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UN’ALTRA SCUOLA È POSSIBILE?

Di Renato Piccini, Paola Ginesi | 30.08.2020


Nulla, oggi, può apparire più scontato della scuola, dell’“andare a scuola”… un diritto conquistato a fatica contro ostacoli di ogni tipo, contro pregiudizi, alibi culturali, fattori politici, denunce del campo religioso… una volta dichiarata obbligatoria (e – sembrava – gratuita) si ritenne raggiunto l’obiettivo e l’attenzione si rivolse a problemi più “urgenti” lasciando questo settore strategico per l’intera società nelle mani di “addetti ai lavori”, che si sono rivelati spesso incompetenti e incapaci. Per Maria Montessori un paese che non ha a cuore l’istruzione dei bambini e dei giovani è un paese senza futuro.

Con il passar del tempo, come tanti altri diritti, anche quello di una scuola pubblica di qualità, aperta veramente a tutti, di un’educazione/istruzione nel più ampio significato è stato compromesso.

Sotto ogni bandiera politica i “tagli” alla scuola - soffocata in una selva di regole, decreti, decisioni lontane dalle sue finalità - sono stati devastanti ed hanno portato a situazioni insostenibili “corrette”, per continuare a rispondere il più possibile alla sua vera natura, dalla buona volontà e professionalità di persone presenti nelle istituzioni scolastiche. Ma questo non può essere sufficiente e ce ne rendiamo sempre più conto.

Anche la scuola è diventata una “merce”, un “prodotto di mercato” per cui deve rispondere alle sue esigenze preparando giovani capaci di servire “il” e “al” sistema economico e politico attuale?

Negli ultimi anni ai dirigenti scolastici è stato chiesto, in pratica, di divenire “imprenditori” e di gestire con logiche quasi economiciste un patrimonio comune che non ha nulla a che vedere con leggi e interessi finanziari.

La logica del mercato vuol trasformare il diritto universale all’educazione in un bene di consumo con l’obiettivo di creare persone “competenti” e “produttive”, “funzionali al sistema”. Chi non ha le stesse opportunità diviene manodopera a buon mercato, con sempre meno diritti, a rischio di esclusione, con un futuro incerto.

Quando alla scuola si chiede un qualche profitto, significa che non è più considerata uno degli strumenti principali per la democrazia, se ne perde totalmente il significato e la ragion d’essere.

I danni dei tagli insensati alla scuola non saranno evidenti come lo sono stati, in questo tempo, i tagli alla sanità… ma hanno comunque messo in circolazione virus per i quali non esistono vaccini se non ritornare a considerare l’istruzione e l’educazione fattori strategici di ogni reale democrazia. Non si muore solo di covid-19, ma si “muore” di ignoranza, superficialità, scarsa specializzazione, incapacità di leggere il proprio tempo; sempre più persone non sanno neppure capire un libro, un giornale, tanto meno comprendere tra le righe un discorso politico, un progetto di società, cogliere i segnali di strumentalizzazione della propria vita da parte di tanti poteri, rendersi conto dei pericoli che incombono sul futuro di tutti.

Nessuno può negare una criticità diffusa e caotica dell’attuale modello di sviluppo, dell’attuale sistema, “un’altra scuola” nasce da una battaglia civile, culturale, intellettuale in un dialogo socio-politico che coinvolge istituzioni e soggetti all’interno e all’esterno del sistema educativo, in un vasto confronto tra istituzioni, centri di ricerca, università, ambiti dell’educazione e dell’istruzione, enti della società civile per una consapevolezza di cosa significa “scuola” e cosa dovrebbe essere, per scoprire insieme opportunità di cammini comuni, di percorsi di uguaglianza per promuovere e sostenere profondi processi di cambiamento.

È indispensabile la conoscenza di modelli e strategie che funzionano positivamente in contesti diversi, nel rispetto di esigenze e culture locali, migliorando così la qualità del dibattito e della prassi educativa in un percorso di interscambio di apprendimento e condivisione.

Ciò non significa, naturalmente, importare passivamente formule o esempi da imitare, ma confrontarsi tra il maggior numero di attori e proposte per raggiungere livelli educativi che rispondano alle finalità proprie di un’educazione inclusiva, aperta a tutti, al servizio dei singoli e di tutta la società.

La scuola deve essere espressione di politiche forti e coraggiose che acquistano validità nel farsi carico delle diversità.

Da troppo tempo si è ignorata, o sottovalutata, la lettura dell’oggi e la necessità di progetti e percorsi non estranei né avulsi ai vari contesti.

Una scuola che tenga conto del “proprio tempo” non è una scuola che chiude i suoi confini nel luogo in cui vive e nelle ore del presente, ma si apre ovunque, dai “territori” (non tanto geografici quanto sociali) marginali – vittime dell’esclusione favorita da uno sviluppo asimmetrico e senza progetto – sino al “centro” di questo mondo globale, un “centro” dove vivono, quasi in simbiosi, l’eccellenza e l’esclusione, l’avanguardia tecnologica e il ricorso a strumenti oggi insufficienti e che lasciano, inesorabilmente, ai margini.

