editoriale

LA MORTE INGLORIOSA DEL POPULISMO

Di Paolo Bonetti | 12.04.2012


Dopo Berlusconi è toccato a Bossi. Cadono i capi carismatici che avevano fondato il loro potere sul culto personale, sul rapporto diretto con la mitica gente, sulla demagogia e sulle illusioni alimentate con cinismo, sulla demonizzazione degli avversari, sul rifiuto di guardare in faccia la realtà. Il primo è caduto perché di fronte a una crisi economica gravissima, certamente di origine e portata internazionali, ma aggravata dalla politica inconsistente e velleitaria del governo italiano, ha continuato a ripetere che la crisi non c’era e a nascondere i dati oggettivi di un sistema economico che si era bloccato e che si stava avvitando su stesso. Non parliamo poi della classe politica che lo circondava, che sarebbe riduttivo chiamare con l’abusata espressione di “nani e ballerine”, perché si trattava spesso di adulatori e di servi incompetenti, messi a dirigere organi ministeriali di fondamentale importanza per il governo del paese. E andranno naturalmente ricordate le leggi ad personam, gli attacchi quotidiani alla magistratura, il tentativo pervicace di sottrarsi a quella sovranità della legge che è il fondamento della democrazia liberale. Per quanto si possa essere critici nei confronti della democrazia dei partiti (e noi lo siamo stati spesso, sottolineando il discredito morale in cui sono caduti), il potere personale di un uomo, il suo tentativo di sottrarsi a tutte le mediazioni istituzionali, l’umiliazione permanente del Parlamento, sono un male ben più grande, perché tendono a creare nei cittadini una mentalità da parassiti in attesa del miracolo con conseguente deresponsabilizzazione.

Se quello di Berlusconi è stato il populismo esibizionista di un miliardario che ha tentato di piegare lo Stato ai suoi fini personali, quello di Bossi e della Lega è stato invece caratterizzato da una finta rivolta morale, ad uso delle anime semplici, contro la corruzione della classe politica nazionale, contro Roma ladrona e parassita in nome del cosiddetto popolo padano, che, con il suo lavoro, mantiene la nazione e non riceve in cambio quei benefici che gli spetterebbero. La Lega sbracata e xenofoba, guidata da un capo astuto e senza scrupoli pur di raggiungere il potere politico, si è presentata per anni come una forza barbarica ma sana, venuta dalle nebbie del nord per fare finalmente giustizia, una specie di vento purificatore che doveva spazzare via i miasmi delle fogne romane e della malavita meridionale. Stiamo vedendo in questi giorni come è andata a finire e che cosa si nascondeva veramente dietro la facciata suadente del federalismo e l’apparente volontà di riformare la struttura dello Stato per dare maggiore potere ai cittadini contro la burocrazia centrale, le mafie, una classe politica esausta e autoreferenziale. Abbiamo scoperto che nella Lega, nel cuore stesso della sua classe dirigente, ci sono quella corruzione, quel familismo amorale, quell’uso del denaro pubblico per scopi privati, che sono stati rimproverati per due decenni al sistema di potere romano. I barbari incontaminati e puri si sono rivelati affetti dagli stessi vizi dei loro avversari: quei vizi, dopo averli profondamente assimilati, li hanno messi in pratica con gli stessi metodi che avevano condannato, li hanno perfezionati all’ombra del capo che copriva con le sue invettive volgari e i suoi silenzi complici il verminaio che gli stava crescendo attorno. Anche in questo caso il populismo, il preteso rapporto diretto e genuino fra il leader e la sua gente, si è rivelato un inganno, e milioni di persone hanno alla fine scoperto che tutti i mali che combattevano li avevano in casa, che la sporcizia non stava solo fuori ma dentro.

La verità è che la democrazia è la pratica di governo più complicata e difficile, che non ci sono scorciatoie da percorrere nella speranza di semplificare i problemi e di ottenere per essi soluzioni facili e sbrigative, praticando magari un manicheismo sommario e razzista, che identifica il “nemico” in chi è, in qualche modo, diverso da noi. Il sistema democratico è fatto di pesi e contrappesi, di istituzioni che si controllano reciprocamente, di procedure legali che debbono essere rigorosamente rispettate, di diritti individuali che vanno gelosamente protetti. La vera democrazia vive di cultura diffusa, di competenze specialistiche messe al servizio del bene comune, di studio accurato dei problemi, di soluzioni scelte da un libero Parlamento dopo un esame ponderato delle questioni. Per questo è indispensabile che i partiti si rinnovino, che la smettano con il clientelismo, che diano spazio al merito, che aprano la loro dirigenza a nuove energie. Insomma è necessario che la riforma dei partiti, indispensabile per salvare quel che resta della democrazia italiana, non si risolva nelle solite promesse a cui non seguono i fatti, nel consueto tentativo di nascondere, con qualche ritocco di facciata, la volontà di non cambiare nulla e di mantenere intatti privilegi che l’opinione pubblica giudica ormai intollerabili. Non è solo questione di finanziamento pubblico (che pure un referendum popolare aveva abrogato e che è stato reintrodotto con l’alibi dei rimborsi elettorali), ma di mentalità e di abitudini di gruppi dirigenti che non hanno più comunicazione con il paese, che non sanno più ascoltarlo. Si sveglino, perché non vorremmo fare l’esperienza di qualche altro salvatore della patria.

