articoli

SPERANZA BUTTA ALLE ORTICHE LA LAICITÀ DELLO STATO

Di Marcello Vigli | 29.09.2020


La nomina di Vincenzo Paglia a presidente della “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana”, decisa dal ministro della Sanità Roberto Speranza, è un obbrobrio.

Il comunicato governativo parla di “monsignor” Vincenzo Paglia, per ignoranza o per furbo minimalismo. Il titolo che spetta a Vincenzo Paglia è infatti quello di S.E.R., cioè Sua Eccellenza Reverendissima, in quanto Vincenzo Paglia è Arcivescovo. Bastava compulsare l’annuario pontificio. S.E.R. Vincenzo Paglia non è solo il Gran cancelliere del Pontificio Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, è soprattutto il Presidente della Pontificia Accademia per la vita. Gli incarichi che ha avuto e ha ne fanno, in termini secolari, uno dei più importanti ministri del governo del Papa.

Per quale motivo il ministro della Salute di un governo democratico, per il quale perciò la laicità è una precondizione irrinunciabile, ha l’impudenza di nominare un “ministro” del Papa alla testa di una commissione particolarmente importante, visto che dovrà dar vita alla riforma dell’assistenza alla vecchiaia, di cui il Covid ha mostrato le carenze spaventose e per la quale, ovviamente, uno Stato democratico dovrebbe puntare sul servizio pubblico di alto livello ed eguale per tutti?

Nel mondo della medicina, della sociologica, del welfare, dell’assistenza agli anziani, in tutto l’apparato scientifico e amministrativo dello Stato italiano, c’è davvero tale indigenza di personalità preparate, che non resta altro che ricorrere non già alla “Réserve de la République”, come si dice in Francia, ma alla “Réserve du Pape”?

Come cofondatore della Comunità di Sant’Egidio, Paglia ha accumulato certamente grandi e meritevoli capacità nell’aiuto agli strati emarginati della popolazione (quelli di cui in un paese civile si dovrebbe occupare il welfare, che vergognosamente manca per ferocia liberista, dunque tanto di cappello alla carità di fede, che surroga), come componente della commissione avrebbe avuto la possibilità di offrirla alla riflessione di tutti. Ma il presidente della commissione è colui che indica l’orientamento generale, sintetizza la pluralità degli apporti, ha una funzione cruciale nel renderli operativi. Possibile che il ministro Speranza non si renda conto del macigno di conflitto di interessi (fossero anche solo spirituali), tra un importante incarico governativo e il ruolo ancor più eminentemente governativo di Vincenzo Paglia nella compagine di Papa Francesco?

Di sicuro S.E.R. Vincenzo Paglia si adopererà perché nessun anziano possa mai decidere liberamente, una volta avute le condizioni di assistenza materiali e morali migliori possibili, di porre fine a un’esistenza che non viva più come vita ma come tortura. Paglia è infatti un intollerante fautore dell’obbligo di vivere anche in condizioni di fine vita che risultino, a chi vi è immerso, tra sofferenza fisiche e psicologiche inaudite, insopportabili. Con che diritto, sul fine vita di un anziano che, ripeto, malgrado tutte le cure e l’assistenza migliore, fisica e affettiva, non voglia più restare al mondo perché considera questa una condizione di tortura, Paglia potrebbe imporre che “l’amaro calice” vada bevuto fino all’estremo della feccia? Perché questo, ovviamente indorato dei più bei sermoni, costituisce il cuore del suo libro contro l’eutanasia, “Sorella morte”.

Nel frattempo, a poche ore di distanza, è uscito un ponderoso documento della Congregazione vaticana per la dottrina della fede, il benemerito ex Sant’Uffizio, insomma, che definire intimidatorio è poco. Non si occupa affatto della fede, cioè di peccati e vita eterna. Non di peccati (il termine mi sembra ricorra una sola volta nell’ampio stralcio pubblicato dal “Foglio”), che sarebbe sua competenza, ma di crimini, la cui definizione è competenza della legge, cioè, in democrazia, dei cittadini attraverso i propri rappresentanti (e nel rispetto dei diritti civili che nessuna maggioranza può limitare o conculcare: tra cui il diritto a porre fine alla propria vita, ho dimostrato nel mio libro “Questione di vita e di morte”, Einaudi 2019).

I fulmini del Sant’Uffizio vengono esplicitamente scagliati anche contro le legislazioni che si limitino a considerare accanimento terapeutico l’idratazione e la nutrizione artificiale rifiutate dal paziente (tramite eventuale testamento biologico). E naturalmente bollano di crimine contro l’umanità, di omicidio, anche le limitatissime fattispecie di suicidio assistito che in Italia una sentenza della Corte Costituzionale, e sulla scia alcuni tribunali ordinari, hanno depenalizzato e rese lecite.

