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LA RISPOSTA NON-VIOLENTA NON SI IMPROVVISA

Di Paola Ginesi | 25.04.2022


PER UNA CULTURA DI PACE (1)

L’attuale crisi geopolitica, sociale, economica, ecologica, culturale deve esser letta in un’ottica più ampia, non può esser vista come una sconfitta di chi lotta per un mondo diverso, ma come un richiamo alla “controffensiva”, all’impegno a tutto campo.

La crisi, sempre più grave, è il segnale che è giunto il tempo del cambiamento, è il momento opportuno per mettere in atto tutte le possibili prese di posizioni per squilibrare la correlazione di forze che si è imposta un po’ ovunque.

Per le organizzazioni popolari, il movimento per la pace, i gruppi di base e le realtà che gravitano intorno ad essi, i settori più aperti della società civile deve rappresentare un’opportunità per rafforzare l’organizzazione e aumentare la partecipazione, cercare articolazioni globali e locali per costruire reti sempre più vaste e forti, per unire lotte comuni contro problemi comuni. La tecnologia attuale rende più facile la strada.

La riflessione e il dibattito su un percorso di rifiuto della guerra devono andare al di là dei vari momenti presenti con la costruzione di una cultura di pace; pace intesa come ricerca di un comune denominatore mondiale, planetario per il bene comune di tutta la comunità umana alla luce di condivisione, unione, uguaglianza, rispetto delle differenze, dialogo per trovare soluzioni alle esigenze della gente, dei popoli, della natura.

Da parte delle istituzioni che dovrebbero garantirla, una politica di pace reale, non legata ad opportunismi geopolitici e/o elettorali, appare sempre più improbabile e lontana.

Il ruolo del movimento pacifista, nella sua accezione migliore, è fondamentale; attivo un po’ in tutto il mondo, registra stagioni di forti presenze e periodi di stagnazione; le manifestazioni trasversali a tutta la società possono oggi aprire scenari di maggior impegno e consapevolezza se riusciremo a tener vive attenzione e indignazione con una effettiva ed efficace cultura di pace basata su conoscenza e consapevolezza perché “la risposta non violenta ai conflitti non si improvvisa”.

Se non c’è una coscienza sempre attiva, se non si diffonde ad ambiti sempre più vasti il rifiuto di soluzioni armate, finiamo per assistere a guerre che “fanno molto rumore” e a guerre soffocate nel silenzio e nel disinteresse.

La dis-informazione fa, a monte, un’azione di cernita su ciò che deve essere conosciuto, sulle possibili letture di fatti e avvenimenti, sullo sfruttamento mediatico che se ne deve fare… allora morti feriti profughi bambini distruzioni di certe guerre non suscitano emozione (né di conseguenza attivano per aiutare) perché il “circo informatico” li tiene sotto tono.

Così anche le guerre (senza voler offendere nessuno) possono essere “alla moda”. L’Ucraina ha fatto dimenticare l’Afghanistan, come se i suoi problemi non trovassero più posto nella nostra coscienza: sugli sguardi smarriti di bimbe e bimbi afgani sovrapponiamo bimbe e bimbi ucraini; cambia lo scenario della fuga ma l’abbandono di casa e paese e famiglia ha lo stesso dolore; le divise militari mutano ma non morte distruzioni perdite…

Non è cambiato nulla in Afghanistan: ancora si muore sotto la violenza di armi e “leggi”; il freddo, la fame, la disperazione uccidono persone di ogni età; la grande maggioranza delle donne è ancora esclusa da ogni presenza sociale, le scuole per bambine sono pressoché inesistenti; le mine antiuomo continuano a mutilare e uccidere soprattutto bambini… ma i nostri occhi, emozioni, interventi umanitari (utili per far sentire la propria condivisione ovunque) sono rivolte altrove.

Non parliamo poi di guerre che non si conoscono, non interessano, se n’è sentito parlare in pochi articoli di giornali o in qualche immagine televisiva… non hanno “bucato lo schermo” né, purtroppo, la nostra coscienza… c’è guerra in Siria da 11 anni e da 7 nello Yemen… la stessa violenza, la stessa morte, la stessa impossibilità di immaginarsi una qualche via d’uscita… per anni e anni… nessuno dei diritti essenziali è assicurato: cibo, lavoro, cure mediche, istruzione, una vita degna di essere vissuta, un sogno di futuro.