4 commenti

ormaistanco35:

La frase ricorrente "I partiti debbono ascoltare i cittadini", che fa il paio con "La politica deve essere più vicina al popolo", a mio parere non esprimono esattamente ciò che gli uomini politici, i partiti, i cittadini, le istituzioni debbono avere ben chiaro in testa. Tutti coloro che ricoprono una carica pubblica, nei sistemi democratici, sono al servizio della comunità, portatori non di diritti, ma di doveri. Quando diventerà un' intima convinzione a tutti i livelli, saremo in grado di iniziare il nostro cammino sulla via della civiltà.

Paolo Bonetti:

È vero che i partiti politici hanno dei precisi doveri nei confronti dei cittadini, ma il loro primo dovere è proprio quello di ascoltarli e di rappresentarli adeguatamente presso le istituzioni. Accade in Italia (ma penso non solo in Italia)molto spesso il contrario: i partiti sono autoreferenziali, lobby di potere che usurpano funzioni che la Costituzione non prevede,centri di interessi che poco hanno a che vedere con l'interesse generale del paese. Per una vera riforma dei partiti, non basta (anche se è necessaria) una legge che definisca i loro compiti, garantisca la democraticità interna, abolisca quel finanziamento pubblico che gli elettori avevano cancellato con un referendum votato a grandissima maggioranza; ci vorrebbe un cambio radicale di mentalità di cui finora non si vede l'ombra, come le vicende di questi giorni confermano. I cani non pare che vogliano mollare l'osso che stringono fra i denti.

enrico guarneri:

Uno degli effetti catastrofici dell’antipolitica postmodernista è la deriva qualunquistica delle parole della politica: dalla stessa “politica” confusa l’ attività degradata dei partiti; a quelle immediatamente connesse, “classe” e “democrazia” che hanno ormai perso tutti i significati storicamente appropriati; all’abuso blasfemo di “carisma” per pagliacci come Bossi, Maroni, Calderoli; alla ridicola fraseologia minimizzante di “passo indietro”, “mettere la faccia”, “in prima persona”, “crescita negativa”. Tutte cose che, dette una volta da qualche imbecille, dilagano poi nel politichese. Ma si tratta di intendersi, le cose non cambiano. Non così per l’uso del termine “populismo” usato per il berlusconismo. E’ una mia fissa, ma insistendo può essere che prima o poi qualcuno ci ripensi. La definizione gramsciana è nota a tutti e da sola basterebbe a mostrare la inappropriatezza dell’uso. Ma per essere più precisi, il populismo italiano in sede letteraria è stato oggetto di “Scrittori e popolo” di Asor Rosa, e se si vuole guardare la recente cultura italiana se ne ha un buon esempio in Dario Fo. Ben diverso il caso tribunizio di Grillo che, indipendentemente dalla valutazione positiva che i suoi argomenti meritano quasi sempre, va ascritta al genere letterario della demagogia. Se poi si prende la briga di vedere che cosa dicono del Populismo i repertori di sociologia, politica, movimenti popolari, si scopre una storia variegata ma in cui non si vede come si possa inserirvi il pescecane di Arcore. Allora, mi chiedo, perchè regalargli una così nobile patente storica e ideologica? Cui prodest?

Paolo Bonetti:

Il termine populismo ha significati diversi a seconda del contesto storico a cui si riferisce. C'è stato un populismo russo, come ce n'è stato uno americano, ed entrambi hanno avuto significati ben diversi da quello italiano. Ma, per chi come me crede nella democrazia liberale e nelle istituzioni rappresentative, quello di Berlusconi e Bossi è particolarmente negativo: si tratta di personaggi che hanno costruito le loro fortune politiche cercando di scavalcare, con appelli demagogici al popolo o, come oggi si usa dire, alla mitica gente, le istituzioni previste dalla nostra Costituzione e messe a garanzia delle nostre libertà. Questa politica fondata su un cinico illusionismo è oggi entrata in crisi e ci ha lasciati in mezzo alle macerie. Non credo che fare del popolo o della gente un mito che sovrasta e annulla i principi costituzionali possa mai produrre qualcosa di positivo. Nella sua versione italiana, il populismo non ha nulla di nobile. In questo anche Mussolini era un populista.