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LA PURDAH, LA FATWA E I TROPPI SILENZI

Di Ileana Montini | 09.06.2021


Molti anni fa incontrai, per una intervista, alunne pakistane di un istituto professionale di Brescia; anche la professoressa incaricata per l’inserimento di stranieri o figli di migranti. Mi raccontò che non poche alunne musulmane appena entrate si toglievano il velo per riporlo nello zaino e che, soprattutto alla fine dell’anno scolastico, confidassero il programma di portarle ai Paesi di origine per sposarle con un prescelto, spesso anche un cugino di primo grado. Qualcuna le chiedeva esplicitamente aiuto. Aggiunse che al termine delle lezioni erano fatte oggetto di assiduo controllo da parte di fratelli o altri parenti.

Proprio a Brescia ci fu il primo clamoroso caso con l’uccisione di una pakistana di Sarezzo (2006), seguito da quello di Sana Cheema (2018) in Pakistan. Ovviamente sempre con ampio eco nei giornali; per un po’ di tempo. Ricordo che la scomparsa di Sana in Italia venne denunciata dalle amiche al Giornale di Brescia.  E quando in seguito vennero assolti padre e zio per insufficienza di prove in Pakistan, le amiche di nuovo scrissero al quotidiano per spiegare come la loro vita sarebbe stata ancora più dura dopo questa assoluzione. Perché l’onore della famiglia pesa sulle donne, o meglio dipende dal loro corpo che deve sempre manifestare al massimo il purdah, cioè il pudore, la modestia dell’abbigliamento secondo la tradizione delle culture patriarcali confermate dalle religioni; che ne sono la manifestazione in termini di codici valoriali e rituali.

Ora siamo di fronte a un’altra scomparsa, questa volta in Emilia Romagna di una pakistana di nome Saman Abbas. Di nuovo l’indignazione per “il caso” e poco altro.

Cinzia Sciuto di Micromega (1.6) ricorda l’intervista rilasciata dal padre di Hina, la ragazza di Sarezzo, nella quale emergeva chiaramente che i figli, ma soprattutto le femmine, sono di proprietà del padre e funzionali al mantenimento dell’onore della famiglia. Un altro elemento era quello del ruolo della comunità e, quindi, delle guide religiose. Tiziana Dal Pra, fondatrice dell’associazione Trama di Terre, che ha lo scopo, tra l’altro, di aiutare le ragazze che decidono di rifiutare le imposizioni dei genitori per i matrimoni, fa un appello alla politica (alla sinistra) così invischiata nel culto del multiculturalismo, a “battere un colpo”.

Perché, segnala, il tema principale è il controllo sulla vita delle ragazze. Infatti loro, più dei coetanei, sono chiamate a rappresentare il volto delle comunità, la loro identità religiosa. Le bresciane, dopo la morte di Sana, nelle lettere al Giornale di Brescia raccontarono come venissero continuamente dissuase dallo stabilire contatti con le (e gli autoctoni) perché i “valori occidentali non sono i nostri”.

Karima Moual (La Stampa, 4.6) criticando la fatwa pronunciata dall’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche in Italia), sostiene che un enorme problema nell’Islam è quello della proibizione alle donne di sposare i non musulmani. E che la fatwa contro i matrimoni combinati e forzati è una foglia di fico. Anche perché in Italia dal 2019 esiste la legge sul Codice Rosso che sancisce come reato i matrimoni forzati e, quindi, invocare il diritto islamico è una esplicita pretesa di mettere la religione al di sopra, o prima, delle leggi laiche di uno stato. Secondo la giornalista, dietro Sana Cheema, Saman Abbas e Hina Salem, c’è una questione “su cui continuano a sopravvivere fraintendimenti e omertà: alle donne musulmane è proibito sposare ‘non musulmani’. Le unioni miste incarnano la fobia della maggior parte dei padri, zii, cugini e clan. Se non si parte da qui non si va da nessuna parte: non si previene, non si protegge. Chi pretende di rappresentare l’Islam italiano non deve nascondersi dunque dietro l’indignazione, né proporre ricette folcloristiche che non cambiano nulla di concreto nella vita delle donne, ma affrontare onestamente il problema”.