Si accoglie a braccia aperte chi viene dall’Ucraina… e non suscitano emozione né azione i profughi siriani, afghani, asiatici che si accalcano, e muoiono, in Bielorussia né i tanti barconi che scompaiono tra le acque del Mediterraneo.

Impossibile, si dice, tenere tutto sotto controllo, la capacità di sapere non può essere infinita… ed è proprio per questo che si deve creare una forza sempre più estesa contro il concetto stesso di guerra, contro l’idea di una soluzione che prevede l’uso di armi e violenza in qualsiasi angolo di mondo, in una progressiva presa di coscienza per un’accumulazione di forze sempre più vasta.

Dmitrij Muratov, Nobel per la Pace 2021, direttore di Novaya Gazeta (il giornale d’opposizione di Anna Politkovskaja, ora obbligato a chiudere) afferma: «La propaganda è come le radiazioni: non è possibile stare vicini a Chernobyl e non rimanere contaminati»… questo è vero in ogni direzione, anche per le contaminazioni positive se si fa sentire sempre più forte la voce di chi difende la pace.

Una cultura di pace è impegno per “immersione” sia come responsabilità personale, sia per vastità d’intervento e conoscenza senza paraocchi ideologici e culturali. Non sono sufficienti ritagli del proprio tempo, un’emozione contingente, un sentimento occasionale, ma uno stile di vita e di pensiero che guida le opzioni di ogni giorno, dalle più piccole (quelle che, erroneamente, appaiono insignificanti) al coinvolgimento più ampio che viene richiesto di fronte a scelte etiche, sociali, culturali, politiche, economiche di valore globale; è un modo di essere che abbraccia ogni ambito della propria esistenza: la storia è un giudice severo che ci interpella ogni momento.

E poi avanzare qualche dubbio, porsi domande sulla correttezza dell’informazione: c’è sempre una spettacolarizzazione nelle guerre, a vantaggio di chi? quali fonti sicure di riferimento ci sono quando in molti luoghi caldi non sono presenti né giornalisti né operatori? quante narrazioni creano miti ed eroi a tavolino?

«Il problema vero non è tanto che vi siano due opposte propagande di guerra, questo accade in ogni conflitto, quanto che chi dovrebbe svolgere il compito di selezionare fonti e informazioni scelga invece di adottare il punto di vista di una sola propaganda e spacciarla come realtà assoluta. Oltre ad essere deontologicamente scorretto, credo sia anche poco rispettoso nei confronti di tutte le vittime del conflitto»(2).

Bisogna imparare a leggere tra le righe dell’informazione per capire il gioco geopolitico che sta dietro ad ogni parola, intervento, presa di posizione delle grandi potenze e dei loro partner (spesso nel ruolo di sudditi), cercare più fonti, rifarsi a letture del passato per cogliere il senso della situazione oltre i fatti del momento.

Cause e conseguenze della guerra

La pace è obiettivo e strumento, mezzo e fine, perché, come diceva Gandhi, «tra mezzo e fine vi è esattamente lo stesso inviolabile nesso che c’è tra seme e albero».

È indispensabile, allora, prender coscienza delle cause, prender posizione contro le cause, non limitarsi alle conseguenze.

Fondamentale agire in situazioni di emergenza, ma con la consapevolezza che non è sufficiente perché le “emergenze” sono solo la punta dell’iceberg, non sono affatto un fenomeno “naturale” difficilmente prevedibile, ogni intervento deve aprire ad obiettivi a medio e lungo termine per mettere a nudo e colpire le cause.

Insegnare a pescare invece di limitarsi a dare un pesce è passare dall’emergenza a un progetto di futuro… ma non è sufficiente, bisogna anche agire per conservare il fiume perché tutti vi possano pescare… se il fiume viene “privatizzato” o “avvelenato” è inutile saper pescare: il problema è a monte, è il “sistema” in cui si trovano sommerse umanità e Terra.

Ed il sistema di oggi ha mille sfaccettature ma un potere pressoché unico: l’economia finanziaria che assegna potere (poche persone, sempre meno) pressoché assoluto e si serve delle forze (forse meglio dire “debolezze”) politiche per raggiungere i propri obiettivi.

