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L’EUROPA TRA TOLLERANZA E INTOLLERANZA RELIGIOSA: UNA BREVE STORIA

Di Elio Rindone | 18.10.2019


Nel 2011 il Consiglio europeo ha ribadito l’impegno dell'Unione per la promozione della libertà religiosa, esprimendo al contempo viva preoccupazione per l’aumento degli atti di intolleranza che si verificano in diverse parti del mondo. Oggi, però, si registra in Italia una crescente diffidenza nei confronti dei fedeli di altre religioni. E in generale, siamo sicuri noi europei di poter dare lezioni di tolleranza? Proviamo a ripercorrere alcuni momenti della nostra storia: forse avremo qualche sorpresa!

Anzitutto, cosa si intende per ‘tolleranza’? I nostri dizionari la definiscono come la disposizione consapevole e volontaria che ammette la piena legittimità delle idee e dei comportamenti che non condividiamo, consentendo così una pacifica convivenza con le minoranze etniche o religiose. Si tratta, quindi, del riconoscimento di un diritto che spetta a ogni uomo: io ho il diritto di avere le mie idee come l’altro ha il diritto di avere le sue, e nessuna autorità può avanzare la pretesa di stabilire quali siano vere e quali false.

Però, se prendiamo in considerazione l’etimologia, ci accorgiamo che il significato originario della parola non era affatto questo. Tolleranza deriva dal latino ‘tolerare’ che significa sopportare qualcosa di negativo: un male, se non riusciamo a evitarlo, non possiamo che sopportarlo. Ma invece, se possiamo eliminarlo, siamo tenuti a combatterlo: per secoli, perciò, l’atteggiamento da apprezzare è stata l’intolleranza, l’impegno per estirpare l’errore, mentre la tolleranza era vista come una debolezza, un venir meno ai propri obblighi nei confronti della verità. Ci sono idee vere (le nostre) e idee false (quelle degli altri), e non si può certo ammettere il diritto di propagandare l’errore. La tolleranza, quindi, all’inizio non nasce dal riconoscimento dei diritti degli altri: non è un bene ma solo un male minore, la necessaria sopportazione di ciò che non riusciamo a evitare.

L’impero romano

Si capisce, perciò, come da sempre l’atteggiamento più comune sia quello dell’intolleranza: quanto mette in dubbio le nostre certezze provoca, infatti, un immediato rifiuto. E questo è vero persino per l’impero romano, la cui religiosità politeista non aveva difficoltà ad accogliere nuovi dei e a favorire la convivenza dei culti più svariati, a patto però che non si mettesse in discussione il carattere sacro dell’autorità imperiale. Roma, infatti, si mostra ben presto intollerante con i cristiani provenienti dal paganesimo, che non accettano più una simile sacralizzazione del potere e che, per difendere il diritto di ogni uomo di obbedire anzitutto a Dio, sono disposti ad affrontare persino il martirio.

Così, sono proprio gli scrittori cristiani i primi a sostenere il principio della libertà di coscienza. Già agli inizi del III secolo il cartaginese Tertulliano (160-220), in seguito alle persecuzioni verificatesi in alcune città africane, afferma che "è un diritto umano e di natura che ciascuno possa venerare ciò in cui crede [...]. Sarebbe in contrasto con lo stesso spirito religioso imporre una religione, che si deve scegliere volontariamente e non costretti con la forza" (Ad Scapulam, II, 1-2).

E circa un secolo dopo, Lattanzio (250-317), anch’egli africano, al tempo della persecuzione scatenata da Diocleziano sostiene che una religione non può essere imposta con la violenza, che "va difesa non uccidendo ma morendo per essa [...] e che è detestabile costringere ad atti di culto con la minaccia del carcere e della tortura" (Divinae Institutiones, V, 19-20).

Le idee di Lattanzio, divenuto intanto consigliere di Costantino, troveranno attuazione con l’emanazione nel 313 dell’Editto di Milano da parte degli imperatori d’Occidente, lo stesso Costantino, e d’Oriente, Licinio. L’editto di tolleranza recitava testualmente: “sia concessa ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno vuole”. Ma i fatti successivi, purtroppo, smentiscono un’affermazione così illuminata. Considerando l’unità religiosa un grande vantaggio per il potere politico, Costantino convoca nel 325 d. C. il concilio di Nicea per superare le divisioni sorte fra i cristiani. Una volta che il concilio ha condannato l’arianesimo, Costantino si affretta a comunicare ai suoi sudditi che le tesi sostenute da Ario sono erronee e che, poiché per la salvezza dell’uomo non c’è pericolo maggiore dell’eresia, lo Stato deve intervenire con le sue leggi per reprimerla e impedirne la diffusione.

