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LA FORZA DELLA SPERANZA

Di Renato Piccini, Paola Ginesi | 13.03.2020


«Le “sardine” sono il nulla che avanza».

«Giovani senza esperienza e senza obiettivi insieme ad una manciata di nostalgici di lotte passate!».

È la diagnosi fatta da gruppi politici per archiviare un “fatto” che ha iniziato un percorso cercando di ridestare un qualche interesse contro l’indifferenza e l’arroganza che dilaga nel paese.

Non è mia intenzione fare un’analisi di questo fenomeno, tanti altri l’hanno fatto, e lo faranno, né mi ritengo in grado di valutare quale potrà essere la loro tenuta in tempi più o meno brevi… a me queste espressioni, però, riportarono alla memoria le parole che Gabriel García Marquez fa dire a Simon Bolivar rivolgendosi ad un francese presente al pranzo offerto in onore del Libertador:

«Smettetela di farci il favore di dirci quello che dobbiamo fare;

non cercate di insegnarci come dobbiamo essere;

non cercate di far sì che siamo uguali a voi;

non pretendete che facciamo bene in 20 anni ciò che voi avete fatto male in 2000»[1].

L’accusa di essere il “nulla che avanza” è un evidente tentativo di nascondere il timore che qualcuno possa pensare che, di fatto, proteste, rivolte, movimenti stiano riempiendo il “nulla”, il “vuoto” creato da una politica impastata di compromessi, corruzione, improvvisazione, superficialità, violenza e non più “arte di governare”, “organizzazione della cosa pubblica”, progetto di paese, servizio alla propria gente e alla comunità internazionale nella ricerca del “bene comune” dell’umanità intera.

C’è sempre il sospetto, che diviene ben presto accusa, verso un “nuovo” che crea pericoli per la “democrazia” (quale democrazia???), che nel voler tagliare i ponti con il passato “getta via il bambino insieme all’acqua sporca” (e potrebbe invece essere l’occasione per cambiarla finalmente con “acqua pulita”!!!)… e forse sono proprio i falsi innovatori e i demolitori che conservano il peggio del passato per non cambiare il presente.

È indispensabile oggi un incontro intergenerazionale: se, da una parte, nessuno può ignorare la storia di ieri, dall’altra, nessuno può sentirsi estraneo al nuovo che nasce.

Del passato si devono conservare le radici, i valori, la lotta, la speranza, le lezioni delle sconfitte… ma non deve mai oscurare il presente; il rimpianto di tempi che sembravano aprire a “primavere” inedite può divenire zavorra all’oggi; il “giorno prima” non può costituire una garanzia del momento attuale perché ogni periodo storico ha le sue voci e sogni, lotte e delusioni, deviazioni e chiarezze, strade e mezzi… una diversità che non rinnega le conquiste e i diritti raggiunti, ma dà loro un futuro attraverso il nuovo percorso presente.

Il passato può offrire strumenti e letture utili, ma soltanto se non se ne rimane prigionieri.

Ho vissuto da vicino i tempi degli indignados spagnoli[2] e ricordo, seduto su una qualche piazza di Madrid, tante domande rivoltami per il desiderio di sentire una mia parola, un mio intervento quasi alla ricerca di “radici”, di motivazioni per sentirsi parte di un comune cammino, senza fratture con il positivo di ogni storia… ed uno dei punti forti della loro presenza fu proprio l’incontro tra l’entusiasmo, il linguaggio, le nuove percezioni, l’accesso a mezzi d’informazione e convocazione dei giovani e l’esperienza politica (nel senso più vasto della parola) dei tanti “meno giovani” delusi dopo la lunga lotta contro Franco e, soprattutto, il successivo franquismo che aveva finito per allontanarli da una politica attiva, di base.

Legittime le analisi, le critiche, l’invito a riflettere, a chiarire, prima di tutto a se stessi, finalità e obiettivi… utile anche la “condanna” di qualche fatto o momento, ma mai chiusure e rifiuto.

Bisogna affrontare nel dibattito le diverse percezioni, mettere a confronto, nel dialogo, le differenti visioni sociali, politiche, culturali.

E non è semplice perché non si può negare la difficoltà di trovare punti di riferimento, causa ed effetto del declino di una cultura politica diffusa e dell'etica sociale che ne può derivare; quel declino che ha contribuito a creare il “nulla” sul quale oggi è così difficile costruire alternative.

Cosa ne è stato delle “passioni” che, in bene e in male, hanno segnato epoche non lontane?

Dove sono andati l’orgoglio e la forza di convinzione con cui si difendevano e si mettevano a confronto nella discussione, anche accesa, le proprie ragioni?

E poi: chi di noi, i “non più giovani”, può davvero “lavarsi le mani” dinanzi all’attuale crisi sociale, politica, culturale?

Chi di noi, i “non più giovani”, può davvero “tirare la prima pietra” contro questi tentativi, contro questo entusiasmo, contro queste nuove figure che emergono?

Ed ora noi, i “non più giovani”, abbiamo il diritto/dovere di lasciarsi “coinvolgere”, senza sentirsi "maestri", senza nascondersi dietro l’amarezza di delusioni passate che possono far credere nell’inutilità di ogni tentativo di reale cambiamento.

Il “fare politica” non è mai improvvisazione, istinto, tanto meno una professione, ma un lungo percorso, sociale e politico, personale e comune.

C’è nell’esperienza italiana un tempo in cui partiti, sindacati, movimenti, organizzazioni cercarono, tra errori e successi, di trovare quell’assestamento che permise di coagulare un certo tipo di consenso, di portare avanti un processo di pensiero e di azione, di ricercare regole e modalità per raggiungere il fine, la ragion d’essere delle propria presenza nella società.