Sorgono domande che rischiano di paralizzare: cosa possiamo fare contro questo gigante? si dice che ha i piedi d’argilla e crollerà… ma dopo quante guerre morti distruzioni fame dolore progetti di futuro distrutti?

Le cause hanno radici storiche di secoli, si chiamano potere assoluto, conquista, colonialismo, neocolonialismo, interferenza politica in paesi “liberi”, corruzione, paradisi fiscali, sfruttamento delle risorse, accaparramento di terre, scambio disuguale, imposizioni di ogni tipo dall’ordinamento statale al modello economico, alla repressione del diritto di dissenso, alle misure macroeconomiche, alla cultura, alle alleanze, a ciò che comperi e consumi.

Difficoltà invalicabili? eppure l’obiettivo non può essere che cambiare il sistema.

«Quando Nettuno vuol calmare le tempeste, non si rivolge alle onde ma ai venti» (Antoine Rivaroli): e, invece, vediamo (e condanniamo) le onde… e fa comodo, è più semplice, dimenticare il vento!

Se intervenire sulle cause significa cambiare il sistema, cosa possiamo fare? che mezzi abbiamo? ma “anche il cammino più lungo inizia con il primo passo”.

Perché la “gente” delle due parti in conflitto ha ben poca voce in capitolo, ingannata da una propaganda che la manipola? Perché si uccide la verità sotto menzogne strutturali? Perché chi muore non ha possibilità di dire no? Perché si obbliga a “fare l’eroe” chi vuole solo una vita normale e non si pensa invece che “beata è la terra che non ha bisogno di eroi”(3)?

Se si nascondono le cause, le conseguenze confondono e impediscono di capire… per questo a monte di tutto ci deve essere una coscienza profonda di cosa è la pace, la condanna della guerra, il rifiuto della violenza, di pseudo-soluzioni che portano morte e distruzione, la denuncia legata alla verità storica… è necessario costruirsi valori culturali ampi e forti per non cedere al primo ostacolo o alla prima falsità somministrata dai mass media e dagli interessi di qualche potere.

La condanna di Putin è evidente… ma cosa si può dire di tanti organismi internazionali, autorità pubbliche, governi… primi fra tutti gli USA?

In America Latina sono presenti dietro ogni dittatura, sostenitori di tutte le controrivoluzioni; chiamano difesa della loro sicurezza nazionale ogni intervento contro popoli e nazioni anche lontanissimi dai loro confini; piegano democrazie e impongono misure economiche che strangolano paesi e affamano bambini… la primavera guatemalteca, il governo popolare di Allende, la rivoluzione sandinista del 1979, la guerra sporca del Piano Condor; la CIA ha le mani ovunque… e non per portare “pace”; finanziano mercenari di ogni parte del mondo e li inviano in ogni angolo della Terra contro chi rifiuta la loro “protezione”; scatenano con prove false la guerra in Iraq – e non solo -, armano e addestrano tanti Osama Bin Laden e poi li rinnegano scatenando reazioni che sconvolgono il mondo.

Un altro capitolo essenziale è la differenza di obiettivi (complice la NATO?) tra Europa e Stati Uniti. Le parole di Biden (dovute a “senilità” o a un disegno geopolitico preciso?) non sembrano indirizzare verso soluzioni diplomatiche, non sembra interessare la fine degli scontri in Ucraina ma perpetuare la guerra sino alla sconfitta di Putin, il nemico storico, di cui c’è bisogno anche per coprire difficoltà interne… Sono buoni tutti i mezzi, compresa la morte, il dolore, la distruzione (degli altri popoli!) (4)… L’Europa è disposta a sottomettersi ancora una volta? sembra volere la fine degli scontri ma non si sentono grandi voci di dissenso… vengono considerate davvero le conseguenze per la sua credibilità, per i singoli Stati, per la pace mondiale?

Si parla di oltre 35 paesi che promettono nuove armi a Kiev… quanti si sono messi in gioco per una soluzione diplomatica, quali forze sono state messe in campo per far tacere le armi?

Nessun paese è innocente perché nessun paese è neutrale né ha le mani pulite e non basta chiuderle per non farle vedere perché le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti.