Un decreto imperiale stabilisce infatti – come ci racconta uno storico del tempo – che “avendo Ario seguito l’esempio di uomini empi e malvagi, merita di subire la stessa pena degli altri. […] E se qualcuno avesse nascosto un libro scritto da Ario, invece di prenderlo e gettarlo alle fiamme, sia condannato alla pena di morte” (Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, I, 9). E ben presto si darà impulso anche alle vessazioni contro le altre correnti considerate eretiche e contro gli ebrei. Come esempio di tolleranza non c’è male!

Ma bastano ancora pochi decenni perché la nuova confessione, ormai maggioritaria, divenga religione di Stato. Infatti, l'imperatore Teodosio I, assieme ai colleghi Graziano e Valentiniano II, con l’editto di Tessalonica del 380 ordina: "Noi vogliamo che tutti i popoli a Noi soggetti seguano la religione che l'apostolo Pietro ha insegnato ai romani". Ormai, quindi, si è obbligati dalla legge a essere cristiani, e la comunità dei cittadini tenderà a poco a poco a identificarsi con la comunità dei fedeli.

Se la presenza dei pagani è ancora tollerata, gli eretici diventano invece dei fuorilegge, e quindi giustamente – stabilisce ancora l’editto teodosiano – "essi incorreranno non solo nei castighi divini ma anche in quelle punizioni che Noi riterremo di infliggere loro". All’autorità religiosa si attribuisce, quindi, il diritto di stabilire chi è eretico, mentre lo Stato si impegna a usare la forza per custodire la verità che porta alla salvezza.

La differenza, evidentemente, non è più tra culti diversi ma tra verità ed errore, e i cristiani, che quando erano minoranza erano favorevoli alla libertà religiosa, si sono trasformati da perseguitati in persecutori una volta diventati maggioranza. Ormai si afferma il principio che solo il Dio dei cristiani è il vero Dio – come proclamerà sant’Ambrogio (340-397) nel corso di una controversia con i senatori pagani: “ipse enim solus verus est deus” – e perciò un imperatore cristiano non può assolutamente legittimare forme di culto idolatriche.

Ma come i cristiani potevano giustificare un simile capovolgimento di posizioni: dalla difesa della tolleranza alla pratica dell’intolleranza? Per la verità, la cosa non era affatto difficile dal momento che essi potevano trovare nell’Antico Testamento numerose pagine che presentano Jahve come un Dio geloso, che non tollera il culto di altri dei, i cui fedeli vanno perciò sterminati. Nel Primo libro dei Re (18, 40), per limitarci a un solo esempio, si narra che Elia ordina agli Israeliti: "Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi neppure uno! Quelli li afferrarono ed Elia li fece scendere nel torrente Kison e li scannò".

Anche nel Nuovo Testamento non mancano passi che saranno usati per giustificare l’uso della forza nei confronti degli erranti. Il testo evangelico che diventerà punto di riferimento per legittimare una politica di intolleranza sarà la parabola del banchetto di Luca (14, 16-24), che si conclude con queste parole: “Il servo disse: Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c'è ancora posto. Il padrone allora disse al servo: Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”.

All'inizio del V secolo proprio questo testo sarà utilizzato, infatti, da Agostino (354-430) per fondare la prassi che per secoli sarà seguita dalle autorità. Il santo vescovo africano, che pure era inizialmente contrario, ha cambiato idea, come ricorda lui stesso, sull'opportunità del ricorso alle maniere forti, avendone constatato l'efficacia per sconfiggere i donatisti, condannati nel concilio di Cartagine del 411, e i circoncellioni, che ne erano in qualche modo il braccio armato. Egli scrive, infatti, al vescovo donatista Vincenzo che usare la forza per condurre alla verità è un atto d’amore nei confronti degli erranti: Tu pensi che nessuno deve essere costretto alla virtù, sebbene tu legga che il padre di famiglia disse ai servi: ‘Costringete ad entrare tutti quelli che troverete’ (Lc 14, 23)” (Agostino, Epistola 93).

