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UN RICORDO DI MARIA PAOLA COLOMBO SVEVO

Di Ileana Montini | 27.03.2021


Una cattolica democratica libera e forte


Nella presentazione Giuseppe Guzzetti scrive che si augura questa biografia possa essere oggetto di pubblici incontri, perché è la memoria di una donna “che ha vissuto una vita intensa al servizio del Paese”. Nelle istituzioni ha saputo portare rigore, generosità e passione avendo a fondamento del suo impegno i valori del “personalismo cattolico, solidale, creativo, partecipativo”. Paola Colombo Svevo è morta a 68 anni nel 2010.  Il libro è di Maria Chiara Mattesini, ricercatrice della Università di Tor Vergata (Roma): Maria Paola Colombo Svevo una cattolica democratica libera e forte (ed. Laterza), uscito nelle librerie a ridosso della festa della donna dell’8 marzo. È il racconto della sua vita attraverso tanti documenti, ma anche tante testimonianze orali. Paola Colombo Svevo ha ricoperto numerose cariche istituzionali: amministrative in regione Lombardia, nel parlamento italiano e in quello europeo. È stata assessora ai servizi sociali della regione, vice sindaca di Monza, ha avuto al suo attivo l’impegno verso leggi per le cooperazioni sociali, per i portatori di handicap, il servizio sociale sostitutivo di quello militare, i consultori. È stata anche l’ultima Delegata Nazionale, prima della fine ingloriosa dei partiti, del Movimento Femminile della Democrazia Cristiana.

Forse, se fossi rimasta nella Dc, avrebbe sostenuto la mia candidatura a Delegata Nazionale, come sostenne la mia, nel 1969 a Maiori, vicino a Salerno, al Comitato Nazionale nella lista di Tina Anselmi. Lei faceva parte della corrente di sinistra di Base e io di Forze Nuove. Ci conoscemmo a Roma -a metà degli anni Sessanta-  al centro Alcide De Gasperi alla Camiluccia, in occasione dei corsi annuali di formazione dirigenti del Movimento Femminile che si svolgevano a luglio.

Paola studiava scienze politiche all’Università cattolica di Milano ed era l’Incaricata Giovani del Movimento Femminile della provincia di Milano. Io ero l’Incaricata Giovani della provincia di Ravenna e della regione Emilia Romagna.

Ecco, io e Paola avevamo ricevuto la stessa formazione politica che nel libro emerge in ogni riga e descrizione come tratto distintivo della sua azione, identità e appartenenza.

La prima lezione la teneva sempre la prof. Lidia Menapace, docente all’Università Cattolica, membro del Comitato Centrale del M. F. e del Consiglio Nazionale del partito. Anche lei della corrente di Base. Tina Anselmi, vice Delegata Nazionale e Gabriella Ceccatelli, Incaricata Nazionale Giovani, ricevevano i relatori e condividevano con le partecipanti al corso il soggiorno nella dèpendance del centro a lato della villa in stile Liberty, immersa in un parco lussureggiante. Dopo ogni relazione si avviava la discussione e io e Paola eravamo le prime a intervenire con domande e riflessioni.

Nessuna competizione tra noi due: eravamo diverse per stile e “taglio” degli interventi. Lei tranquilla, calma, precisa, pragmatica e realistica. Io forse più problematica, già portatrice di una inquietudine che mi portò all’uscita dalla Dc nel 1971, tre anni dopo quella di Lidia Menapace. Entrambe aderimmo al Manifesto, che raccoglieva i fuoriusciti dal Pci Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Valentino Parlato, Luciana Castellina, Lucio Magri, ecc...

Come molte altre giovani impegnate in politica, amavamo molto Lidia Menapace e meno la Delegata Nazionale Franca Falcucci, un po’ rigida e autoritaria. L’autrice descrive gli anni del Movimento Femminile, quando a Milano la delegata Provinciale era la ex partigiana Maria Luisa Cassamagnago e la regionale era Elena De Palma: figure significative di donne emancipate e forti. In Emilia Romagna c’era Vilma Preti, Delegata Provinciale del M. F. di Parma e amica indimenticabile di quella stagione della politica e della Chiesa, figura di primo piano ancora negli anni seguenti e punto di riferimento anche di Paola.

Al primo consiglio nazionale a Roma -dopo il convegno rinnovo cariche del 1969, dove in contrasto con la Delegata Nazionale vennero imposte due liste di candidate, con a capo Franca Falcucci e Tina Anselmi- Paola Colombo Svevo arrivò di sorpresa (lei non ne faceva parte) e mi disse: “perché volevo sostenerti”. Sapendo del mio conflitto con Franca Falcucci.

Il suo modo di operare che ho via via scoperto nel libro, è l’esito di una formazione che definiva precisamente il fare-politica e il profilo umano del politico/a. Mi chiedo cosa è stata per lei la misera fine dei partiti ideologici -conseguenza anche della critica alla partitocrazia e di Tangentopoli- e l’insorgere del profilo del politico narcisista. Ha fatto in tempo a vedere la nuova era dei partiti personali con l’imporsi dell’imprenditore Berlusconi e la fondazione del suo partito. Suo in tutti i sensi. Non più quindi persone formate nelle scuole di partito e, per i cattolici, con sullo sfondo la dottrina sociale della Chiesa e poi anche il Concilio Vaticano II. Paola era diventata parlamentare dopo un iter nelle istituzioni come spesso accadeva anche nel Pci, e non certo facilmente come per gli uomini. Ricordo che io, lei e le altre, nel 1968 faticammo non poco per imporre le candidature di Tina Anselmi e Franca Falcucci alla Camera e al Senato. Ha vissuto il tempo di una tradizione culturale ancora fortemente di ostacolo alle donne nella vita pubblica, perché la loro esistenza aveva legittimità soprattutto nell’ambito domestico. Lei non è stata una femminista, ma si è lasciata contaminare dal movimento attraverso figure di rilievo come Livia Turco, Giglia Tedesco, Adriana Seroni. Livia Turco nel libro racconta:” Il punto che ci univa era la presenza delle donne in tutte le politiche. Ci preoccupava che ci fosse un punto di vista di genere in tutte le politiche.”

L’autrice la descrive tra le protagoniste dell’approvazione della legge regionale (1976) sui consultori insieme alle colleghe comuniste Laura Conti ed Eleonora Fumagalli. Ispirata anche dal pensiero del sociologo Achille Ardigò -che aveva caratterizzato la nostra comune formazione giovanile-  privilegiava i servizi rispetto ai sussidi alla famiglia; come sarà invece in seguito con il ciellino Formigoni presidente della Regione Lombardia.

È stata anche profondamente laica, condividendo con Tina Anselmi l’atteggiamento rispettoso della laicità dello stato per le leggi sul divorzio e sull’interruzione di gravidanza (legge 194).

Nel corso degli anni ’90 ebbi l’occasione di incontrarla, in modo del tutto fortuito. Mi trovavo a Firenze per un convegno e seppi che Paola Colombo era relatrice in un altro, non ricordo per quale organizzazione e tema. Andai a salutarla. Fu un incontro affettuoso.

Al termine del libro si ricorda il suo debito nei riguardi di alcune “maestre di vita”: Maria Eletta Martini, Tina Anselmi, Maria Luisa Cassamagnago, Vilma Preti. Vorrei aggiungere anche Lidia Menapace morta sul finire dello scorso anno a causa del Covid 19.

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