Parlare di “locale” non ha nulla a che vedere con le elucubrazioni di sovranisti e populisti che tendono a creare assurdi “ghetti”, un isolamento dei “puri” contro ogni pericolosa “contaminazione”, ma un proficuo rapporto tra il “mondo” e il tessuto di relazioni, tradizioni, letture che costituiscono l’identità culturale, un’identità in evoluzione nei più disparati contatti e interscambi, un riconoscersi non come “centro” ma come parte di una rete di vita civile interconnessa, con profondo senso di partecipazione a tutto ciò che è “comune”.

La scuola è un mezzo insostituibile per comprendere l’interdipendenza tra le persone e i diversi paesi, per dare capacità di interagire e collaborare efficacemente attraverso le diverse culture, per questo deve aiutare a intravedere le nuove frontiere (mai confini) che attraversano anche il “locale” e che coincidono con le nuove frontiere che attraversano il mondo globale, per riscoprire un nucleo di dinamiche sociali, di relazioni più o meno consolidate, di forme culturali nuove innestate sul percorso del passato.

 

Scuola e democrazia

«Se si vuole che la democrazia prima si faccia e poi si mantenga e si perfezioni, si può dire che la scuola a lungo andare è più importante del Parlamento e della Magistratura e della Corte costituzionale. […] Trasformare i sudditi in cittadini è un miracolo che solo la scuola può compiere» (Piero Calamandrei).

Democratizzare l’ingresso e la permanenza nella scuola e poter godere della conoscenza deve divenire un obiettivo primario nelle politiche di uno Stato.

La priorità, o meno, delle risorse destinate a garantire l’educazione, promuovere la possibilità per tutti di inserirsi in processi educativi e l’uguaglianza di opportunità sono strumenti essenziali per valutare la maggiore o minore democrazia di uno Stato, un indice chiave della qualità della democrazia di un paese. Ogni governo deve evitare l’esclusione che, da culturale, diviene sociale, politica, economica… quell’esclusione che, nel percorso educativo, prende il nome di “diserzione scolastica”.

È indispensabile riconoscere e prendere atto che sono fattori di esclusione non soltanto la povertà, la marginalità, l’isolamento, l’emarginazione, ma anche l’espulsione di fatto dal sistema educativo e i bassi livelli di apprendimento e di sviluppo delle competenze basilari come cittadini, che penalizzano severamente i settori più poveri e svantaggiati, cioè la mancanza di preparazione e di accesso a quelle competenze necessarie per esprimere in pieno la propria potenzialità e divenire soggetto attivo in campo sociale, politico, culturale.

L’esclusione educativa non è peculiare di qualche paese o popolo, è presente dappertutto, anche se, logicamente, con differenze significative tra paesi e regioni.

L’abbandono scolastico è collegato ad una serie di ragioni che comprendono il basso rendimento, la situazione di povertà dei genitori che porta spesso al lavoro minorile, ma anche la carenza di un reale sostegno in casi di difficoltà, la scarsa attenzione alle strutture ed ai mezzi indispensabili per un’istruzione adeguata alle varie situazioni, la difficoltà degli insegnanti a identificare necessità educative speciali per i loro alunni, la mancanza di sostegno istituzionale ad esperienze innovative ed alla formazione permanente dei docenti… è indispensabile comprendere, rispettare, tenere in considerazione le diversità individuali, sociali, culturali di ogni settore della società e di ogni comunità e rispondere positivamente ai diversi problemi.

Ogni caso di “diserzione scolastica” è un evidente fallimento della scuola e della società, ma in primis dello Stato perché dimostra come non sia stata garantita uguaglianza di opportunità né che siano state prese in considerazione, per superarle, le ragioni di ogni tipo di esclusione.

Quasi per crearsi un alibi per un ennesimo diritto calpestato, si usa un termine che può suscitare equivoci: “diserzione” suona come responsabilità di chi “diserta”, di chi “lascia” e non di chi, di fatto, “abbandona” a se stesso chi doveva con ogni mezzo essere “trattenuto”.

Anche la crescita dell’analfabetismo funzionale, o analfabetismo di ritorno, per un numero sempre più alto di persone – tra le quali molti giovani – è un atto di accusa contro un certo tipo di scuola, contro lo Stato e l’intera società perché un clima culturale diffuso eviterebbe questa situazione. Chi non sa comprendere e valutare quanto comunicano testi scritti o discorsi non potrà intervenire attivamente nella società né raggiungere i propri obiettivi, sviluppare la propria conoscenza e dare il proprio contributo.