Non sono innocenti/neutrali i mercanti di morte (ed i governi condiscendenti) che vendono armi a tutti, ci siano o no sanzioni internazionali, “nemici” o “alleati” (è fuoco amico anche essere uccisi da armi costruite nel tuo paese vendute al “nemico” contro cui combatti); non è innocente/neutrale chi si rifiuta di convertire le fabbriche di armi, munizioni, aeri e navi da guerra… prima o poi dovranno essere usate, altrimenti finisce il profitto; non sono innocenti/neutrali governo e parlamento italiani che approvano, a grandissima maggioranza (391 voti favorevoli, 19 contrari), l’aumento della spesa militare al 2% del PIL, passando da 25,8 a 38 miliardi all’anno, da 68 a 104 milioni al giorno!!!

Il movimento per la pace

Il contrario di guerra è pace, ma cosa significa pace?

La pace sa che il necessario per vivere è il pane di ogni giorno e la fame insaziata di giustizia, la luce di una speranza e mettersi a rischio per la conquista e la difesa della verità, è rispondere alla sete inappagata di libertà e di bellezza.

La pace si coniuga con il sapere, una scuola per tutti, il diritto de los sin voz a prendere in prima persona la parola; è la dignità di ogni uomo e donna, è rivendicare le ragioni della propria esistenza, è l’orgoglio dei giovani che scoprono l’entusiasmo del vivere per lottare e del lottare per vivere.

Non è prudenza, diplomazia, preoccupazione per cosa potrebbe succederci, è sempre denuncia di una storia di morte.

Pace è non tradire la vocazione all’unione, a un’unità creata con le pietre della diversità personale; è rinunciare a un’identità, subita e accolta acriticamente, quando ci chiude in un nostro inutile limbo da cui osserviamo il difficile cammino dell’umanità senza lasciarsi coinvolgere, nell’illusione di non esserne coinvolti.

Pace è mescolarsi nella e con la storia, comprometterci in ogni campo e luogo per sovvertire la realtà del presente.

Uno dei più importanti cammini della pace viene ritenuta la non-violenza, spesso definita l’arma dei deboli, di chi non ha altre prospettive o possibilità, di chi è privo di qualsiasi potere per cui la sua presa di posizione sfocia in azioni pressoché inutili, poco più che simboliche.

Nulla di più falso! le pagine di storia di tanti popoli ne sono un’indiscutibile prova, questa interpretazione nasconde il timore che, se lasciata libera di crescere e coinvolgere più persone, la non-violenza diventi potere popolare, dal basso.

Sono gruppi attivi che arrivano a rappresentare interi popoli, i cui diritti sono conculcati da una violenza strutturale. Gandhi e Martin Luther King, per citare solo i più noti, hanno ampiamente dimostrato che la non-violenza è tutt’altro che l'arma di persone e gruppi “deboli”, visto i risultati ottenuti. Certe azioni sono una vera e propria dimostrazione di forza, che suscita nuove adesioni e apre più vasti campi di lotta, attraverso contestazioni, prese di posizione, azioni che denunciano la perversità di un sistema che si regge su violenza, morte, diritti calpestati, esclusione, arroganza, una scandalosa disuguaglianza… essere non-violenti significa non arrendersi dinanzi agli ostacoli, non cercare scappatoie di comodo, non rimanere in silenzio, è avere il coraggio della denuncia, della partecipazione, dell’azione.

Ma chi sono? Non si sa bene con quale nome definirli: non-violenti ha infinite sfaccettature e non è facile collocarsi, pacifisti viene confuso con “buonisti”: sono, tout court, chi è contro la guerra, contro ciò che impedisce la pace.

C’è sempre il tentativo di etichettare, di chiudere in gabbie ideologiche, in comodi stereotipi… non è essenziale riconoscersi in un nome, quanto la sostanza della presenza, le radici che danno linfa all’azione.

C’è un’espressione nel vangelo che appare oggi quanto mai assurda: beati i mitima chi è disposto a lasciarsi classificare come mite?

Gesù stesso non sembra tanto “mite” con i mercanti del tempio, con i “sepolcri imbiancati” dei veri figli di Abramo, nella condanna a chi dà scandalo gettato in mare con una macina da mulino appesa al collo.

