Cosa vuol dire “non negoziabile”? Vuol dire che non se ne deve nemmeno parlare. E ciò perché già il parlarne dà spazio a un’idea di società che può prescindere da quei valori.

La missione dei cattolici impegnati in politica si sintetizza tutta in questo: impedire che la società si organizzi intorno ad un ordine di valori diverso da quello indicato dalla gerarchia cattolica. La diaspora mai ricomposta dei cattolici dopo la fine della Democrazia cristiana, in tale prospettiva, è stata un bene, perché consente alla gerarchia cattolica di ingerirsi sempre nelle decisioni della maggioranza di turno, sapendo di poter essere sostenuta anche dalla parte cattolica che incidentalmente costituisce la minoranza.

La prova (se qualcuno ancora ne dubita) della efficacia della lobby cattolica è la lettera Omofobia, il lavoro fatto e ciò che resta da fare pubblicata il 9 agosto su Avvenire. Ventisei parlamentari cattolici del PD e di Scelta civica scrivono a quello stesso giornale su cui – come avevo segnalato – da mesi è in corso un sistematico martellamento sui temi legati alla proposta di legge contro l’omofobia. Una lettera che serve a rassicurare Oltretevere, comunicandogli il largo successo dell’operazione. Non è una mia illazione, lo scrivono loro: «Grazie a un lavoro costante e fattivo, necessariamente lontano dai riflettori per non pregiudicarne l’efficacia, cui si è dedicato un ampio fronte cattolico in diversi schieramenti presenti in Parlamento, la proposta di legge che è giunta in aula è molto diversa da quella che era stata inizialmente presentata» e sottolineano come tutto ciò sia stato possibile grazie alla «notevole disponibilità» dei relatori.

Due le ragioni del successo: a) sono cadute molte definizioni che rendevano inaccettabile il testo; b) si è nettamente distinto “tra il reato di omofobia e la libera espressione di opinioni, evitando così proprio quei rischi inerenti i reati di opinione giustamente paventati da molti”.

Solo brevemente vorrei ricordare che le definizioni che rendevano il testo “inaccettabile” si riferivano ai seguenti concetti: identità sessuale, identità di genere, ruolo di genere, orientamento sessuale. Cosa c’è di “inaccettabile” in queste definizioni? Probabilmente il fatto che tali espressioni nominano una realtà, che considera l’orientamento omosessuale una manifestazione della sessualità umana avente la stessa dignità dell’orientamento eterosessuale, che scardina il binarismo sessuale su cui si fonda tutta l’antropologia giudaico-cristiana, che nega la riduzione biologista del genere, in definitiva sovverte tutta la visione della sessualità cattolica, quella che il Pontefice di recente ha definito la “vera sessualità”.

In secondo luogo, vorrei sottolineare che nella sua formulazione originaria, il progetto di legge non avrebbe mai potuto mettere a rischio il diritto fondamentale alla libertà di espressione del pensiero. E ciò anche in ragione dell’interpretazione che nella giurisprudenza ha avuto il testo di Legge Mancino-Reale attualmente in vigore. I nostri magistrati hanno punito l’espressione di “idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico” solo quando a tale espressione verbale sia seguita un’azione concretamente lesiva dei diritti di altre persone.

Insomma, un’operazione a tenaglia che consente di non scalfire l’ideologia sessuale della gerarchia cattolica, mentre le assicura di continuare a operare per rendere socialmente prive di supporto le vite delle persone omosessuali e trans fino a sottrarre loro la possibilità di essere degne di lutto, per usare le parole di Judith Butler (in A chi spetta una buona vita?, a cura di Nicola Perugini, Nottetempo, Roma, 2013). Ciò è inaccettabile anzitutto sul piano culturale.

I ventisei parlamentari che hanno scritto ad Avvenire hanno fatto quanto ci si aspettava da loro e giustamente rivendicano il risultato da poter spendere in campagna elettorale. Sono gli altri a non aver fatto quanto ci si aspettava da loro. Fantasticando sulla possibilità di trovare un accordo con la parte fondamentalista dei cattolici per riconoscere protezione e diritti alle persone omosessuali e trans, castrati dall’illusione che il Parlamento possa approvare all’unanimità (o quasi) una legge che include l’identità sessuale nella Legge Mancino-Reale, convinti di saper gestire un potere che di loro, meschini, si prende gioco, hanno girato le spalle a tutti quei quattordicenni che nutrono la certezza che la loro scomparsa non sarà pianta.

In questo frangente, noi tutti abbiamo il dovere di resistere, di rifiutare radicalmente ogni forma di ipocrisia e ogni tentativo di celare dietro le parole un cambiamento che non cambia nulla. È impossibile salutare come un progresso l’approvazione di un testo che sancisce e legittima uno stigma sessuale diffuso negando di fatto alle persone omosessuali una piena soggettività giuridica e sociale. Solo così la Morte non avrà il potere di ridurre al silenzio perpetuo un ragazzo di quattordici anni. Attraverso le nostre voci potrà continuare a ripetere con il poeta: «perché chiedo silenzio, non crediate che io muoia: mi accade tutto il contrario: accade che sto per vivere» (Pablo Neruda - Chiedo silenzio).

2 commenti

Paolo Bonetti:

Una buona legge sull'omofobia è giusta e necessaria: non necessaria nel senso che risolverà il problema, perché su questo è inutile e perfino dannoso farsi illusioni, ma necessaria perché lo Stato democratico e laico deve dare un segnale forte di solidarietà nei confronti di coloro che vengono così pesantemente discriminati e offesi da una larga parte dell'opinione pubblica. Ma qui occorre sottolineare la grande responsabilità di scuole e famiglie, di genitori e insegnanti cattolici e non cattolici. La Chiesa cattolica contribuisce per la sua parte al mantenimento del pregiudizio, ma questo non è semplicemente il frutto dell'educazione cattolica. C'è una componente antropologica molto più antica che deve essere quotidianamente rimossa con un'azione educativa coraggiosa e paziente. Purtroppo nella scuola pubblica si fa molto poco in questa direzione e non sono molti i presidi e gli insegnanti che osino davvero affrontare con chiarezza ed energia il tema dell'omosessualità e del rispetto che si deve alle diverse forme della sessualità. Ma non di solo sesso si tratta, occorrerebbe anche una migliore educazione sentimentale che aiuti a comprendere meglio il mondo così delicato e complesso dell'affettività. Dopo aver giustamente criticato i tabù e le fobie del mondo cattolico, dovremmo fare un esame di coscienza, probabilmente doloroso e difficile, anche noi laici non credenti.

Tiziana Ficacci :

sembra il cane che si morde la coda. Fin quando si consentità l'ora di religione cattolica nelle scuole , (anche facoltativa come oggi finalmente è) utilizzando l'edificio e l'orario ,si riconosce in qualche modo che è maggioritaria e fa parte della tradizione culturale del paese. Naturalmente ben venga la legge sull'omofobia così come quella sul femminicidio di recente approvazione. Ma se si chiede poco si ottiene poco. E' vero che i cambiamenti culturali sono lentissimi, ma avere il matrimonio per tutti agevolerebbe . Mi sembra che se si chiede poco si ottiene pochissimo. Se qualcuno ha voglia può vedere il mio blog qui www.liberelaiche.wordpress.com