In passato l’amore per la cultura era esteso a tutta la società, anche persone semianalfabete – molti avevano frequentato sino alla terza elementare – recitavano Dante a memoria, facevano gare di stornelli e poesia estemporanea, sapevano di Manzoni e scritti di autori noti, conoscevano bene i cosiddetti “scrittori minori” del loro ambiente, la letteratura popolare… erano i “saggi ignoranti” che canta Guccini.

Ed ora? Cosa è successo, in che modo siamo giunti a questo punto di ignoranza, intesa non solo come “non sapere”, ma anche (forse soprattutto)  “non voler sapere”?

Scopo dell’istruzione pubblica è capovolgere le passate e presenti tendenze alla crescita delle disuguaglianze nell’accesso alla conoscenza e alle opportunità di ogni persona.

Invece di garantire i livelli adeguati di finanziamento, anche per far fronte alle situazioni difficili apertesi con l’attuale crisi economico-finanziaria oltre che politica, lo Stato da troppo tempo impone tagli pesantissimi escludendo ampi settori della popolazione da un’istruzione di qualità indispensabile per rispondere alle sfide del presente e preparare i cittadini del domani.

Molte sono, quindi, le responsabilità e le funzioni di uno Stato di diritto in questo ambito: una legislazione che garantisca l'accesso universale alla scolarizzazione in situazione di parità; un finanziamento congruo, infrastrutture necessarie per assicurare l'uguaglianza di opportunità per l’apprendimento; fornire strumenti e programmi inerenti all'innovazione e il necessario controllo perché tutti abbiano le stesse condizioni di accesso a tecnologie e conoscenze; programmi di studio e modelli d’insegnamento per un apprendimento contestualizzato alle varie realtà, alle sfide attuali, alle esigenze della popolazione; promuovere un aggiornamento permanente nella formazione degli insegnanti per garantire il ruolo della scuola come istituzione indispensabile per un’uguale conoscenza per tutti i settori della società.

Le contraddizioni di oggi nella politica scolastica per la soluzione dei problemi nati con il covid-19 la lasciano come fanalino di coda, insieme a tutto ciò che riguarda la cultura, la ricerca, la scienza; si parla di “ore di 40 minuti”(!!!), di alternanza di didattica in presenza e a distanza, di ogni tipo di escamotage per nascondere il vuoto di un reale progetto e programma, dimostrando ancora una volta il valore che si dà a un settore strategico per il presente e il futuro…

Anche il covid-19 potrebbe rappresentare un’opportunità per promuovere un cambiamento innovativo nel mondo della scuola. Nessuno può ignorare o sottovalutare l’importanza di una riforma in campo scolastico per far fronte all’impatto dell’innovazione sui processi educativi, ma non è possibile affrontarla nell’ottica di soluzioni “provvisorie” dettate da una “emergenza” e farle divenire ordinamento di legge permanente. Perché questo è – in tutti i campi – il rischio delle “emergenze” che durano troppo a lungo. Si crea ad arte una penombra che permette giochi politici non chiari e prese di posizioni discutibili che rischiano di rimanere per sempre, difficili da mettere in discussione e ribaltare perché presentate come necessità che non hanno alternative per uscire da un più o meno ipotetico tunnel; così, poco a poco entrano a far parte dell’immaginario della gente, della cosiddetta “opinione pubblica”… un percorso pericoloso che può segnare la fine della democrazia sancita dalla Costituzione[1].

 

Scuola pubblica e libertà d’insegnamento

In un periodo in cui si rivendica sempre più il ricorso al “privato” nella gestione di tutto, dalle carceri alle emergenze, dai trasporti alle scelte ambientali, dalla sanità alla scuola, si parla spesso di “libertà di educazione”… ma cosa s’intende per “libertà di educazione”? significa che ognuno può fare quel che vuole, come vuole, senza un reale progetto, seguendo mode e interessi pressoché estranei all’educazione?

Si cita, a volte, come esempio l’articolo 33 della Costituzione: «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»… ma siamo sicuri che significhi proprio questo? O non ha, invece, lo scopo di impedire di perpetuare la logica fascista di asservimento della scuola e della cultura in generale a fini politici, di sistema, di mercato? O non significa, piuttosto, liberare l’educazione dalle imposizioni dei poteri di turno, non solo politico-partitici ma anche economici, religiosi, sociali, in un’altalena di decreti, programmi, ordinamenti che ne snaturano la stessa ragion d’essere?

Dar vita e forma ad un'“altra scuola", non è un problema di facile soluzione perché ci si trova dinanzi ad una grande sfida: se la scuola è espressione di una società, non basterà cambiare modello educativo per rispondere alle reali esigenze del momento e raggiungere gli obiettivi previsti, sarà indispensabile cambiare il complesso intreccio costituito dal sistema attuale perché ci sia una risposta positiva anche per l’istituzione scolastica.