Però dice: Beati i miti perché possederanno la terra… perché sono ben altro che dei rassegnati! Sono coloro che con tenacia, con ostinazione, senza lasciarsi piegare da niente e da nessuno, cercano un mondo dove ognuno abbia il proprio posto, un “mondo che contenga tutti i mondi”… Perché questo è possedere la terra: percorrere, generazione dopo generazione, un nuovo (e sempre vecchio) cammino nella quotidianità di una difficile storia verso una terra in cui ogni persona abbia il diritto di essere uomo/donna in pienezza, in armonia con una natura ed un’umanità tornate amiche. Non è l’utopia di chi “costruisce la pace”?

Ho conosciuto tanti miti in terre e villaggi dell’Altipiano guatemalteco, indigeni che non si sono fatti piegare ed hanno conservato i valori della loro cultura e storia(5), anche quando questo suonava come condanna a morte.

Ho visto in marce infinite migliaia di persone silenziose per chiedere una scuola, un diritto alla terra, un po’ di giustizia; a Santiago Atitlán, un popolo unito, a mani nude, ha ottenuto l’abbandono del loro villaggio da parte del distaccamento militare; associazioni di donne del Nebaj fanno aprire un processo contro i soprusi dell’esercito: “se noi donne abbiamo il coraggio di denunciare esigiamo dai giudici il coraggio di fare giustizia”; sono riusciti a portare in tribunale Rios Montt responsabile di anni di genocidio; a El Escobar hanno ottenuto la sospensione degli scavi nel secondo giacimento mondiale d’argento che distrugge il loro habitat e la loro vita…

I miti sono affamati di giustizia, non si lasciano comperare da niente e da nessuno, rifiutano di piegare la testa di fronte ad un qualche potere(6); una fame e sete di giustizia che scava dentro la coscienza e si fa condivisione, accoglienza, solidarietà fatta di presenza viva, di sostegno, di parole di lotta e di diritto, dell’utopia di un mondo a misura dei sogni comuni. Non è l’utopia dei “costruttori di pace”?

Certo, non è facile… intorno ai tavoli dei “pochi” potenti non occorre molto per accordi e decisioni comuni per salvaguardare i loro privilegi e interessi!

La base, i movimenti popolari – di cui fa parte il “popolo della pace” – rivelano la loro “debolezza” proprio nella forza della ricchezza di esigenze e di proposte, nella diversità di culture e tradizioni, di storia e di geografia… è indispensabile far fronte comune, arricchirsi delle idee di tutti, cercando ciò che unisce, che è sempre più di quello che differenzia; solo la globalizzazione della resistenza potrà opporsi alla globalizzazione perversa del sistema attuale e mettere le basi di una cultura di pace: è un vasto e diffuso “potere sociale” che fatica ad esprimersi in “potere politico”.

Dobbiamo diffidare di coloro che offrono soluzioni preconfezionate, che sanno sempre cosa si deve fare… la realtà è complessa e non può essere semplificata con visioni unilaterali e parziali perché nessun fatto è una realtà isolata, ma un complesso di fattori.

Difficile, certo, ma non impossibile se sempre più persone cercheranno il cammino, meglio i cammini, da percorrere per capovolgere la storia di oggi.

I movimenti, le forze più vive della società civile, il mondo intellettuale, le realtà religiose più aperte devono ricercare, scambiarsi un progetto di futuro, altrimenti si vivrà il domani come un qualcosa di sconosciuto, oscuro, senza coordinate, che crea insicurezza e paura: ed è proprio questo ciò che vuole il sistema attuale.

Il progetto di futuro si costruisce poco a poco, passo dopo passo, tra molti, sempre più numerosi, alla ricerca di idee e processi concreti – si parla di “pratiche micropolitiche” – che acquistano sempre più forza in profondità ed estensione fino ad imporsi.

Difficile crederlo? Eppure se apriamo un qualsiasi libro di storia ci rendiamo conto che nessun sistema è eterno, prima o poi, tutti – i migliori ed i peggiori – finiscono… sarà così anche per quello attuale(7): il tempo perché ciò avvenga dipende dalle forze che si riesce a mettere in campo, a legare tra di loro, dalla capacità di agglutinare esperienze diverse; ogni realtà è una tessera del mosaico che costruisce la storia.