L’Europa medievale

La posizione agostiniana sarà comunemente accettata nel medioevo, con qualche eccezione, tanto più lodevole quanto più rara. Pietro Abelardo (1079-1142), per esempio, bollato lui stesso come eretico dal concilio di Sens del 1141, critica il dommatismo e l’intolleranza di chi considera la propria religione l’unica vera. Presenta infatti, in un serrato confronto fra i rappresenti delle tre religioni allora presenti in Europa, un filosofo – si tratta di un musulmano illuminato – che rivolge questa domanda ai suoi due interlocutori, un giudeo e un cristiano: “È stata la ragione a portarvi verso queste dottrine di fede oppure avete seguito soltanto l’opinione degli uomini e l’affetto per la vostra stirpe? [Eppure, sebbene la loro appartenenza a questa o quella tradizione religiosa sia in fondo casuale, i credenti arrivano] al punto di pensare che tutti quelli che non appartengono alla loro fede siano esclusi dalla misericordia divina, proclamando che solo loro saranno beati e tutti gli altri condannati” (Abelardo, Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano).

E, quando prende la parola, il giudeo lamenta le continue e pesanti discriminazioni subite dal suo popolo, disperso nelle varie regioni dell’Europa cristiana: “Non possiamo possedere né campi né vigneti né altre proprietà, perché non c’è chi possa proteggerci da aggressioni palesi o nascoste. E così, per vivere, ci rimane soltanto il guadagno che otteniamo prestando denaro agli altri popoli, il che ci rende loro ancora più odiosi” (ivi).

Ma si tratta, appunto, di voci isolate. La prassi cristiana, avallata sia dai papi che dai teologi, diventa invece sempre più intollerante nel corso dei secoli. Infatti, mentre Agostino ammetteva il ricorso alla forza soltanto al fine di correggere gli eretici, Tommaso d’Aquino (1224-1274), spingendosi ben oltre, giustifica i metodi crudeli in uso ai suoi tempi. In effetti il Dottore angelico, se rifiuta la costrizione nei confronti di ebrei e pagani che non sono stati mai battezzati (ma per questi ultimi ci aveva pensato già Carlo Magno, alla fine dell’VIII secolo, a decapitare coloro che non erano disposti a farsi battezzare!), ritiene giusto punire gli eretici addirittura con la pena di morte, perché hanno tradito gli impegni presi col battesimo e perché è necessario proteggere i fedeli da un contagio che mette a rischio la loro salvezza eterna.

“A proposito degli eretici si devono considerare due aspetti. In primo luogo, il peccato, per il quale hanno meritato non solo di essere separati dalla Chiesa con la scomunica, ma di essere tolti dal mondo con la morte. Infatti è ben più grave corrompere la fede, in cui risiede la vita delle anime, che falsare il danaro, con cui si provvede alla vita temporale. Perciò, se i falsari e altri malfattori sono subito messi a morte giustamente dai principi; a maggior ragione e con giustizia potrebbero essere non solo scomunicati, ma uccisi gli eretici, appena riconosciuti colpevoli di eresia. In secondo luogo, la misericordia della Chiesa, che tende a convertire gli erranti. Essa perciò non condanna subito, ma "dopo la prima e la seconda ammonizione", come insegna l'Apostolo. Dopo di che, se l'eretico rimane ostinato, la Chiesa, disperando della sua conversione, provvede alla salvezza degli altri, separandolo da sé con la sentenza di scomunica; e finalmente lo abbandona al giudizio civile, o secolare, per toglierlo dal mondo con la morte. Scrive infatti S. Girolamo: <La carne marcita deve essere tagliata, e la pecora rognosa va allontanata dal gregge, affinché non arda, non si corrompa, non imputridisca, e non muoia tutto: casa, pasta, corpo e gregge. Ario in Alessandria era una scintilla: ma poiché non fu subito soffocato, le sue fiamme hanno devastato tutto il mondo>” (Summa teologica II-II, 11, 3).

Gli inizi della modernità

Lo scenario cambia, seppur lentamente, nell’età moderna. Nel medioevo, infatti, i movimenti ereticali erano minoritari, e quindi la repressione funzionava; nell’Europa del XVI secolo, invece, si verifica una divisione in due grandi blocchi – cattolici e riformati – che porta a vere e proprie guerre di religione. È vero che la Chiesa romana ci prova a risolvere la questione con i vecchi e ben collaudati sistemi, riattivando quel tribunale dell’Inquisizione che era stato così efficace nel medioevo e che ora raggiungerà il culmine della sua operosità: i roghi, però, non bastano più! Gli effetti dell’intolleranza religiosa, che è comune alle diverse confessioni cristiane, sono anzi così disastrosi da imporre la ricerca di nuove soluzioni.