Un processo a lungo termine… non si può aspettare che cambi il sistema per metter mano ad una nuova scuola, sono problematiche che devono procedere di pari passo, ma non illudiamoci: finché non ci sarà un reale capovolgimento politico-economico le risposte che si daranno per l’educazione rischiano di essere epidermiche, un maquillage che abbellisce qualcosa senza cancellare le cicatrici, le rughe, i difetti reali che non sono problemi estetici ma di essenza, di contenuto, di indirizzi, di obiettivi, di fini… non possiamo rassegnarsi e aspettare, bisogna unire le forze e ricercare un progetto che segni la direzione e il cammino.

Ripetiamo, la scuola ha dinanzi una difficile sfida: il suo compito non è rispecchiare la società, riprodurne i valori (o pseudo-valori), ma deve rappresentare “uno spazio di critica”, preparare persone capaci di dubbio, di ricerca, in un atteggiamento di messa in discussione verso tutti i settori per conquistarsi coscienza e razionalità.

Se la scuola è un’istituzione pubblica (e come tale finanziata) non significa che deve seguire le logiche partitiche e di coalizioni dei vari governi… deve essere considerata un’istituzione “libera”, al di fuori di ogni schieramento, un nodo strategico che non può cadere nei giochi e negli interessi dei vari sistemi al potere.

Certo, esistono piani di studio che, legittimamente, vengono stabiliti, ma non si può neppure ipotizzare una scuola che subisce passivamente quanto viene dall’alto.

La scuola deve rivendicare il diritto alla lettura critica, all’approfondimento a tutto campo e, se sono in pericolo Costituzione e ordinamento democratico, ha non solo il diritto ma il dovere di dissenso rispetto al sistema di cui fa parte, di cui però non può essere mera espressione.

Questa libertà è uno dei presupposti di ogni democrazia, qualunque sia lo schieramento al governo non possono essere calpestati, penalizzati i principi essenziali.

“Libertà d’insegnamento” è un pilastro irrinunciabile contro ogni fascismo (di ritorno o no), contro un liberismo esasperato che detta una libertà senza garanzie di pari opportunità e di uguaglianza, contro le derive ideologiche che abbondano nel panorama socio-politico-economico-religioso attuale… una “libertà d’insegnamento” che ha le radici nella Costituzione e non in un “fai da te” dettato da mode, da ideologie le più discordi e irragionevoli, prigioniero di diktat di chi crede di avere un potere assoluto, un “fai da te” che, inevitabilmente, privilegia chi ha già privilegi ed esclude strati sempre più ampi di società.

Per inquadrare il problema, possono aiutarci alcune riflessioni di Piero Calamandrei in un incontro del lontano 11 febbraio 1950.

«Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? […] Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà. […] A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale».

Calamandrei accenna anche al problema della scuola privata, considerando sempre che «la scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. […] Quando la scuola pubblica è ottima, forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura».

Però, la scuola pubblica cade spesso nella spirale dei giochi politici, non solo in periodi di dittatura, ma anche da parte dei vari partiti e schieramenti al potere per adeguarla ai loro piani, Calamandrei ne indica un possibile percorso: «[Lo Stato] comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, a impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. […] Si comincia «(1) a rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà […]. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. [...] Questo è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito».

 

La scuola, bene comune

Nel Preambolo della Costituzione dell’UNESCO – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – si legge: «Poiché le guerre cominciano nelle menti degli uomini, è nella mente degli uomini che si devono costruire le difese della pace».

Ma guerra/pace rappresentano concetti più vasti del loro significato letterale e non significano soltanto la violenza delle armi o la fine/tregua del loro utilizzo. Tanti sono i volti di ciò che viene riassunto nella parola “guerra”, come tante sono le vie della “pace”.

La pace si costruisce dentro ogni uomo attraverso la sua capacità di opporsi, di pensare, di indignarsi, di denunciare, di prendere posizione, di decidere... ma per questo ha bisogno di “coltivare” le espressioni di vita attraverso il suo pensiero personale, la sua ricerca, rivendicando il diritto di ricevere quell’educazione che, come affermò Nelson Mandela, «è l’arma più potente che si può usare per cambiare il mondo».

La scuola è un diritto e un bene comune che assicura lo sviluppo e il benessere dell’umanità intera; non una scuola qualsiasi, ma una scuola che insegni a pensare e non a ubbidire e imitare; un’educazione che offra opportunità reali che tengano in considerazione anche la cultura locale nella pienezza del rispetto di tutte le culture, con un’apertura alla globalizzazione che o sarà ricca della ricchezza della diversità o si costruirà su ingiustizia ed esclusione sempre più vaste.

L’educazione è un fondamento essenziale su cui costruire un mondo diverso e migliore se, come affermava Paulo Freire, dà «l’abilità di leggere il mondo e di continuare ad apprendere»; non solo sviluppo di abilità di lettura, scrittura, comprensione, “far di conto” ma anche interpretazione della realtà sociale, politica ed economica in cui si vive, cioè «non imparare a ripetere parole, ma a dire la propria parola».