Il “popolo della pace” non deve mai stancarsi di provare, sperimentare, cercare di coinvolgere la gente comune, ogni ambito della società, i politici consapevoli e critici verso la compagine istituzionale; lottare contro la dinamica di concentrazione della ricchezza e di “espulsione” della maggior parte dell’umanità; senza scoraggiarsi per gli sbagli, continuare a provare, a cercare nuove strade, a resistere alle sirene delle semplificazione o dell’arroccamento sulle proprie posizioni, facendo sempre ricorso ad un’obiettiva autocritica per non continuare a percorrere strade già battute che si sono rivelate vicoli ciechi, senza chiudersi in forme narcisistiche di autocompiacimento che impediscono ogni contatto costruttivo.

Alla base di una scelta non-violenta c’è la presa di coscienza delle dinamiche presenti oggi sia nel proprio ambiente sia nella geopolitica mondiale.

La società, progettata in gran parte da chi ha il potere di imporre i propri interessi, decide la cosiddetta “normalità”, le regole del gioco cui attenersi che, di fatto, definiscono la cultura/identità di chi ne fa parte; la decisione personale, nella maggioranza dei casi, agisce in questo ambito: modelli, valori (o pseudo-valori), modalità, prassi, desideri, bisogni più o meno fittizi. Tutto ciò configura una società in un determinato tempo e luogo con l’obiettivo di “riprodurre il sistema” perché questo è il significato che si dà alla parola “normalità”.

Da qui la necessità di movimenti, associazioni, enti, persone che lottano contro il conformismo per introdurre differenti obiettivi, metodi, azioni, visioni del mondo per ribaltare un sistema che penalizza la parte migliore (e maggiore) dell’umanità… ed è sempre più indispensabile la presenza di chi opera per la pace.

Ovunque, seppure in tempi diversi e con dinamiche specifiche, sorgono resistenze e ribellioni, rivolte e rivoluzioni che rivendicano il diritto ad una reale democrazia, alla pace sociale e politica, nel rispetto della libertà, delle differenze, di valori comuni e peculiari delle varie esperienze e visioni del mondo, contro l’accettazione acritica della situazione per costruire occasioni di condivisione e creare prospettive di pace.

Come già tante realtà - i popoli indigeni di tutto il mondo, le comunità contadine (Sem Terra brasiliani, la Via Campesina, numerose entità locali), settori emarginati delle periferie delle città… - anche il “popolo della pace” deve intraprendere un cammino collettivo, contro l’eterna divisione delle tante sigle, che, forse più della paura, paralizza un processo di transizione verso un’altra socialità, un’altra politica, un diverso concetto di democrazia e di cittadinanza.

L’universo policromo e variegato del “popolo della pace” deve incontrarsi in un cammino unitario (che non significa univoco) in difesa di diritti comuni, libertà, giustizia sociale, rispetto, dignità, uguaglianza… verso quel buen vivir basato su una reale sovranità di popoli, comunità, paesi che trova fondamento all’interno della società civile e costituisce un’effettiva garanzia di pace.

Le risposte popolari, del mondo intellettuale, dell’opinione pubblica, delle associazioni devono estendersi e, nella grande varietà di esperienze, dimostrare una sempre maggiore capacità di intrecciare rapporti, scambiare competenze, trovare soluzioni comuni nel rispetto delle problematiche peculiari legate alla diversità di situazioni storiche, culturali, geografiche, economiche, sociali.

La forza deriva dall’opporsi, insieme, al sistema attuale che, per piegare le proteste e le prese di posizione contrarie, ricorre ad ogni mezzo dalla criminalizzazione della protesta all’esclusione, attraverso il ricatto, l’inganno, la menzogna.

Bisogna essere in tanti…

Si deve essere in tanti a volere la pace, bisogna essere in tanti a denunciare la violenza, bisogna essere in tanti a vivere secondo una coscienza di pace, condivisione, partecipazione, bisogna essere in tanti per sconfiggere la morte!

MASSA

César Vallejo

Finita la battaglia,
e morto il combattente, venne a lui un uomo
e gli disse: «Non morire, ti amo tanto!»
Però il cadavere, ahi!, continuò a morire.

Altri due gli si avvicinarono e imploravano:
«Non lasciarci! Coraggio! Torna alla vita!».
Però il cadavere, ahi!, continuò a morire.