Lascia anche sgomenti che nel mondo politico, dei famosi “rappresentanti” (di una popolazione le cui scelte secolarizzate sono largamente maggioritarie, come testimoniato da ogni indagine sociologica, e da una frequenza alla Messa e ai Sacramenti sempre più minoritaria e residuale), non si sia levato un coro di voci, indignato e deciso a mettere fine a queste continue prevaricazioni clericali. Ma metto già in conto che queste mie ovvie considerazioni saranno bollate di “laicismo”, mentre la vera laicità è … e bla e bla e bla.

Sia chiaro, Vincenzo Paglia è persona degnissima. E sul piano personale è anche un amico, da decenni. Ma “amicus Plato, sed magis amica veritas”, e in questo caso, stimato ministro Speranza, Ella, la più elementare e doverosa laicità se la è messa sotto le suole delle scarpe, nominando a presidente della commissione un arcivescovo e “ministro” del Papa.


VI SONO DUE PUNTI IN QUESTO COMUNICATO CHE MERITANO DI ESSERE SEGNALATI E COMMENTATI

Di Paolo Flores d'Arcais

Il primo, la commissione è affidata a un prete illustre e blasonato, cioè a un esponente di quell’area culturale e organizzativa che si è sempre pensata come una delle componenti più titolate ad occuparsi delle condizioni dei “bisognosi” poiché ciò apparterrebbe al proprio DNA religioso e culturale, e che ha visto, e vede, quasi con fastidio la presenza del pubblico (non certo del privato) in tale area di servizi ed interventi. Domande: non è in grado la sinistra, eppure in passato lo è stata, di produrre una propria linea autonoma sulle questioni assistenziali svincolandosi dalla tutela, e dalla massiccia presenza dei (non tutti uguali) cattolici? È un’articolazione di quell’atteggiamento che sospira e si esalta quando c’è un Papa che dice delle cose “di sinistra”? Perché è ancora attiva la sempiterna ricerca della legittimazione in ambito cattolico? Forse per un tema così delicato come quello dell’assistenza agli anziani sarebbe stato opportuno affidare il presidio della ricerca a qualcuno che rispetto ai temi quali la famiglia o il senso della sofferenza lasciasse supporre un atteggiamento un tanticchio più laico.

Secondo punto, il commento dell’alto prelato: la commissione è uno strumento per favorire la transizione dalla residenzialità alla domiciliarità. Bene, peccato che i temi della riduzione della residenzialità a favore della permanenza degli anziani nel proprio domicilio assistiti da una rete di servizi, siano questioni emerse ed affrontate già negli anni Settanta, e non solo per gli anziani, ma anche per i minori ed altri (do you remember Basaglia?). Riproporre la questione come la ripropone il Gran cancelliere significa ignorare i processi, che si sono realizzati, rispetto ai quali è necessario chiedersi perché alcuni sono esauriti, perché altri non governati (tra i quali la sostanziale assenza del pubblico davanti al contraddittorio fenomeno delle “badanti”). L’alternativa, è chiaro da tempo, non è tra residenzialità e domiciliarità, ma tra residenzialità impropria e domiciliarità, tra sanitarizzazione della cura e approccio complessivo alla persona, tra il ritenere lecito o no ricavare profitto dalle debolezze altrui, tra il buttare tutto addosso alla famiglia o no.

Un punto aggiuntivo: ci voleva il Covid per rendersi conto che l’assistenza agli anziani è da rielaborare e riformare? Sarebbe bastato chiedere a un’assistente sociale, ma vuoi mettere avvalersi del Pontificio Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia?

 

 


 

Un commento

Giovanni Orza :

Che il Ministro Speranza non utilizzi per Paglia il titolo di S.E.R. mi sembra l'unica cosa corretta della vicenda. Infatti, il titolo è valido solo in ambito canonico-ecclesiastico o burocratico-vaticano e non certo in ambito repubblicano. Sarebbe come se avendo un ministro o un funzionario Colonna o Caracciolo lo chiamassimo Vostra Grazia o Altezza o cose del genere. Piuttosto eliminerei dalla terminologia ufficiale e non anche il titolo Monsignor e tutti gli altri titoli (Dott. Avv. Prof. On. ecc.) per passare al più egualitario Sig./Sig.ra o meglio ancora Cittadino/Cittadina, ahimé ormai troppo desueto. Ma forse l'osservazione in premessa dell'autore era solo sarcastica. Nel merito dell'assurda scelta del ministro Speranza, veramente siamo di fronte ad un enorme conflitto di interessi! Come fa un ministro vaticano a fare il consigliere di un ministro della Repubblica Italiana! Qui si sono tutti bevuti il cervello? Repubblica Italiana e Stato Vaticano sono separati e indipendenti solo quando fa comodo a uno (di solito il secondo) dei due? E sull'ovvio schieramento ideologico del prelato vaticano cooptato nel governo della Repubblica, evidentemente incompatibile con la sempre più bistrattata laicità dello Stato,ovviamente condivido tutte le osservazioni presenti nell'articolo. Possibile che in Parlamento nessuno abbia avuto da ridire? Come di sente la mancanza dei Radicali di una volta ...