La scuola deve mettere al centro le persone, far valere il loro diritto di conoscere ed entrare in un processo di apprendimento che deve continuare per tutta la vita, un’educazione che significhi possibilità di sviluppare la propria capacità di trasformazione per un crescente progresso umano e sociale.

Il progetto educativo è, sin dai primi anni di scuola, formare cittadini liberi, autonomi e responsabili nella presa di decisioni e soggetti attivi di cambiamento alla luce di un senso di reale e profonda laicità che abbia come obiettivo essenziale la centralità dell’uomo e della sua presenza nel mondo.

La scuola deve offrire una proposta di pensiero aperto e liberatore basato sul dubbio, sugli interrogativi più che sulle certezze, su domande a tutto campo per smontare ogni pregiudizio e arbitrarie etichettature – che portano a chiusura mentale ed esclusione di tutto ciò che appaia come “altro” – ed aprire ad una pluralità di scambi e di possibilità.

«Non si sceglie il tempo per venire al mondo, ma bisogna lasciare un segno nel proprio tempo. Tutti abbiamo un dovere d’amore da compiere, una storia da realizzare, una meta da raggiungere. Non scegliamo il momento per venire al mondo: adesso però possiamo fare il mondo in cui nascerà e crescerà il seme che abbiamo portato con noi»[2].

Nessuno viene al mondo per vivere passivamente, ma per metterlo in discussione, per modificarlo, non per adattarsi all’ingiustizia né per accettare passivamente l’ambiente in cui vive, la cultura che lo circonda, la società di cui fa parte... ogni persona ha un bagaglio di ricchezza peculiare che deve esser messa in condizione di sviluppare per arricchire e completare il percorso dell’umanità verso il buen vivir per tutti. Purtroppo, però, la curiosità, l’autonomia, la creatività, il dubbio, il pensiero critico, il superamento della routine, la scoperta del nuovo... vengono spesso persi nei processi di socializzazione e nel percorso educativo.

 

Una scuola per “imparare il mondo”

Si afferma che, in senso positivo e negativo, la conoscenza è potere e può essere un potere illimitato.

In certi ambiti, può far più paura un libro, una penna, un quaderno che un’arma, altrimenti non si capirebbe l’accanimento dei regimi dittatoriali (o di chi li desidera) contro l’istruzione, contro una scuola “libera”, contro tutto ciò che dà opportunità di conoscere anche ai settori più esclusi della società, contro ciò che aiuta a pensare con la propria testa.

Chi ha in mano un’arma può essere neutralizzato nello stesso modo, ma come uccidere il pensiero critico, la capacità di leggere il senso reale delle parole del potere? Come si può uccidere il coraggio della denuncia, la lotta per il cambiamento, la libertà di coscienza… se divengono “opinione” della maggioranza?

Nel 1994 il giudice Antonino Caponnetto, a lungo capo del Pool Antimafia, affermava: «La mafia teme più la scuola della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa».

L’istruzione scolastica è uno dei diritti fondamentali, sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 e confermata dalla Costituzione. La scuola è una delle più essenziali pietre miliari nel processo educativo permanente, che inizia al momento della nascita e non termina mai, è uno dei requisiti indispensabili per la difesa e lo sviluppo delle capacità e del sapere, oltre alla concretizzazione dei diritti propri di una “piena cittadinanza”.

“Piena cittadinanza” significa la possibilità di accedere, scegliere e appropriarsi delle opportunità che offre la vita in società e, nello stesso tempo, arricchirla attraverso la propria partecipazione.

Chi non è “alfabetizzato” vive una situazione di maggior rischio e vulnerabilità ed è espressione, e denuncia, del grande debito che uno Stato ha nei confronti del suo popolo. E non illudiamoci che in Italia non esista il problema!

Il percorso scolastico non può limitarsi agli strumenti basilari di apprendimento, ma deve fornire anche le conoscenze essenziali che diano ad ogni persona la possibilità di sviluppare le proprie capacità, vivere e lavorare in situazioni di sicurezza e dignità, partecipare allo sviluppo del proprio paese, migliorare la propria qualità di vita, prendere decisioni, avere gli strumenti e gli stimoli per continuare a imparare e informarsi.

L’UNESCO definisce l’istruzione come «l’abilità di identificare, comprendere, interpretare, creare, comunicare e calcolare, attraverso l’uso di materiali scritti e stampati riferiti a differenti contesti; rappresenta una continuità di apprendimento che permette all’individuo di raggiungere le proprie mete, sviluppare il suo potenziale e le sue conoscenze, partecipare attivamente ad attività comunitarie e sociali», inoltre, «permette agli individui di capire quali siano i loro diritti come cittadini e come persone» (Ban Ki-moon).

