Editoriale

I MATRIMONI GAY RIGUARDANO ANCHE GLI ETERO

Di Paolo Bonetti | 19.07.2012


Quello che è avvenuto  nella recente assemblea del partito democratico, durante la quale la presidente Bindi si è rifiutata di mettere in votazione un documento che impegnava il partito a sostenere le unioni omosessuali come di pari diritto rispetto a quelle eterosessuali, ha confermato, ancora una volta, che anche nel maggior partito di centro-sinistra e nonostante talune dichiarazioni in contrario del suo segretario, persistono pregiudizi e chiusure inaccettabili, in materia matrimoniale, sul trattamento da usare nei confronti dei cittadini che hanno un orientamento sessuale diverso da quello della maggioranza. Si nega in questo modo a milioni di uomini e donne un fondamentale diritto civile, che è ormai pacificamente riconosciuto in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale e che si sta facendo strada, con l’appoggio dichiarato del presidente Obama, in molti stati della confederazione nordamericana. Non solo, perfino in Argentina, paese tradizionalmente machista, si parla concretamente di approvare una legge che garantisca la parità giuridica delle unioni omosessuali. In Europa, il primo ministro conservatore inglese Cameron si appresta, dopo che in Gran Bretagna sono già da tempo ammesse le unioni civili fra persone dello stesso sesso, a varare una legge che equipari pienamente il matrimonio gay a quello tradizionale fra uomo e donna. In proposito Cameron ha dichiarato : “sono favorevole al matrimonio gay non malgrado il fatto di essere conservatore, ma proprio perché sono conservatore”. Con queste parole egli coglie bene, al contrario dei conservatori nostrani omofobici o, comunque, pronti a compiacere tutti i tabù e i divieti della Chiesa cattolica, il valore di stabilizzazione morale e sociale di un simile riconoscimento.

In un magistrale articolo apparso su Repubblica, un giurista autorevole come Stefano Rodotà ha mostrato, contrariamente a quello che si è sostenuto per anni, come non ci sia alcuna contraddizione fra il dettato costituzionale e il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Inoltre, il trattato di Maastricht e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea vietano espressamente ogni discriminazione basata sulle tendenze sessuali, e ci sono sentenze della Corte costituzionale italiana e della Corte di Cassazione che riconoscono il diritto di coppie dello stesso sesso a vedersi riconosciuto un trattamento omogeneo a quello che la legge assicura alle coppie eterosessuali coniugate. Ci si chiede allora per quale motivo non si riesce, in Italia, a fare approvare dal Parlamento una legge che è già stata approvata in paesi come la Spagna e il Portogallo, un tempo considerati assai più arretrati del nostro sul piano dei diritti civili. E, soprattutto, si rimane sorpresi quando si deve prendere atto che perfino partiti che si proclamano laici, messi alle strette, tentennano, rinnegano le loro promesse, cercano compromessi pasticciati che alla fine scontentano tutti. In Italia, neppure una legge assai prudente e moderata sui diritti civili delle coppie di fatto, etero e gay, si è riusciti a far passare in questi ultimi anni. Eppure l’opinione pubblica è ormai in larga misura favorevole a una qualche regolazione giuridica di  rapporti sentimentali e sessuali che sono largamente presenti e accettati nella nostra società. Nonostante ci siano ancora, nel nostro paese, comportamenti omofobici diffusi, che in molti casi sfociano nella violenza, anche per la mancanza di una legge che li punisca adeguatamente, il costume sociale è in gran parte cambiato e si è fatto più rispettoso del diritto di ogni persona di vivere liberamente le proprie emozioni, senza dover subire atteggiamenti di intolleranza e di rifiuto. Perché, allora, la classe politica e parlamentare, nella sua maggioranza, non prende atto di questi cambiamenti?

Il problema, anche in questo caso, è un difetto di laicità di quasi tutti i nostri partiti che, invece di rispondere ai cittadini di quello che fanno, si lasciano intimorire dalle condanne e dai ricatti elettorali della Chiesa cattolica e si mostrano, perciò, timorosi di offenderne le convinzioni in materia di etica familiare e sessuale. Ma l’etica della Chiesa in questo campo, fondata su una presunta e del tutto teorica legge di natura (che le ricerche antropologiche, sociologiche e psicologiche si incaricano puntualmente di smentire), è quanto di più retrivo e lontano dalla nuova sensibilità morale della società italiana, specialmente delle giovani generazioni, si possa immaginare. Costringe, però, un gran numero di cittadini a vivere in una condizione di ingiusta e non più accettabile inferiorità giuridica, oltre che di vera e propria discriminazione morale. Per questo la questione del riconoscimento dei matrimoni gay ci riguarda tutti, quali che possano essere le nostre personali opinioni in materia, perché è una questione che concerne l’autonomia e la laicità dello Stato, la sua indipendenza da ogni autorità morale e religiosa esterna, il suo dovere di non considerare persone di serie B, e semplicemente da tollerare, quelle che manifestano orientamenti di vita diversi da quelli della maggioranza. Quello che vale per la diversità politica, religiosa, etnica e culturale, non può non valere per la diversità nell’orientamento sessuale, che condiziona in profondità tutta la nostra vita di relazione. Mostrarsi esitanti su questa questione, non riconoscere che si gioca, su questa tema, la credibilità stessa delle nostre istituzioni, cercare scappatoie furbesche e sostanzialmente vili, significa tradire quella laicità che si dichiara a parole di voler difendere.

Paolo Bonetti

(La foto è tratta eda Wikimedia.org)

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