Così, Erasmo da Rotterdam (1466-1536) trova proprio nel vangelo i motivi per rifiutare l’intolleranza. Utilizza, infatti, un’altra parabola (come è importante scegliere la parabola giusta!), quella della zizzania di Matteo (13, 24-30), per esortare alla tolleranza, e ne attualizza l’insegnamento: “I servi che vogliono tagliare le erbacce prima del tempo sono coloro i quali pensano che i falsi apostoli e gli eretici dovrebbero essere soppressi con la forza e con le punizioni corporali. Ma il padrone del campo non vuole la loro distruzione, vuole piuttosto che siano tollerati, perché potrebbero correggersi e, da zizzania, diventare grano” (Erasmo, De amabili ecclesiae concordia).

Anche a Ginevra, cittadella del calvinismo, soffia il vento dell’intolleranza. Infatti Sébastien Castellion (1515-1563), un umanista francese dapprima entusiasta seguace di Calvino, lascia Ginevra per Basilea quando si accorge che i calvinisti praticano la stessa intolleranza che condannavano nei cattolici. Scrive, allora, un libello in cui spiega, con brillante ironia, che quelli che definiamo eretici non sono altro che coloro che hanno idee diverse dalle nostre: “Spesso ho indagato cosa sia l’eretico ma non ho potuto apprendere altro se non che viene proclamato eretico chiunque dissenta da noi, come risulta dal fatto che di tutte le sette, oggi innumerevoli, non ce n’è quasi nessuna che non consideri gli altri eretici. Sicché, se sei ortodosso in questa città, in quella vicina sarai ritenuto eretico, per cui, se oggi uno vuol vivere, è necessario che abbia tante fedi religiose quante sono le città o le sette” (Castellion, De haereticis an sint persequendi).

E, quando Calvino difende la decisione di aver mandato al rogo un eretico come Michele Serveto, che negava la dottrina trinitaria, Castellion ribadisce che “Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, è uccidere un uomo. Quando i ginevrini hanno ucciso Serveto non hanno difeso una dottrina, hanno ucciso un uomo. Non spetta al magistrato difendere una dottrina. Che ha in comune la spada con la dottrina? Se Serveto avesse voluto uccidere Calvino, il magistrato avrebbe fatto bene a difendere Calvino. Ma poiché Serveto aveva combattuto con scritti e con ragioni, con ragioni e con scritti bisognava confutarlo. Non si dimostra la propria fede bruciando un uomo, ma facendosi bruciare per essa” (Castellion, Contra libellum Calvini).

Il ’600

Passando al XVII secolo, possiamo constatare che nella Repubblica delle Province Unite, che ha conquistato l’indipendenza dalla Spagna ferocemente intollerante da quando i re cattolici hanno posto fine al tollerante dominio musulmano, convivono diverse confessioni religiose, anche se è prevalente quella calvinista. Eppure neanche in questa Olanda, che è la regione più tollerante d’Europa, mancano i problemi.

Infatti, quando nel 1670 i calvinisti tentano di ottenere dal potere politico l’imposizione della loro ortodossia, Spinoza (1632-1677) – che proveniva da una famiglia ebrea cha dal Portogallo aveva trovato rifugio in Olanda, e che sperimenterà sulla propria pelle l’intolleranza della sua comunità ebraica – coglie l’occasione per rivendicare la libertà di coscienza come un diritto che non solo non può essere soppresso ma che addirittura favorisce la pacifica convivenza e non è affatto incompatibile con un’autentica sensibilità religiosa: “1) È impossibile togliere agli uomini la libertà di coscienza e di espressione. 2) Questa libertà può essere concessa a ciascuno senza pregiudizio per il diritto e l’autorità di chi detiene il potere. 3) Il godimento di questa libertà da parte di ciascuno non comporta pericoli per la pace dello stato. 4) La medesima libertà non è incompatibile con il sentimento religioso. 5) Le leggi che vogliono imporre dottrine in campo filosofico o religioso sono vane e nocive. 6) Tale libertà non soltanto non è dannosa ma è addirittura necessaria perché siano assicurate la pace nella comunità politica, il sentimento religioso e le prerogative dell’autorità sovrana” (Spinoza, Tractatus theologico-politicus).