Da alcuni anni sta acquisendo influenza una corrente di pensiero che mette in risalto la “parte oscura” dell’istruzione scolastica, cioè il fatto che possa essere usata come strumento di oppressione almeno quanto strumento di liberazione, una forma di “colonizzazione” in cui vengono imposti metodi, finalità, ruoli, progetti estranei alle necessità e all’ambiente socio-culturale in cui si vive, ma funzionali al sistema; alcune campagne di alfabetizzazione sono viste (e spesso lo sono) come un attacco ai tradizionali mezzi di comunicazione, conoscenze, visione del mondo, sistemi di apprendimento autoctoni.

Ugualmente pericolosi i tentativi di impoverire la scuola nei suoi aspetti più profondi a vantaggio di un tecnicismo esasperato, a scapito di settori e saperi essenziali… basta pensare all’attuale dibattito sull’insegnamento della storia, della filosofia, di vari ambiti umanistici.

È necessaria un’azione sociale unita a un’adeguata istruzione. Il pensiero di Paulo Freire – «Imparare a leggere la parola e il mondo» – può essere ancora la fonte principale d’ispirazione per questo approccio. La funzionalità a cui si punta è “l’azione sociale trasformatrice” che interessa tutti gli ambienti e tutte le parti del mondo. I progetti di cambiamento nei cosiddetti “paesi in via di sviluppo”, ad esempio, rivendicano il diritto di un’istruzione non “a nome” dei poveri e degli oppressi, ma “da parte” dei poveri e degli oppressi, con l’obiettivo, anche grazie all’alfabetizzazione a tutto campo, di dare risposte reali a necessità reali, denunciando i paradigmi di un’educazione scollata dalla comunità in cui è inserita che, di fatto, impedisce di “leggere il mondo”.

Alla luce di queste riflessioni, la logica della “taglia unica per tutti” è quanto di più assurdo si possa pensare. Don Milani diceva: «Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali».

 

Verso un “blackout pedagogico globale”?

«Viviamo in tempi turbolenti; le aspirazioni ai diritti umani e alla dignità sono in aumento. Le società sono più collegate che mai, ma l'intolleranza e i conflitti persistono. Sono emersi nuovi centri di potere, le disuguaglianze sono più estese e il pianeta è sotto pressione. Il potenziale per uno sviluppo sostenibile e inclusivo è grande, ma le sfide sono difficili e complesse. Il mondo sta cambiando: anche l'istruzione deve cambiare»[3].

Ma cambiare come?

Da anni, i circoli più aperti dell’ambito educativo lanciano l’allarme sul rischio di un “blackout pedagogico globale”[4] in seguito all'interesse del capitalismo a centralizzare le riforme scolastiche su scala mondiale per avere, nel modo più omogeneo e veloce, risposte funzionali al modello di produzione del XXI secolo.

Le grandi organizzazioni economiche globali (Banca Mondiale, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico - OCSE, Banca Interamericana di Sviluppo…) hanno acquisito un ruolo sempre più importante nelle proposte, nei progetti e nell'orientamento delle riforme dell'istruzione, senza tener conto degli obiettivi di ogni grado di scuola né del contesto storico, geografico, sociale.

Ne è una dimostrazione il ricorso, in quasi tutti i paesi, ad un unico programma di valutazione, il Programme for International Student Assessment – PISA, progettato dall’OCSE, un organismo che non risulta abbia tra i suoi obiettivi il settore educativo!

Sono entrate in questo progetto anche le ONG espressione del sistema economico e le sempre più influenti fondazioni filantropiche dei grandi magnati industriali e finanziari.

La standardizzazione dell'apprendimento in tutto il mondo è funzionale a chi ha in mano il potere e mette a rischio l’istruzione pubblica, un problema da affrontare nel più breve tempo possibile coinvolgendo non solo il mondo scolastico ma tutti i cittadini, spesso incapaci di comprendere a quale pericolo si vada incontro allontanandosi da un concetto di educazione pubblica, gratuita, popolare, laica, inclusiva.

«A livello internazionale, il neoliberalismo educativo ha fatto sì che in molti dei protocolli delle agenzie multilaterali il diritto all'istruzione apparisse senza i suoi aggettivi essenziali: libera, popolare, scientifica, laica»[5]. Di conseguenza anche il concetto di “pubblica” è ignorato a vantaggio del settore privato al quale viene, di fatto, affidata la realizzazione del diritto all'istruzione, trasformata in merce, un ulteriore passo avanti per la formazione delle élites, per “la costruzione dell'egemonia”, così alla gente comune viene riservato l’accesso ad un’istruzione di “serie B”.

Le continue riforme e controriforme educative evidenziano sempre più le tensioni tra l'educazione per le élites e l'educazione per tutti. Un chiaro indicatore di ciò sono le dinamiche attraverso le quali i sistemi scolastici hanno praticamente abbandonato i loro scopi, compiti, strategie legate al pieno sviluppo della personalità.

