articoli

LA MESSA NON È UN SERVIZIO PUBBLICO

Di Enrico Peyretti | 16.05.2020


La messa non è più un servizio pubblico, come era una volta, quando c'era la “cristianità”. Cioè, quando si credeva che tutta la società – almeno la nostra, italiana – fosse cristiana. Nei romanzi abruzzesi di Silone (ma anche nel linguaggio comune) i “cristiani” sono gli esseri umani, distinti dagli animali. Fino al 1984, l'altro ieri, il cattolicesimo era “religione di stato”. Andare a messa era un obbligo sociale, come la buona educazione di salutare il vicino, e non sputare per terra. Non era necessariamente un atto della fede. Anche perché era un precetto ogni domenica e  “feste comandate”, sotto pena di peccato mortale. Chi non andava a messa, era l'ateo, l'anticlericale, il “mangiapreti” (espressioni significative, perché identificano clero e preti col cristianesimo). La messa sembrava un servizio pubblico indispensabile. Veniva servita nei modi e orari più comodi per tutti. Nelle grandi chiese, una messa dopo l'altra, come gli spettacoli del cinema. Noi ragazzi partivamo col primo treno da Porta Nuova per sciare in Val di Susa, ma prima si andava a messa nella cappella della stazione, a lato del binario più a destra, mi pare alle 5,30.

Si “prendeva” messa. L'importante – se ricordo bene - era arrivare prima della scopertura del calice (cioè l'offertorio) e non andare via prima del Pater noster. Altrimenti, la messa “non era valida”. I più pii tra tutta la gente, che si sentivano “degni” di fare la comunione, andavano ad inginocchiarsi alla balaustra, a messa finita, e il prete allora passava a distribuirla, in bocca. La comunione in pratica non faceva parte della messa. Del resto l'obbligo era “comunicarsi almeno a Pasqua” come il “confessarsi almeno una volta all'anno”.  Si veniva battezzati nei primi giorni di vita, per paura che, se moriva, il bimbo andasse nel limbo invece che in cielo. Ricordo una vecchia signora rallegrarsi per il bambino appena battezzato: “Ecco! Prima era come una bestiolina”. E, in quanto battezzato, avevi tutti gli obblighi religiosi.

Appartenevi ad una parrocchia come alla nazione italiana. Non un metro quadrato della terra patria, dal Brennero a Pantelleria, era fuori da una parrocchia. Ogni parrocchia aveva un certo numero di “anime”, cioè di abitanti nel suo territorio. Nei giorni feriali, quasi sempre la messa era per un defunto. I parenti pagavano la tariffa stabilita. Negli anni '50-60, in una parrocchia torinese che conoscevo, c'erano tre tipi diversi di “messe da morto”, con più o meno drappi neri: quella col “Dies irae” (cantato da una voce dietro l'altare) intero, oppure metà, oppure ancora più breve. E tre tariffe, ovviamente. Con un certo numero di messe, ti veniva assicurato che l'anima del tuo defunto cessava di abbrustolirsi in purgatorio e volava in paradiso.

Per grazia di Dio, non è più così. Il Concilio, e la storia (nella quale agisce anche Dio) hanno cambiato molto. Oggi sono cristiani quelli che hanno fede in Gesù Cristo, non soltanto i bianchi civili occidentali, non solo chi pensa che Dio esista, da qualche parte. A messa ci vanno per fare come Gesù ha detto di fare, nel suo nome: prendere insieme il pane e il vino ad una mensa (non l'altare dei sacrifici) per donarsi gli uni agli altri, nella vita quotidiana, come Gesù ha fatto per tutti. La messa è per la vita, non la vita per la messa. Le chiese sono riunioni di credenti, non circoscrizioni del territorio.  Non sono più piene come una volta, perché non ci si va per obbligo, ma per desiderio spirituale.

Certo, la vecchia mentalità permane, sostenuta da chi, nella società, ha interesse ad  una religione che alieni dall'impegno morale e sociale e tenga sottomessi. Si è visto anche nella recente ardua trattativa chiesa-stato sulla ripresa delle messe dopo le chiusure generali per epidemia. Non si può fare feste, matrimoni, funerali, ma la messa è sembrata indispensabile, un diritto, tanto che si è vista impedita la libertà religiosa. Lo stato deve porre le condizioni per tutti i diritti, ma non è tenuto ad assicurare i servizi religiosi più dei trasporti pubblici.

I cristiani sanno tutto il valore dell'eucarestia, più dei funzionari, ma sanno che si vive di fede “in spirito e verità” (Giovanni 4,23-24), non in questo o quel tempio, non nei riti rassicuranti. L'eucarestia è grazia, promessa, impegno di vita, ma non è un valore che si misura in quantità. Quando è impossibile per serie ragioni, come la tutela sanitaria, non manca la vita cristiana, se c'è la fede.

 

3 commenti

martina franca:

Se tutti i credenti in una religione, rivelata o meno, fossero dei laici come l'autore dell'articolo rivedrei le mie posizioni anche sulla chiesa cattolica. Ovviamente pensando a come potrebbe essere se fosse come l'autore vorrebbe che fosse. Ma in quanti siete? Signor Peyretti, sia sincero, una minoranza della minoranza. In ogni caso, qualora le interessasse, ha tutta la mia stima. Auguri veri.

michele:

Quanti siamo? Signora Martina Franca, non lo dico io.D629 Secondo il rapporto Eurispes del 2016, il 71,1% degli italiani si dichiarava cattolico e il 25,4% degli italiani cattolico praticante; il dato è in calo rispetto al 2006, quando i cattolici credenti erano l'87,8% della popolazione ed i cattolici praticanti il 36,8%.

Paola Re:

Il problema più grande dell'ateismo è che troppe persone che si dichiarano atee sono battezzate. Chi è battezzato fa numero. Quando le statistiche sfornano i numeri rivelando il numero dei cattolici, rivelano quello dei battezzati. Santa Madre Chiesa si fa forza su quel numero ma, tra i battezzati, ce ne sono tantissimi che chi dichiarano atei, e non seguono affatto la religione cattolica. Molti fanno addirittura battaglie in nome dell'ateismo ma, ufficialmente, restano dalla parte opposta della barricata. Bisogna sbattezzarsi. Non c'è migliore soluzione che dare questo segnale.