editoriale

AL DI LA’ DEL GENERE

Di Francesco Bilotta | 11.06.2013


La ''compassione'' che Dio prova per ''la miseria umana'' è paragonabile alla reazione di una madre ''di fronte al dolore dei figli'', così Papa Francesco all’Angelus di domenica 9 giugno.

Il pensiero è corso subito ad Albino Luciani e al suo “Dio è papà e più ancora è madre”. Ratzinger, dal canto suo, non è affatto d’accordo con queste concessioni al polimorfismo divino: Dio nei vangeli è solo padre. Immagino già alati discorsi teologici alla ricerca di una tradizione che confermi le funzioni materne di Dio. A me sembra evidente che una tale questione possa solo confermare che Dio, in quanto creazione della mente umana, può essere tutto ciò che vogliamo o che ci consola in un certo momento. Ma non è questo che mi interessa. Piuttosto, nel sottolineare l’uso mellifluo dell’accostamento alla madre da parte del Capo di un’organizzazione che, fedele alla tradizione, pone la donna in una condizione di assoluta irrilevanza nella gestione del potere reale, vorrei notare l’uso ideologico del femminile da parte del Pontefice.

Di solito, siamo abituati a leggere il contrario: non si contano le volte che il Papa emerito ha tacciato i gender studies di essere ideologici, di voler imporre cioè una visione del mondo lontana da quella naturale, in cui ci sono il maschio e la femmina, così chiaramente distinguibili senza alcun tentennamento. Se per ideologia, in senso non spregiativo, si indica una visione del mondo, la Chiesa cattolica e i gender studies ci offrono due diverse e incompatibili ideologie.

Nell’introduzione al bel libro di Lia Viola “Al di là del genere”, appena uscito per i tipi della Mimesis, Francesco Remotti propone una sintesi delle tre prospettive a cui si può ricondurre la dicotomia maschile/femminile: una naturalistica, adottata dal senso comune che si avvale di argomentazioni proprie delle scienze naturali, in base alla quale le categorie di genere non sono frutto di un qualche intervento culturale, ma sono già date in natura; una teologica, che riconduce a un intervento divino la distinzione maschile/femminile a partire da un’originaria androginia e infine una umanistica, che condividendo con quella teologica la visione di un’androginia delle origini, assegna il gesto del separare alla società in cui viviamo. La sottolineatura interessante di Francesco Remotti sta nell’evidenziare come il punto di vista naturalistico e quello teologico si possano ben armonizzare in un’ottica creazionista, sicché la divinità che ha creato la natura, ha creato anche il maschile e il femminile.

Assodato, dunque, che le parole del Pontefice esprimono una ben precisa ideologia, chiediamoci se ci sia qualcosa che non vada nel dire che Dio è madre. Sia chiaro, per me non ha senso nemmeno dire che Dio è padre, quindi la mia critica non investe la femminilizzazione del concetto di Dio. Quello che secondo me non va è l’essenzialismo che si cela dietro la rappresentazione di Dio-madre-compassionevole, in cui la madre sembra essere l’unica capace di provare un sentimento di compassione per il dolore dei figli. Ma perché l’uomo non potrebbe provare compassione verso il dolore dei figli? O l’esperienza della genitorialità dipende dai cromosomi di cui ciascuno è portatrice/portatore? E se – come capita – ci trovassimo dinanzi persone che cromosomicamente sono sia maschi che femmine? Sono meno persone o meno capaci di compassione? O, al contrario, partecipando delle “due” essenze sono più compassionevoli di tutte/i le/gli altre/i?

Sostenere la sussistenza di un’essenza del maschile e del femminile non è (come sembra) una mera descrizione della “natura” del soggetto osservato. È, invece, la premessa culturale della costruzione di una norma di genere, che – per usare le parole di Judith Butler – produce nuove forme di esclusione e di gerarchizzazione. Riflettiamoci: quante volte abbiamo sentito l’espressione “si comporta peggio di un uomo”, con riferimento a una donna di potere? O quante volte ci hanno spiegato che il modo di “gestire” il potere al femminile è inclusivo, al contrario di quello maschile fatto di violenza e di prevaricazione.

Nella mia esperienza mi trovo spesso ad avere a che fare con donne spietatissime, tanto quanto gli uomini. Ad un certo punto mi ero convinto di avere un pregiudizio nei confronti delle donne in carriera, perché non riuscivo a distinguerle dagli uomini nella loro capacità di sopraffazione. Il punto è che mi ero completamente lasciato irretire dalla norma di genere in base alla quale le donne, storicamente escluse dal potere, sanno saggiamente amministrarlo in modo diverso dagli uomini. La loro “essenza” le porterebbe spontaneamente a esercitare una “sorellanza” che gli uomini ignorano, abituati come sono ad andare in guerra (chissà se varrà anche per chi come me ha fatto l’obiettore di coscienza!). Il mio non era un pregiudizio. Ero semplicemente vittima dell’essenzialismo. Mi ero dimenticato che siamo tutte/i esseri umani.

La solidarietà, la compassione, la misericordia, la fortezza, e ogni altra virtù che ci venga in mente può essere fortunatamente esercitata da chiunque a prescindere dalla composizione dei propri cromosomi. Questo riguarda anche la genitorialità? Certamente. La cura e l’amore verso i figli non sono prerogative femminili, anche se storicamente – almeno nella società occidentale – la dicotomia sociale di genere ha fatto sì che fossero le donne a esercitare nella quotidianità tali attitudini nei confronti dei figli. Negare una tale evidenza è contraddittorio rispetto agli sforzi verso una piena equiparazione sociale e giuridica tra le persone. Non tra gli uomini e le donne, ma tra le persone.

Etichettare gli esseri umani nel tentativo di dare ordine alla realtà significa creare identità potenzialmente in conflitto. Immaginare un’altra persona come completamente diversa da sé blocca ogni tentativo di comunicazione empatica e in casi estremi volge verso la sua reificazione. Privata della sua umanità, ridotta a cosa, quella persona può essere distrutta, proprio come si distrugge una cosa: bruciata, sfigurata con l’acido, impiccata. Sarà una donna o un uomo, una persona trans, una lesbica o un gay, un ragazzo o una ragazza che vengono prostituiti, una tossicodipendente, di volta in volta sarà un soggetto diverso, ma tutti potenzialmente riducibili a cose, a bersagli di quel videogioco tridimensionale che sta diventando la vita.

Non basteranno le parole femminicidio, transfobia, omofobia, violenza di genere, emarginazione sociale né le commissioni o gli esperti governativi (più o meno qualificati) a descriverci la realtà di questi nostri anni, aiutandoci a comprenderla e ad affrontarla. Prima di ricorrere al codice penale, simbolicamente necessario, ma strutturalmente inefficace nel rimuovere alla radice le più diverse forme di violenza, occorrerebbe ricordare ogni giorno a noi stessi – prendendo a prestito le parole di Simone Weil – che “in ogni essere umano vi è qualcosa di sacro. Ma non è la sua persona. E neppure la persona umana. È semplicemente lui, quell’essere umano” che si senta uomo o donna o nessuno dei due.

 

(Foto da: domenico-schietti-3.blogspot.com)

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