Ad occupare le posizioni di ministri dell'istruzione troviamo economisti, amministratori, medici, ingegneri… lontanissimi dal mondo che dovrebbero guidare (come del resto succede in quasi tutti i ministeri!); spesso neppure i viceministri o funzionari del settore sono educatori, non hanno un'esperienza minima di sistemi scolastici, né, del resto, conoscere una “materia” significa essere in grado di individuare le linee non solo per insegnarla ma per inserirla nel complesso meccanismo dell’educazione.

Per raggiungere il consenso si tenta di far passare, da una parte, una logica di "neutralità" e, dall’altra, la "depoliticizzazione" del dibattito per nascondere la dipendenza dai settori economici, ostacolare proposte alternative al modello di “neo-colonizzazione culturale”, limitare al massimo la presa di coscienza di tutti i cittadini.

Uno strumento essenziale di questo progetto di dis-educazione è quello di “frammentare” il percorso educativo per rompere ogni possibilità di interpretazione della realtà nel suo complesso: l'analisi della realtà nel suo insieme e la dialettica tra il globale e il locale non possono essere accettate perché non garantiscono la standardizzazione richiesta dal sistema attuale.

Da qui l’obiettivo di dividere l’intreccio di interazione tra contesto-insegnante-studente, di impedire l'interpretazione del rapporto tra generale e particolare, del tutto con le parti, la scuola con il contesto di cui fa parte, tutto ciò che rappresenta la totalità della realtà quotidiana del percorso educativo.

«La pedagogia si è costituita nella convergenza delle scienze che studiano l'essere umano nel suo processo di apprendimento non limitandosi all’ambito cognitivo, ma mettendo in relazione l'organizzazione scolastica con la concreta realtà storica, politica, economica e sociale. La comprensione del rapporto tra il tutto e le parti dà alla pedagogia prospettive politiche non sempre compatibili con il sistema. Per questo motivo, si avvia un processo indotto dalle sfere economiche, sia nell'insegnamento che nella politica pubblica, di rottura con la possibilità di un'interpretazione olistica della realtà»[6].

Il capitalismo toglie identità e importanza al ruolo del docente diffondendo l’idea che "chiunque può insegnare e non è richiesta una formazione professionale superiore a quella del trasferimento del sapere"; ma l'insegnamento non è una semplice tecnologia per comunicare dei contenuti e la pedagogia non può essere sostituita da un non meglio identificato insegnamento di abilità tecniche, da una tecnologia didattica.

Di conseguenza, «il concetto di pubblico lascia spazio all'idea di mercato educativo. Aumentano le iniziative di commercializzazione e privatizzazione dell'istruzione, in cui l'insegnante è un semplice impiegato costretto a lavorare un frammento di merce educativa»[7] secondo schemi prestabiliti.

Per questo si parla di “blackout pedagogico globale” e si denuncia come assolutamente incompleta una valutazione dell'apprendimento ridotta a quattro aree: pensiero logico-matematico, lettura e scrittura, conoscenza della scienza, uso della tecnologia… il resto è considerato di secondo ordine. Tutto quanto tende allo sviluppo integrale dell'individuo e dell'“essere sociale”, la formazione nei vari ambiti della vita, della cultura, dell’arte, della coscienza critica diventa accessorio e superfluo con un impatto, a breve e medio termine, di conseguenze imprevedibili. La posta in gioco è, prima di tutto, il futuro dell'istruzione pubblica di massa nel mondo.

Perché si teme la cultura, nella sua più vasta accezione, quella cultura che è patrimonio dell’umanità intera e garanzia di un reale progresso a livello globale?

Le riforme dell'istruzione, così come gli obiettivi di uno sviluppo sostenibile, non sono certo “neutrali”, come si vuol far apparire, e la loro presunta “apoliticità” è soltanto un escamotage per nascondere la verità dei fatti… non dobbiamo però dimenticare che i risultati del progetto “educativo” (sic!!!) del sistema capitalista dipendono in gran parte dall'orientamento politico della società mondiale… e su questo siamo tutti coinvolti e responsabili.

Le riforme scolastiche non sono pensate, progettate e applicate democraticamente con tutti i settori interessati e finiscono per essere imposti all’intera società; per impedirlo è necessario rivedere, analizzare, proiettare nel futuro una resistenza all'attuale congiuntura di riforme e controriforme educative per non rimanere intrappolati nella logica dei “partiti dello status quo” o dalle transnazionali economiche.

È il momento di pensare alla funzione centrale della scuola in ogni suo ordine e grado, al ruolo degli insegnanti e di ogni istituzione e persona che faccia parte del mondo dell’istruzione, alla necessità di resistenza da parte di tutta la società come garanzia di un'educazione pubblica per tutti, intesa come un anello strategico per costruire, insieme, un “altro mondo” radicalmente diverso da quello che il sistema politico-economico attuale vuol imporre.

 

Conclusione

«La sola utopia valida per i secoli a venire e le cui fondamenta andrebbero urgentemente costruite o rinforzate è l’utopia dell’istruzione per tutti: l’unica via possibile per frenare una società mondiale ineguale e ignorante, condannata al consumo o all’esclusione e, alla fin fine, a rischio di suicidio planetario»[8].