Di questo lungo e difficile percorso se ne è persa la memoria e si fa di tutto perché non ne rimanga traccia.

Il risultato di questo processo fu la democrazia (ben diversa dalla “democrazia di bassa intensità” che stiamo vivendo oggi), una maggiore giustizia sociale, la diffusione culturale, l’acquisizione di diritti, il senso della propria dignità… cosa è rimasto? quanto è stato travolto e andato perduto?

Ad un certo momento, per molti, per troppi, tutto fu ritenuto un dato acquisito per sempre… e non era vero, non può mai essere vero perché nessuno ti regala un diritto, ma ognuno deve ri-conquistarlo, proteggerlo, arricchirlo, tramandarlo in eredità a chi viene dopo.

“Fare politica” è realizzare qualcosa che abbia un effetto concreto, condiviso, di reale progresso culturale-civile-sociale, di proseguimento, nell’indispensabile trasformazione, di quanto viene dal passato.

Si è verificata, ad un certo momento, una frattura storica e le forze che l’hanno prodotta non si sono certo preoccupate di cosa fosse più efficace e idoneo, più rispondente alle esigenze di una società in trasformazione.

Così, dinanzi ad una globalizzazione sempre più invadente e caotica, gran parte delle forze politiche, sindacali, culturali, religiose sono divenute come monadi impazzite che tentano di riprodursi uguali a se stesse e, dinanzi a problematiche che esigono l’unione di forze, gli “avversari” di una volta sono divenuti “nemici” da distruggere, da abbattere, da ridurre al silenzio, il contrasto per il contrasto, la violenza di pensiero e di azione, il “nulla”, appunto…

Ben pochi sembrano disposti a “fare politica”, cioè a “organizzare la polis” cercando la convergenza di idee, la presa in considerazione di “altro” e dell’“altro”, di mettere in comune, a disposizione di tutti, intuizioni, pensieri, fini e mezzi per formare una coscienza collettiva attraverso una conoscenza-relazione individuale e comune.

Se si escludono frange estreme, la diversità dei progetti di società e di politica sembra sfumarsi sempre più; letture, programmi e scelte si avvicinano pericolosamente rendendo pressoché sterili e inutili dibattiti seri, il confronto di posizioni e visioni del mondo diverse.

Si diffonde sempre più il disinteresse verso tutto ciò che ci riguarda, ci si lamenta senza informarsi, si crede a chi dà ragione al proprio disagio senza chiedersi se è vero quanto viene detto, c’è il rifiuto a prender posizione…

Sempre più persone si sentono in qualche modo escluse nella società in cui vivono, penalizzate da un sistema che sta riducendo il loro standard di vita; l’instabilità nel campo del lavoro, generazioni giovanili destinate, per la prima volta nella storia, ad un livello di vita peggiore dei genitori; lo scontento diffuso tra il consumismo spinto all’inverosimile dalla pubblicità e dal sentire comune e le reali possibilità di realizzarlo; la caduta di riferimenti politico-sindacali capaci di cogliere la situazione reale della gente…

Molti si sentono lasciati ai margini e invece di rivendicare il diritto di vivere diversamente, sempre più si fa strada il disinteresse per ogni minima analisi politica.

Molti, delusi dal fatto che il loro voto, in cui una volta credevano, conti sempre meno, non si riconoscono più in alcun schieramento… ed allora ecco l’astensione o il voto “contro” tutto ciò che, a loro giudizio, li ha ignorati e ingannati.

Da qui la crescita di populismi sempre più violenti che interagiscono con le peggiori emozioni e che rispondono al disagio con la costruzione di nemici colpevoli di ogni “male” contro cui scagliarsi per sviare l’attenzione dai veri problemi.

Su tutto, però, deve rimanere forte un’invincibile SPERANZA… e mi rivolgo soprattutto a chi si porta il carico di anni di lotte e sconfitte, mete raggiunte e dolorose disfatte, a tutti coloro che hanno qualcosa da dire alle nuove esperienze e che, forse, hanno timore a mettersi ancora una volta in gioco.

So quello che dico, nonostante i miei capelli siano bianchi da tanti anni… scrivevo poco tempo fa:

«Fanno presto a sperare il bimbo e il giovane… ben diverso è fare della speranza una “scommessa” oggi… E’ già difficile nella notte sperare nella luce dell’alba… ma quando quella luce è stata raggiunta e intorno si sono ricostruite le tenebre, credere che niente sia stato inutile e continuare la testarda ricerca d’incontro con l’uomo e la sua storia, fa superare il “pessimismo della ragione”, rende più forte – nonostante tutto – l’“ottimismo della volontà” per offrire all’utopia sentieri e oasi da camminare e da abitare».

Renato Piccini

Paola Ginesi



[1] Gabriel García Marquez, Il generale nel suo labirinto, MONDADORI 2003

[2] Con superficialità, e forse per opportunismo, si è dato per morto questo movimento, ma da esso sono nate forme di resistenza, di protesta, di costruzione delle più svariate iniziative diffusasi, da quell’acampada di Puerta del Sol, in tutta la Spagna.

3 commenti

Maria Majarich:

testo che fa meditare, Non importa a quale conclusione si possa arrivare, la riflessione è già di per se crescita. Grazie

Paolo:

L'utopia è tale fino a che non diventa concreta. Forse l'utopia non esiste o se esiste è tale perchè si vuole che lo rimanga.

Elisabetta:

Mi piace il filo di esperanza che scorre per tutto l'articolo e la conclusione che fa capire che la speranza "è ciò che si è disposto a fare"