Negli ultimi vent’anni, dopo la dissoluzione del partito cattolico, abbiamo assistito a una gara opportunistica fra i differenti partiti per ottenere l’appoggio elettorale delle gerarchie cattoliche. A destra c’è stata, addirittura, l’aperta teorizzazione di un “cattolicesimo ateo”, vale a dire di una religione ridotta ad essere lo strumento di un’azione politica quanto mai spregiudicata, pronta a concedere alla Chiesa favori di ogni genere in cambio dell’appoggio a scelte politiche che di cristiano avevano spesso assai poco. Ma anche a sinistra non sono mancati cedimenti opportunistici e ambiguità nell’affrontare i grandi temi dei diritti civili, della difesa della scuola pubblica, della necessità di costringere anche la Chiesa a compiere il suo dovere fiscale tutte le volte che ci si trova in presenza di attività dal carattere marcatamente commerciale. Le gerarchie cattoliche, a loro volta, non hanno mancato di mettersi sul mercato, concedendo il loro appoggio al miglior offerente, finché larga parte del cattolicesimo italiano non è insorto contro questi atteggiamenti che si possono a buon diritto chiamare simoniaci. Adesso si offre ai cattolici che hanno il senso dello Stato e della sua autonomia la possibilità di impostare in modo profondamente diverso il rapporto fra potere civile e società religiosa. Poiché sono sempre più numerosi i segnali che provengono dal mondo cattolico di un rinnovato impegno politico per cercare di rimediare alla situazione di crisi, non solo economica ma anche morale e istituzionale, in cui il governo della destra ha gettato il paese, sarà bene ricordare alla nuova classe politica cattolica (quale che sia l’organizzazione partitica che intenderà darsi), le questioni fondamentali che attengono a un corretto rapporto fra Stato e Chiesa cattolica. Esse sono sostanzialmente quattro: la questione finanziaria, quella scolastica, quella dei diritti civili e quella bioetica. In tutti questi settori non si chiede ai cattolici di rinunciare ad operare secondo i loro convincimenti morali, ma di garantire sempre e comunque che sia rispettata la legge fondamentale dello Stato repubblicano, una legge che si fonda sul pluralismo e non ammette che lo Stato diventi lo strumento per imporre a tutti valori e norme che appartengono soltanto a una parte, per quanto cospicua, della società civile.
La questione finanziaria esige che il carico fiscale sia uguale per tutti e che non ci siano zone di privilegio mascherate con speciosi motivi religiosi; quella scolastica deve riconoscere il primato della scuola di Stato, che è l’unica scuola in cui può essere praticato un effettivo pluralismo educativo e in cui può essere sviluppato un dialogo rispettoso fra le diverse componenti morali, religiose e culturali della società. Naturalmente, come la Costituzione stessa esplicitamente dichiara, deve essere riconosciuta ai privati la libertà di creare scuole di ogni ordine e grado, ma “senza oneri per lo Stato” (terzo comma dell’art. 33). D’altra parte, una scuola privata finanziata dallo Stato è chiaramente una contraddizione in termini, anche se accade in taluni ordinamenti di altri paesi, e somiglia alla pretesa di certi operatori economici di perseguire fini privati con il denaro pubblico. La questione dei diritti civili esige che non ci siano discriminazioni giuridiche nei confronti di cittadini che fanno scelte morali diverse da quelle della maggioranza e hanno stili di vita che, senza offendere la libertà dei cattolici, possono anche essere in contrasto con i loro più radicati convincimenti. Infine, la questione bioetica deve affrontare senza pregiudizi i problemi che la rivoluzione medica e biotecnologica del nostro tempo pone alle coscienze di credenti e non credenti, concedendo a ciascuno la possibilità di adoperare liberamente quelle tecniche che permettono di controllare, assai meglio di quanto non si potesse fare in passato, i momenti cruciali del procreare, del nascere, del curarsi e del morire. In questi aspetti delicati e intimi della nostra vita, tutti hanno il diritto di persuadere gli altri attraverso un libero colloquio, ma nessuno può arrogarsi il potere immorale di costringere.




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