Un’utopia destinata a non trovare mai una terra in cui vivere?

«Costerebbe 11.000 milioni di dollari finanziare nei paesi in via di sviluppo educazione pre-primaria, primaria e alfabetizzazione degli adulti: è quello che si spende in tre giorni in materiale per conflitti armati. Assicurare l’accesso all’educazione a bambini e bambine a livello universale costerebbe 75 volte meno di quello che si spende in armi»[9].

La mancanza di attenzione alla scuola, all’educazione universale è un problema mondiale, da Nord a Sud, da Est a Ovest, con più o meno valide eccezioni: soltanto tre giorni di pace nel mondo… ma si continua a fare la scelta sbagliata: armi – e morte – continuano ad avere la priorità.

In un incontro in Guatemala con gruppi indigeni sentimmo ripetere più volte: «Le armi scrissero il nostro passato. L’educazione scriverà il nostro futuro».

L’istruzione, la scuola – come il pane, l’acqua, le medicine e le mani di un dottore, la casa, il lavoro, il gioco…, in una parola le cose indispensabili della vita – non sono accessibili a tutti, non sono ancora diritti universali ma privilegi che escludono tante, troppe persone, e diventano strumento di potere e di emarginazione per mantenere gran parte dell’umanità nella paura, nello sfruttamento, nella sottomissione, nell’esclusione, infatti «solo chi sa è libero, e più libero è chi più sa. Solo la cultura dà libertà. Non proclamare a parole la libertà di volare, dai ali; non proclamare a parole la libertà di pensare, dai pensiero. La libertà dei popoli è la cultura»[10].

L’accesso all’educazione continua ad essere una delle maggiori sfide a livello mondiale, la sua riuscita o fallimento decreta il livello di democrazia, libertà, uguaglianza, inclusione non solo di un paese ma del mondo intero.

La chiave per la libertà, per la crescita personale e sociale, per i propri sogni e utopie è nell’educazione, nella cultura, nella ricerca… in questo risiede il cambiamento, un’educazione, però, che non sia semplice “istruzione” ma che abbia, come dice Rafael Díaz-Salazar, quattro grandi obiettivi: “imparare ad essere, imparare a vivere insieme, imparare a conoscere, imparare a fare”.

In America Latina affermano: «Se qualcosa è necessario, allora deve essere possibile.

Una riflessione potrebbe servire da traccia per un progetto che definisca le finalità e le modalità  di “un’altra scuola” e di “un’altra società” possibili:

«Imparare venne prima di insegnare. Insegnare correttamente è creare condizioni per produrre conoscenza nuova. Chi insegna impara e anche chi impara insegna. Non esiste insegnare senza apprendere. La nostra conoscenza è incompleta, incompiuta e dobbiamo apprendere permanentemente.

Solo se riconosciamo questi principi diverremo “educabili” e “educatori”. Ciò che ci fa “educabili” non è solo l’educazione, ma riconoscere quanto è incompiuta la nostra conoscenza…

La vita è un cammino a lungo termine nella quale tu sei maestro e alunno; a volte ti tocca insegnare; tutti i giorni ti tocca imparare…

La libertà si educa con la libertà, la solidarietà con la solidarietà, l’uguaglianza con l’uguaglianza»[11].

Renato Piccini

Paola Ginesi

agosto 2020

 



[1] In luglio è uscito in Spagna un libro dal titolo significativo Epidemiocracia (J. Pandilla-P. Gullon, ed. Capitán Swing), indipendentemente dalle tesi del testo, si tratta di una parola che apre scenari inquietanti: dove sta andando il mondo? Quali cambiamenti socio-politici rimarranno al di là dell’emergenza? Quali misure ci verranno imposte con il pretesto della pandemia? Sono domande che attendono una risposta da ognuno personalmente e dalla società: ne va del futuro di tutti.

[2] Gioconda Belli, scrittrice nicaraguense

[3] Documento dell’UNESCO 2015

[4] Cfr. Luis Bonilla-Molina, Apagón Pedagógico Global, Rebelión, 15 agosto 2016

[5] Luis Bonilla-Molina, COVID-19, oportunidad del neoliberalismo para impulsar una brutal neoprivatización educativa, Rebelión, 24 luglio 2020

[6] Luis Bonilla-Molina, idem

[7] Idem

[8] Marc Augé, Un altro mondo è possibile, CODICE EDIZIONI 2017

[9] Renato Opperti, coordinatore dell’Ufficio Internazionale dell’Educazione UNESCO – 2014

[10] Miguel de Unamuno, Pensamiento politico, EDITORIAL TENCOS 1965

[11] Cronica de la Tierra sin Mal, uno spazio destinato alla ricerca, valorizzazione, conoscenza e diffusione della cultura e della storia della millenaria Nazione Guaraní e dei Popoli Originari.

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