Solo la Tunisia è riuscita a modificare la legge della Sharia, e così secondo i conservatori islamici il Paese si è posto fuori dai dettami coranici. La proibizione per le musulmane a sposare i non, riguarda in realtà più le donne immigrate o figlie di immigrati. È un intrinseco messaggio per la legittimazione della purezza identitaria religiosa.

La critica, continua e serrata, all’individualismo occidentale da parte degli immigrati di religione islamica, in pratica conferma ciò che dalle ragazze ci si attende: rispondere sempre per il proprio comportamento e le scelte di vita alla comunità; a quello, dice Tiziana Dal Pra, che la comunità giudica buono per loro.

E poi c’è il silenzio di “Se non ora quando” e quello di tante femministe storiche a suo tempo così, giustamente, critiche nei riguardi del cattolicesimo. Giuliana Sgrena ha scritto un articolo, ma lei è anche l’autrice di un libro che ha attirato l’accusa di islamofobia (Dio odia le donne, Il Saggiatore, 2016). Ritanna Armeni, ex giornalista del Manifesto   ha postato su Fb un’autocritica:

Sento rimorso, mi sento in crisi per non aver mai parlato né su Facebook, né su un altro mezzo di comunicazione di Saman Abbas, la giovane donna pakistana scomparsa e, probabilmente, uccisa dai suoi parenti perché non accettava un matrimonio imposto. Ho avuto molto da fare, è vero, ma questo non mi giustifica. Non giustifica nessuna di noi femministe bianche occidentali che ci indigniamo per una molestia o una prevaricazione sul lavoro ma poi su Saman abbiamo taciuto. Perché? Perché questo silenzio, questa brutta omissione? La morte di Saman e la nostra mancata reazione mi ha fatto vedere un muro ormai alto fra la lotta giusta per la nostra libertà e quella per la libertà delle altre e degli altri. Delle altre donne che vivono una condizione diversa, più arretrata della nostra, e degli altri, gli uomini e le donne, ad esempio, che subiscono lo sfruttamento, l’emarginazione nel lavoro. Sono talmente tanti che non provo neppure a enumerarli. Quel che la morte di Saman e il nostro (a cominciare dal mio) silenzio mi ha reso chiaro è che questa disattenzione oltre che essere moralmente condannabile è indicativa di chiusura, grettezza e stupidità. 0ggi non mi piaccio, non mi piacete, amiche mie. Una carezza a Saman dovunque sia.

Care femministe, cara sinistra, la cominceremo una riflessione sul multiculturalismo o relativismo culturale? Sul ruolo delle donne nelle comunità immigrate? Eccetera

Un commento

pasquale:

C'era una volta la pena di morte. Erano tempi bui, di violenze, di crimini efferati, di assassini facili, quando i cortelli uscivano con facilità per pulire l'onore, per vendetta, per rubare, per segnare una supremazia. Allora lo Stato doveva essere altrettanto violento. Poi con la cultura civica, il progresso è diminuita la sottocultura ed è aumentata la libertà e così è stata abolita la pena di morte. Con i nuovi tempi, la multicultura, un medio evo di altro paese, come se si scavalcasse la storia, ritorna in l'Italia che non è più nel M.E.. Allora se lo Stato non è più abilitato alla repressione di quella sottocultura, che bisogna fare? Ripristinare la pena di morte per quel Medio Evo? Questi esseri primitivi capiscono solo la violenza. Il fidanzato di Saman ha detto che fanno parte di sacche di sottocultura, gente ignorante. Nello Stato Pontificio pre unità sarebbero volate teste, è a quell'epoca che i familiari di Saman appartengono ed anche la loro pena sarebbe adeguata all'epoca.