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INTERESSANTI SVILUPPI GIURIDICI A REGGIO CALABRIA SU ABORTO E LIBERTÀ

Di Marco Comandè | 21.02.2021


Ha fatto scalpore la decisione del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, di oscurare i manifesti contro l'aborto affissi dalle associazioni Pro-Life, dove era stata pubblicizzata la frase: "Il corpo di mio figlio NON è il mio corpo. Sopprimerlo NON è una mia scelta. #stopaborto".

La conseguenza, come è naturale in una società civile, è stata il ricorso al tribunale di Stato, dove si dovranno chiarire i punti controversi della questione.

Considerazioni extra-giudiziarie si possono comunque elaborare, partendo proprio dalla decisione di portare Falcomatà in un tribunale laico, dove è noto che l'iter giudiziario è del tipo di quello che aveva sentenziato il diritto di Beppino Englaro di far interrompere le cure alla figlia Eluana.

Senza dover ricamare per l'ennesima volta la retorica pro o contro l'ingerenza della laicità sulla sfera religiosa, sarebbe doveroso riconoscere una volta per tutte che i principi della laicità e della convivenza umana non coincidono con i precetti religiosi, in quanto hanno metodologie diverse per interpretare la realtà del vissuto: materialistica per un laico e spirituale per un credente. O, per condurre il ragionamento agli estremi della retorica e della vis polemica che tanto piace al popolo dei social, se l'etica religiosa potesse imporsi in quanto non contraria all'etica laica, allora perché i principi religiosi non dovrebbero sottomettersi alle norme laiche, proprio in virtù della non discordanza dei primi sulle seconde?

La domanda improvvisamente fa scattare il riflesso condizionato sulle affermazioni estreme contro la "tirannia dei tribunali civili" in nome dei "principi non negoziabili".

Ma cerchiamo di concedere la buona fede (in senso civile) agli operatori di fede (in senso religioso) e riconsideriamo la diatriba tra scienza e prodigio divino, facendo finta che tutti siano concordi sull'affermazione che "la materia è stata creata per mezzo di Dio e dunque non è impura".

Dunque l'argomento del contendere è la definizione di embrione come individuo dotato di pieni diritti civili. Da dove parte l'affermazione? Consultando i manuali religiosi, cristiani e non, parrebbe che i paladini pro-life abbiano abbandonato la propaganda sul soffio divino che impegna la carne donandogli l'anima. Sarebbe interessante domandarsi se la decisione sia correlata al fatto che il "soffio divino" dia il là alle credenze eretiche dell'animismo non cristiano, laddove si crede siano gli spiriti a far muovere la materia donandogli la vita vegetale ed animale; ma proviamo di nuovo ad essere obiettivi, concedendo che i nemici dell'aborto partino dall'argomento che l'embrione è vitale in quanto contenente il DNA unico ed irripetibile rimarcato dalla scienza, o meglio che abbiano adattato il proprio linguaggio al positivismo scientista che impregna la società moderna.

Ci sarebbe spazio per domandarsi se l'argomentazione strimpellata non sia controproducente per il credente, in quanto il DNA è l'oggetto principale dello studio della teoria darwiniana dell'evoluzione. Nemmeno l'affermazione di "DNA unico ed irripetibile" è tecnicamente corretta, se si considera che non sono rari i casi di gemelli omozigoti nati dalla scissione del singolo embrione. Un embrione, due persone. Suona bene come slogan, ma evidenzia ancora di più il divario tra il concepimento in grembo materno ed il riconoscimento dello stato civile all'individuo: finché l'embrione non è formato (al quattordicesimo giorno, secondo la metodologia scientista, materialista, relativista, edonistica, evoluzionistica, atea: in una parola, laica), non è possibile concedere la certezza giuridica di "individuo con pieni poteri"; infatti per il codice civile (laico) lo stato civile si acquisisce con la nascita, non con il concepimento.

Ad aggravare la diatriba è la considerazione che i gemelli omozigoti possono trovarsi nella condizione non invidiabile di essere anche gemelli siamesi, in cui la duplicazione dell'embrione dotato di DNA "unico e NON irripetibile" non produce una perfetta scissione in due individui dotati di piena autonomia fisica. In termini grezzi, lo sviluppo delle due cellule embrionali fino allo stato di feti avviene quando una parte del corpo viene condivisa da entrambi i gemelli siamesi: un braccio, un addome, un cuore...