Vennero a lui venti, cento, mille, cinquecentomila,
gridando: «Tanto amore, e non poter nulla contro la morte!».
Però il cadavere, ahi!, continuò a morire.

Lo circondarono milioni di persone,
con una supplica comune: «Resta, fratello!».
Però il cadavere, ahi!, continuò a morire.

Allora tutti gli uomini della terra
lo circondarono; li vide il cadavere triste, commosso;
si alzò lentamente,
abbracciò il primo uomo; prese a camminare…

 

Paola Ginesi

 

1) Raffaele Barbero, Pressenza 29-03-2022

2) Guerra in Ucraina tra disinformazione di Stato e geopolitica, intervista di Lorenzo Poli a Romana Rubeo, Pressenza 24-03-2022

3) Bertolt Brecht, Vita di Galileo

4) Quando a Madeleine Albright, allora ambasciatrice all’ONU e poi segretario di Stato con l’Amministrazione Clinton, fu chiesto, a proposito delle sanzioni americane contro l’Iraq, se valesse la pena la conseguenza della morte di oltre mezzo milione di bambini, più di quanti ne uccise la bomba di Hiroshima, rispose: «Credo sia stata una scelta molto difficile, ma quanto al prezzo, pensiamo che ne valesse la pena». Nel maggio 2012, Barak Obama le concesse la Medaglia Presidenziale della Libertà.

5) Potranno strappare tutti i fiori ma sempre tornerà la primavera. Fiorirai Guatemala. Ogni goccia di sangue, ogni lacrima, ogni singhiozzo spento da uno sparo, ogni grido di orrore, ogni pezzo di pelle strappato dall'odio degli anti-uomini, fioriranno. Il sudore sgorgato dalla nostra angoscia fuggendo dalla polizia e il sospiro nascosto nel più segreto della nostra paura, fioriranno. Abbiamo vissuto mille anni di morte in una patria che sarà tutta un'eterna primavera. Julia Esquivel

6) Uno degli slogan ricorrenti: «Né il padrone delle terre, né il militare, né il funzionario, né la stampa, né il prete possono negare il diritto alla partecipazione del Popolo Maya»

7) Cfr. Non ci sono alternative, www.fondazionegpiccini.org

2 commenti

Paola Re:

Sono delusa per quanto è scritto nell’articolo: «Insegnare a pescare invece di limitarsi a dare un pesce è passare dall’emergenza a un progetto di futuro… ma non è sufficiente, bisogna anche agire per conservare il fiume perché tutti vi possano pescare… se il fiume viene “privatizzato” o “avvelenato” è inutile saper pescare […]» All’autrice dell’articolo consiglio la visione del film “Seaspiracy” affinché si renda conto di che cosa sia la pesca e di che cosa significhi conservare le acque. La metafora usata è anacronistica, oltre che crudele e davvero risulta inadeguata in un articolo che tratta di pace e nonviolenza. Forse l’autrice non sa che i più grandi pacifisti della storia sono stati vegetariani, ovviamente contrari a macellazione, caccia e pesca. Forse l’autrice non sa come muore un pesce, stremato da una delle peggiori agonie. Insegnare a pescare significa insegnare a uccidere, concetto che mi pare in conflitto con l’articolo. Come scriveva nel “Dulce bellum inexpertis” Erasmo da Rotterdam, che ha sempre coltivato l’ideale della pace, «E a forza di sterminare animali, s'era capito che anche sopprimere l'uomo non richiedeva un grande sforzo.»

Marina Nicolich:

Trovo del tutto fuori luogo il commento all'articolo fatto dalla signora Paola Re. Rispetto, ammiro e condivido gli aspetti vegerariani della signora, ma essere delusa dall'articolo della sigora Genesi per questo esempio è decisamente fuori dalle righe. Posso anche pensare che una sensibilità fanaticamente animalista sia dispiaciuta dall'esempio scelto, ma come non capire che si tratta di un esempio? E' uguale a dire che non dobbiamo limitarci a fare l'elemosina, ma dobbiamo mettere ciascuno in condizione di avere un lavoro oppure la possibilità di mantenersi ugualmente anche se fosse inabile od inadatto al lavoro. L'articolo è molto ben scritto, profondo e direi, quasi illuminato da una passione per l'umanità. Anche per quella che mangia pesci...