E in Olanda ha trovato rifugio anche Pierre Bayle (1647-1706), un ugonotto che lascia la Francia quando, nel 1685 Luigi XIV, revocato l’editto di Nantes che aveva concesso ai calvinisti francesi libertà di culto, comincia a perseguitarli (un fratello dello stesso Bayle muore in prigione). Qui, oltre a un Dizionario storico-critico in cui mette in discussione le più consolidate certezze, egli scrive un Commentario filosofico sulle parole di Gesù Cristo ‘costringeteli ad entrare’ o Trattato sulla tolleranza universale, pubblicato anonimo nel 1687, in cui sostiene il primato della coscienza, anche quando fosse in errore, e la tolleranza persino per gli atei: “Tutto ciò che la coscienza ben illuminata ci permette di fare per l’affermazione della verità, ce lo consente anche la coscienza erronea in relazione a quella che noi riteniamo essere la verità. Non credo che alcuno mi possa contestare la verità di questo principio: <Tutto ciò che viene fatto contro l’imperativo della coscienza è un peccato>” (Bayle, Commentario filosofico).

Anche l’Inghilterra, che già nel ’500 si era staccata dalla Chiesa di Roma con lo scisma di Enrico VIII, ha conosciuto sanguinosi conflitti religiosi. Qui l’ostilità degli anglicani nei confronti del cattolicesimo è ormai così diffusa che, di fronte al rischio che il re Giacomo II possa imporre il ritorno alla vecchia religione, il filosofo John Locke (1632-1704) cambia idea, ma in senso opposto a quello di Agostino: prima favorevole all’intolleranza, si trasforma in difensore della tolleranza. Proprio alle idee di Locke si ispira il Toleration Act di Guglielmo III del 1689, che concede libertà di culto alle confessioni protestanti dissidenti.

Un atteggiamento tollerante, sostiene ora Locke, lungi dall’essere in contrasto con un autentico spirito religioso, dovrebbe essere una caratteristica dei cristiani. L’adesione all’una o all’altra confessione religiosa, o l’abbandono della stessa, non è cosa che riguardi lo Stato, la cui competenza si riduce esclusivamente alle questioni terrene. Locke arriva perciò a teorizzare uno Stato laico, che non interferisce nelle questioni religiose ma interviene per limitare i diritti civili soltanto di quelle comunità ecclesiali che costituiscono un pericolo per la collettività: non ci può essere tolleranza, quindi, per cattolici, musulmani e atei, che per varie ragioni minacciano la sicurezza dello Stato. Poiché la presenza di atei e musulmani in Inghilterra era praticamente irrilevante, in realtà si sta proclamando che la tolleranza non vale per i cattolici! Locke, a differenza di Spinoza e di Bayle, non afferma infatti il principio della libertà di coscienza ma si limita a escludere l’uso della forza per imporre un determinato credo. A suo parere, infatti, la tolleranza è

“il principale segno distintivo della vera chiesa. […] Se infatti dobbiamo prestar fede al vangelo e agli apostoli, nessuno può essere cristiano senza carità e senza la fede che agisce con l’amore, non con la forza. Ora, forse che quelli che col pretesto della religione perseguitano, torturano, riducono in miseria e uccidono gli altri fanno tutto ciò da amici benevoli? […] Che qualcuno voglia che un’anima, la cui salvezza egli intensamente desidera, spiri fra i tormenti, quando per giunta non è ancora convertita, mi stupisce davvero. [… Perciò] ritengo che si debba far distinzione tra materia civile e religiosa e che si debbano fissare convenientemente i confini tra chiesa e stato. […] Il potere dell’autorità civile è limitato e circoscritto alla cura e alla promozione dei beni temporali, e non può essere esteso alla salvezza delle anime. [Di questa si occupano, invece, le chiese, ma] nessuno nasce membro di una chiesa. L’uomo si unisce spontaneamente a quella società in cui ritiene di aver trovato la vera religione, ed è indispensabile che con la medesima libertà con cui è entrato gli sia sempre aperta la via dell’uscita” (Locke, Lettera sulla tolleranza).

Il ’700

Ulteriori progressi compie l’idea di tolleranza nell’Europa del XVIII secolo e, tra gli illuministi, essa è ormai un’ovvietà. Ancora una volta, sono gli intellettuali che si impegnano in una battaglia che cambierà profondamente il modo di sentire della società europea. In particolare, per Voltaire (1694-1778) l’intolleranza nasce non da spirito religioso ma dalla brama di potere di chi sfrutta la credulità delle masse, e viene subito messa da parte se danneggia gli interessi economici:

“Che cos’è la tolleranza? È la prerogativa dell’umanità. Siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdoniamoci reciprocamente i nostri torti, è la prima legge di natura. Alla Borsa di Amsterdam, di Londra… il bramino, il musulmano, il cattolico romano, il cristiano protestante, il cristiano quacchero trafficano insieme; nessuno di loro leverà il pugnale contro un altro per guadagnare anime alla propria religione” (Voltaire, Dizionario filosofico, voce Tolleranza).