Finché non si tratta di organi vitali detenuti in comune, i due gemelli siamesi possono essere separati con un intervento chirurgico. Ma negli altri casi i medici si trovano realmente a dover scegliere quale dei due gemelli siamesi far sopravvivere, senza che la propaganda pro-life possa marchiare l'affermazione con il termine "egoisticamente".

A questo punto è obbligatorio rammentare che la sentenza della Corte Costituzionale di rendere legittimo l'aborto, nell'Italia post-fascista, fa riferimento alla situazione di due corpi attaccati per mezzo di un cellule carnose (il cordone ombelicale) ed in cui uno dei due (la madre) si trova in condizioni di salute precarie (magari un tumore o un rischio emorragie, o anche depressione). La situazione, checché ne dicano i fondamentalisti cristiani, è reale quanto quella dei gemelli siamesi accomunati da organi vitali.

Il manifesto censurato dal sindaco Falcomatà non accenna affatto a questa possibilità, rendendo vacua la retorica sulla difesa della vita con ogni mezzo. Se si fosse scelto un approccio laico e non confessionale, il manifesto pro-life avrebbe invitato i cittadini (le donne) a conoscere gli aspetti della legge 194 rimasti ignorati: la possibilità di ricorrere ad un consultorio o di chiedere sovvenzioni dallo Stato.

E l'approccio giuridico avrebbe evidenziato un'altra similitudine con le norme che Salvini tenacemente aveva difeso nel primo governo Conte: il diritto di sparare a qualcuno che entra in una proprietà privata.

Siamo buoni ed evitiamo l'approccio brutale con la domanda: se la vita va difesa ad ogni costo, non dovrebbe valere anche per i casi di violazione della proprietà privata? Gli avvocati sanno che le questioni legali sono basate sulle sottigliezze del diritto civile e penale, roba da azzeccagarbugli incalliti. Sarebbe anche ovvio: se il diritto fosse alla portata di tutti, i cittadini non avrebbero bisogno di avvocati!

Dunque, la sottigliezza dei decreti Salvini sulla sicurezza non sta nel diritto di sparare all'intruso. Come avevano ripetuto alla noia i giornalisti e gli esperti intervistati a spron battente, il diritto di sparare "per legittima difesa" è da sempre riconosciuto e non c'era bisogno di Salvini per rimarcarlo. Sarebbe quello stesso diritto associato alla donna cagionevole di salute e che abortisce.

Il problema è che sparare senza lo stato di immediato pericolo non è affatto una legittima difesa! La differenza con lo stato di gravidanza sta qui: la sentenza costituzionale sopra ricordata, evidenzia che lo stato di rischio della madre non è una questione di "pericolo di salute immediato ed evidente", in quanto non è possibile prevedere come può protrarsi la gravidanza e la salute può benissimo peggiorare in seguito. Di qui la raccomandazione della Corte Costituzionale al legislatore affinché trovi una soluzione che possa consentire l'aborto libero senza ledere i diritti del feto: fino a tre mesi l'aborto è libero, mentre dopo l'interruzione di gravidanza può essere portata a termine solo se lo stato di rischio per la donna è evidente e solo in un ospedale pubblico.

Il problema a questo punto è che lo status dei tre mesi non è scientifico ma giuridico: è arbitrario, perché non consente di considerare lo status di embrione che nelle prime due settimane si sviluppa in un concepimento di gemelli omozigoti ed in un parto di gemelli siamesi. Esistono pillole abortive di vario tipo che regolano questo stato embrionale; per puro caso, i sostenitori pro-life così sfacciatamente ignoranti sulle sottigliezze del diritto laico tra "rivolgersi al consultorio" e "dare pieni diritti all'embrione", improvvisamente si rivelano esperti in materia imponendo alle donne che usano le pillole abortive di andare in un ospedale pubblico.

Da laici che non si intromettono nell'autonomia ed indipendenza dei giudici civili, non sappiamo come andrà a finire la diatriba in tribunale tra un'istituzione civile (il sindaco) ed una formazione sociale riconosciuta dalla Costituzione (l'associazione religiosa). Ma le considerazioni emerse sopra stuzzicano il desiderio di capire in che modo il diritto civile riesca a far incastrare le tessere sullo status civile "senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" come da art. 3 della Carta Costituzionale.

Marco Comandè

Reggio Calabria

Un commento

Giuseppina Casali:

Che bello poter leggere scritti così colti e scritti con piacevolezza. Ho chiarito alcuni miei dubbi in merito alla problematica presentata,