L’intolleranza, inoltre, è frutto della presunzione, dell’arroganza di misere creature che non sono consapevoli dei propri limiti e che finiscono col soffocare in folli e sanguinosi conflitti quell’attitudine alla compassione che al fondo della loro natura:

“La natura dice a tutti gli uomini: vi ho fatto nascere deboli e ignoranti, affinché vegetiate alcuni minuti sulla terra e la ingrassiate con i vostri cadaveri. Poiché siete deboli, aiutatevi reciprocamente; poiché siete ignoranti, reciprocamente illuminatevi e sopportatevi. Se foste tutti della stessa opinione, il che certamente non accadrà mai, se vi fosse un solo uomo di opinione contraria, gli dovreste perdonare, perché son io che lo faccio pensare com'egli pensa. Vi ho dato delle braccia per coltivare la terra, e un piccolo barlume di ragione per guidarvi; ho messo nel vostro cuore un germe di compassione perché vi aiutiate vicendevolmente a sopportare l'esistenza. Non soffocate questo germe, non corrompetelo, sappiate che è divino, non sostituite i miserabili furori delle scuole alla voce della natura” (Voltaire, Trattato sulla tolleranza, 25).

Tutto risolto?

Con questo appello di Voltaire possiamo chiudere questa rapida carrellata. Grazie al contributo del pensiero liberale, che ha favorito la distinzione fra Stato e Chiesa, queste idee sono diventate a poco a poco patrimonio comune già nell’Europa del XIX secolo. Oggi si può dire che, dopo un travaglio plurisecolare che ha comportato enormi sofferenze, si è capovolto il giudizio e, tornando alle posizioni di Tertulliano e di Lattanzio, si considera un valore non l’intolleranza ma la tolleranza, intesa ora non come sopportazione di un male inevitabile ma come riconoscimento del primato della coscienza e dei diritti della persona!

Ciò non significa, ovviamente, che l’intolleranza sia stata sconfitta una volta per tutte. Basta pensare, in campo politico, all’intolleranza dei regimi totalitari del XX secolo e, in campo religioso, a quella di tanti Paesi musulmani. In generale poi, ieri come oggi la paura del diverso è difficile da esorcizzare quando ci si sente minacciati nelle proprie abitudini e nelle proprie certezze: è il caso dell’intolleranza nei confronti dei migranti o dei gay. Ed è inevitabile ricordare le resistenze del magistero cattolico ad accettare le nuove prospettive. Infatti, ancora nel 1832, Gregorio XVI condannava senza esitazione “quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata provenire da siffatta licenza qualche vantaggio alla Religione” (Mirari vos).

E non si tratta certo di un caso isolato; infatti, nel 1864 Pio IX ribadiva in un’altra enciclica la condanna dell’opinione “dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria chiamata delirio, cioè la libertà di coscienza e dei culti essere un diritto proprio di ciascun uomo che si deve proclamare e stabilire per legge in ogni ben ordinata società ed i cittadini avere diritto ad una totale libertà che non deve essere ristretta da nessuna autorità ecclesiastica o civile, in forza della quale possano palesemente e pubblicamente manifestare e dichiarare i loro concetti, quali che siano, sia con la parola, sia con la stampa, sia in altra maniera”(Quanta cura).

Poiché la tendenza a imporre le proprie idee ha in noi profonde radici, forse è il caso di conservare un atteggiamento di vigilanza!

2 commenti

Pino Nicotri:

ARTICOLI OTTIMI! Un saluto. pino nicotri P. S. Proposta: credo sia urgente creare un partito laico. Potrebbe chiamarsi Democrazia Laica, anche se mi pare che tale denominazione già esista. Ci penso da anni, avevo anche scritto il suo Manifesto, ma ora credo sia davvero urgente passare all’azione. Sono disponibile per fare la mia parte.

michele:

SI. SEMPRE CHE SI INTENDA LA LAICITA' COME LA LIBERTA' DA QUALUNQUE CONFESSIONE.